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La guida definitiva allo yacht rock (che è roba seria suonata benissimo)

Dagli Steely Dan ai Doobie Brothers, passando per Boz Scaggs e Christopher Cross, ecco gli album che hanno definito il sound morbido e orecchiabile degli anni ’70 che sta vivendo un revival inatteso

Un dettaglio della copertina di 'Silk Degrees' di Boz Scaggs

Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli ’80, le radio erano dominate da tizi bianchi con la voce argentina e nomi come Rupert e Gerry. Cantavano su ritmi R&B e sax ondeggianti, con arrangiamenti pulitissimi. Anche se non aveva un nome, quel genere – una variante dolce e ballabile del rock – veniva liquidato da molti fan come molle e sfigato. Ma grazie a una webserie di metà anni Duemila, lo stile – poi ribattezzato yacht rock – è finito in un canale tv satellitare, una serie di tribute band e una cover di Africa dei Toto fatta dai Weezer. Questa ritrovata infatuazione per il genere è ironica o sincera? Difficile a dirsi, ma non si può negare che lo yacht rock sia un genere a sé, con una sua atmosfera e che ha prodotto una quantità sorprendente di ottima musica, perfetta per l’estate.

Gli imperdibili: “Silk Degrees” Boz Scaggs (1976)

Prima ancora che fosse un genere identificabile, Scaggs (che, come ha detto a Rolling Stone nel 2018, non è un fan del termine) ha fissato lo standard per quello sarebbe diventato lo yacht rock: un’anima bianca ben vestita, ballate che facevano pensare a una cena tranquilla innaffiata col vino, qualche spruzzata di decadenza. Con l’omaggio al Philly soul di What Can I Say e gli ondeggi di Georgia, Silk Degrees ha fissato lo standard per la morbidezza degli anni ’70.

Gli imperdibili: “Aja” Steely Dan (1977)

Il capolavoro di Donald Fagen e Walter Becker è uno dei punti più sofisticati dello yacht rock oltre che il punto dove jazz e pop si incontrano a metà strada, con cambi di tempo repentini, trombe e tastiere che si incastrano e assoli incontaminati. Queste canzoni d’amore che non si accontentano di facili cliché sono popolate dal ritratto di uno squallido regista (Peg), un perdente che spera ancora di essere un jazzista anche se le probabilità sono tutte contro di lui (Deacon Blues) e da un tizio la cui fidanzata è probabilmente una tossica (Black Cow). È la crociera più sovversiva che possiate fare.

Gli imperdibili: “Minute by Minute” The Doobie Brothers (1978)


I Doobies hanno iniziato la loro carriera come band boogie, ma con Minute by Minute hanno ammorbidito il loro stile. Illuminato da What a Fool Believes, scritta dallo sbalorditivo duo Michael McDonald-Kenny Loggins, il disco è pieno di turbolenze romantiche, armonie in falsetto e un sacco di piano elettrico. Ma dimostra anche quanta personalità e muscoli riuscivano a mettere i Doobies in un sound altrimenti generico. La voce roca e sensibile di McDonald avvolge una title track inaspettatamente amara, mentre Don’t Stop to Watch the Wheels onora le radici da biker del gruppo parlando di cosa significa portare una ragazza a fare un giro in moto.

I classici: “Get Closer” Seals & Crofts (1976)

La title track di questo disco, diventata una hit, ha convalidato l’idea che i cantanti e cantautori folk potevano esprimere il loro lato più R&B e fare miscugli prima inimmaginabili, per cui è si può considerare l’equivalente per lo yacht rock della svolta elettrica di Dylan. Ma Get Closer ha molte altre perle. In Goodbye Old Buddies il narratore informa i suoi amici che non può più uscire con loro perché ha conosciuto “una certa ragazza” ma nella canzone successiva, Baby Blue, una donna si sente dire “c’è un vecchio amico dentro di me / che mi dice che devo essere libero”. Un buon capitano segue la corrente e vede dove lo porta.

I classici: “Christopher Cross” Christopher Cross (1979)

Il debutto di Cross ha fatto furore ai Grammy del 1981, e per una buona ragione: è quel raro disco yacht rock che è insieme aggraziato, serio e assolutamente privo di adulazione. Sailing è una piccola ballata, mentre Ride Like the Wind, con un piccolo cammeo di McDonald, fa entrare nel disco un testo grezzo sui fuorilegge piazzandolo su un groove ventilato, perfezionando il sottogenere – che ha avuto breve vita – del “gangster yacht rock”.

I classici: “Partners in Crime” Rupert Holmes (1979)

L’album che ha fatto di Holmes una stella del soft rock è noto per Escape (The Pina Colada Song) che sfoggia un coro fatto apposta per il karaoke. Ma ciò che distingue davvero l’album è una musicalità di altissimo livello e la narrazione ambiziosa di Holmes, che canta con un esuberanza da Manilow. Un esempio è Answering Machine, in cui una coppia che sta litigando si scambia messaggi mentre soffre i limiti di quella che all’epoca era un tecnologia all’ultimo grido.

I classici: “Gaucho” Steely Dan (1980)

L’ultimo album in studio dei Dan prima di una lunga pausa non ha la potenza di Aja, ma abbina molto bene la loro musica più pura, incontaminata, sottovuoto con una serie di personaggi sordidi e patetici. C’è un uomo di una certa età che cerca di rimorchiare le ragazzine (Hey Nineteen), un altro perdente che cerca di fare una cosa a tre (Babylon Sisters), uno spacciatore di cocaina che consegna droga a una star del basket (Glamour Profession). Il lato oscuro dello yacht rock.

Per approfondire: “If That’s What It Takes” Michael McDonald (1982)

Immaginate un album dei Doobie Brothers composto interamente da canzoni di McDonald e da assoli di chitarra sdolcinati di Patrick Simmons, e avete il primo e migliore album post Doobs di McDonald. If That’s What It Takes sviluppa ulteriormente l’approccio che aveva anticipato in What a Fool Believes, ma ne amplifica il lato R&B. Il remake pensieroso di I Keep Forgettin’ è il punto più alto di Mac.

Per approfondire: “Keep the Fire” Kenny Loggins (1979)

Il viaggio di Loggins dal folk-rock allo yacht rock incarna il modo in cui il rock si è fatto sempre più pulito nel corso degli anni ’70. Ancorato ai ritmi e al cantato poco aggressivo di This Is It, altra collaborazione con McDonald, Keep the Fire mette la voce di Loggins su sassofoni jazz e ritmi R&B. Il momento culminante è Will It Last, una delle tracce yacht rock più subdole di sempre, con dopo quattro minuti sembra finire in dissolvenza, ma poi torna indietro su una chitarra dolce alla George Harrison.

Per approfondire: “Sometimes You Win” Dr. Hook (1979)

Questi burloni si sono fatti un nome con successi come The Cover of “Rolling Stone” ma poco dopo hanno svoltato senza alcun timore verso la yacht disco. Sometimes You Win contiene Sexy Eyes, When You’re in Love With a Beautiful Woman e Better Love Next Time. Tutti trasudano l’atmosfera dei bar di periferia e dei tizi disperati che li frequentano nella speranza di rimorchiare una donna.

Per approfondire: “Boys in the Trees” Carly Simon (1978)

Come pioniera del cantautorato, Simon era già una star al momento in cui è cominciata la moda dello yacht rock. Boys in the Trees è il suo accattivante contribuito al genere: You Belong to Me, una collaborazione con l’onnipresente Michael McDonald; una cover yacht soul di One Man Woman di James Taylor; e Tranquillo (Melt My Heart), una “ninnananna per un ragazzo con gli occhi grandi”. È la prova che il genere non era una roccaforte del dominio maschile.

Altre canzoni:

George Benson, Breezin (1976): Il chitarrista e testimone di Geova ha fatto il salto dal jazz di mezza fascia a pop star crossover con questo brano strumentale che trasmette lo spirito dello yacht rock meglio di qualsiasi performance vocale.

Pablo Cruise, Whatcha Gonna Do? (1976): Un pezzo spensierato di una band di San Francisco con uno dei migliori nomi di sempre per un gruppo yacht rock.

Gerry Rafferty, Baker Street (1978): Rafferty ha portato un profondo senso di malinconia e solitudine a questa sua epica narrazione di una notte in città, dove l’immortale sax di Raphael Ravenscroft lo risveglia dai postumi di una sbornia.

Little River Band, Reminiscing (1978): Questo gruppo soft rock australiano ci ha regalato una squallida serenata di San Valentino cantata dalla voce di un vecchio che riguarda indietro alla sua vita con la moglie. L’innovazione qui è l’assolo di flicorno invece che di sax.

Kenny Loggins & Stevie Nicks, Whenever I Call You Friend (1978): Questo duetto, cosa rara per il genere, si fa sempre più intenso con ogni strofa, con Loggins e Nicks che vengono entrambi catturati sempre di più dal groove.

Nicolette Larson, Lotta Love (1978): Il mood triste alla Neil Young si trasforma in una deliziosa fetta di lounge pop grazie a Larson che, per aggiungere un livello in più di interpretazione, in quel periodo aveva una relazione con il cantautore.

Robbie Dupree, Steal Away (1980): È McDonald? In realtà è la miglior copia possibile dei Doobies di What a Fool Believes, che ha quasi spinto McDonald a intraprendere un’azione legale.

Archie James Cavanaugh, Take It Easy (1980): Una perla rara del compositore dell’Alaska che mette insieme tutto ciò che vorremmo in un brano yacht rock: un basso da disco, una chitarra jazz, un sax e un testo che è all’altezza del titolo anche più dell’omonima canzone degli Eagles.

Ambrosia, Biggest Part of Me (1980): Abbandonando le inclinazioni prog classiche degli album precedenti, il trio si è gettato direttamente nella mischia yacht rock con questo pezzo alla Doobies. Punti bonus per il testo che parla di un fiume.

Daryl Hall & John Oates, I Can’t Go For That (No Can Do) (1981): Questo duo soul un tempo inarrestabile non è mai stato davvero yacht, ma i beat orecchiabili e il sax sfavillante di questa hit ci vanno vicino. Hall aggiunge tensione sessuale senza specificare mai esattamente cos’è che non può fare.

Paul Davis, Cool Night (1981): Il cantautore del Mississippi tiene una lezione su come riscaldare una storia d’amore che si sta raffreddando: organizza una serata, invita una donna, e proponi di accendere un fuoco.

Bertie Higgins, Key Largo (1981): Una delle hit yacht rock più strane e banali, ma merita un posto in questa lista perché cita non uno ma due film di Humprey Bogart (Key Largo e Casablanca).

Toto, Africa (1982): Lo stesso anno in cui i membri dei Toto hanno lavorato a Thriller di Michael Jackson, hanno fatto uscire il capolavoro del tardo yacht rock.

Crosby, Sills & Nash, Southern Cross (1982): Il fervido contributo del trio al genere ha rimi agitati e terminologia nautica sufficiente a riempire un manuale di vela.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di agosto di Rolling Stone US.

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