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La Generazione Z ha trovato l’emo nel rap

Sconforto, depressione, dipendenza: sempre più gente si rifugia nell’emo rap. È il suono della solitudine e dell’incertezza per il futuro. C’entrano le droghe, l’isolamento, la voglia di sentirsi uniti nel dolore

Yung Lean, Juice WRLD, Lil Uzi Vert

Foto: Joseph Okpako/Getty Images; Scott Dudelson/Getty Images; Natasha Moustache/Getty Images

XO Tour Llif3 di Lil Uzi Vert ha raggiunto il numero 7 della classifica americana nel 2017. Parlava dell’abuso di sostanze e di suicidio e ha trovato un pubblico particolarmente ricettivo fra i più giovani. Nel ritornello, ormai entrato nell’Olimpo delle infamie rap, Uzi sembra un cartoon quando canta “portami al limite, tutti i miei amici sono morti”. Il testo segnava un cambio di passo nell’hip hop: l’emo rap, sottogenere che durante gli anni 2010 aveva cominciato a diventare popolare su SoundCloud, stava diventando mainstream.

È tutto iniziato quando alcuni giovanissimi rapper hanno caricato su Internet pezzi in cui si mettevano a nudo, mischiando produzione hip hop e tematiche ed estetica emo rock. Lil Uzi, che di recente ha scelto di identificarsi con i pronomi “they/them”, sfoggia un’acconciatura quasi punk, con spuntoni altissimi. Rapper come lui, Yung Lean e Trippie Redd rappresentano la parte più mainstream del movimento, ma il tema della mortalità è ricorrente anche negli artisti emo rap di nicchia.

Il genere che dal 2018 è più cresciuto su Spotify è l’emo rap. Alla luce della sua crescente popolarità su TikTok, si deduce che in parte la responsabilità di quest’ascesa sia della Generazione Z. «È un genere per giovanissimi, non c’è dubbio. Penso che i fan inizino a seguirlo a 10-11 anni, che è poi l’età in cui generalmente i ragazzini ricevono il loro primo iPhone o almeno iniziano a sentire queste star del rap a scuola», dice Justin Staple, regista di video musicali di Los Angeles.

Nel documentario American Rapstar, Staple indaga il fenomeno del SoundCloud rap e dei giovani rapper che ne sono emersi negli ultimi anni. Ma, dice, le origini del genere risalgono a un tempo più remoto. Molto prima che l’emo rap trovasse una rampa di lancio nelle piattaforme online, pezzi più intimisti di artisti come Eminem, Kid Cudi e Odd Future mostravano ai fan dell’hip hop che il rap stava adottando un approccio diverso. Decenni di pezzi rap con testi carichi d’emozione e beat d’ispirazione rock hanno dato origine a questo stile. E in effetti molti emo rapper hanno detto di essere cresciuti ascoltando Nirvana, Fall Out Boy e Black Sabbath

Staple crede che il fenomeno sia decollato per via dell’aumento dello streaming di musica online, che tende a essere una dimensione di fruizione individuale e non comunitaria. Crea gli spazi che consentono ai brani tristi di essere metabolizzati in solitudine, con calma, senza timore del giudizio altrui. «Il rap è tradizionalmente da una parte una musica festaiola, dall’altra poesia o giornalismo di strada. Il senso d’isolamento e d’incertezza circa il futuro sta dominando anche questa cultura: molti sottogeneri e sottoculture legati al rap dai club si sono spostati su Internet», spiega Staple. «E visto che la musica viene fruita in solitudine, nella tua cameretta e non nell’ambiente di un club con un dj, probabilmente è più incline a evocare tristezza che non a sfornare inni da party».

In un’intervista del 2019 col Guardian, l’emo rapper Juice WRLD rispondeva così alla domanda su dove avesse origine tutto il dolore descritto nel genere: «Tutti provano dolore. Depressione, dipendenza, delusioni d’amore sono caratteristiche comuni agli esseri umani». Stando a uno studio del 2019, la Generazione Z e i millennial sono in generale più ansiosi rispetto alle generazioni precedenti. «Regna un senso di sconforto e d’incertezza per il futuro del mondo e dell’America. Inoltre, specialmente con la pandemia, sono arrivati isolamento e solitudine. Molto di tutto ciò c’entra con l’ascesa del genere e di una tristezza espressa in un modo nuovo, che prima d’ora non si era visto, in musica», dice Staple.

Fan e critici hanno punti di vista divergenti sull’impatto del fenomeno. C’è chi ha criticato l’emo rap per il legame con la cultura delle droghe dopo la morte di alcuni degli artisti di punta, fra cui Lil Peep e Juice WRLD. Altri pensano che promuova comportamenti autodistruttivi e che incoraggi idee suicide. Fino al punto che nel 2018, nell’ambito di un’indagine congiunta del New York Police Department e della Drug Enforcement Agency, i testi emo rap sono stati considerati colpevoli di “glorificare” sostanze come il fentanyl e lo Xanax, influenzando direttamente l’epidemia da oppiacei. «Quell’indagine ci ha portati dritti nel ventre molle dell’emo rap e della sua glorificazione dell’uso di oppiacei», ha dichiarato l’agente speciale della DEA James J. Hunt.

Se l’emo rap sia davvero legato all’aumento dell’uso di droga fra i teenager è una questione aperta, ma c’è una cosa su cui i fan sono concordi: il genere riesca a far sentire le persone unite nel loro dolore, anche solo per la durata di un brano.

«I giovani, oggi, crescono in un mondo in cui l’ansia è alle stelle, così come la depressione e la dipendenza dai social», dice Staple. «Nello stesso tempo c’è un’epidemia di oppiacei, una legata alla violenza e alla diffusione delle armi e in tutte le scuole superiori circolano psicofarmaci. L’emo rap è una specie di risposta all’intreccio di tutti questi problemi».

Tradotto da Rolling Stone US.

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