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La classifica dei nuovi inediti di X Factor 2021, dal peggiore al meno peggiore

Pezzi cantati coi cracker in bocca, pop sofferente, vuoto puccioso. Siamo recidivi: abbiamo fatto ascoltare i nuovi pezzi del talent da chi non segue il talent. E no, non c'è un numero uno

Il grande occhio della discografia scruta Nika Paris a X Factor 2021

Foto: Sky

«Scusa, ma hai messo due artisti al sesto posto».
«Sì».
«Va bene, quindi diciamo che sono a pari merito».
«Sì».
«Però non hai messo nessuno al primo posto. Ci sono un secondo e un terzo, dietro a nessuno».
«Sì».
«Quindi è voluto? Cioè, è un espediente per dire qualcosa?».
«Sì».
«In una classifica normale, chi non ha davanti nessuno è primo, non secondo».
«Sì».
«Ok, quindi è una di quelle cose deliberate – ma pensi che i lettori capiranno cosa volevi dire?».
«Sì».

Lettori, avreste anche diritto di cavillare su una graduatoria del genere. E tuttavia, se avete visto la puntata con i nuovi inediti di X Factor, non c’è molto da spiegare. Per contro, se non l’avete vista nemmeno voi, come il sottoscritto e come altri 58,8 milioni di italiani, c’è ancora meno da spiegare. Tranne che anche stavolta questa rinomata testata si è affidata a un sedicente critico che NON sta seguendo X Factor. Forse, nel tentativo di capire da qualcuno che non conosce le facce, non vede le fantastiche coreografie e soprattutto non segue i PERCORSI, quei motivi per cui gli inediti lanciati dalla trasmissione di Sky non stanno precisamente segnando la nostra epoca. Per il momento. Fino ad ora, dopo la prima tornata, il solo gIANMARIA è entrato nella top 100 dei singoli, con uno sfavillante n. 74 per il suo brano I suicidi. Sia chiaro, le charts non sono tutto – però in teoria, chi possiede il famoso fattore X dovrebbe dire la sua anche da quel punto di vista.

Vediamo quindi se ci sono possibilità per la seconda infornata di sette inediti, qui disposti dal peggiore al meno peggiore.

7 Fellow “Non farmi andare”

Ci sono momenti in cui il tempo di punto in bianco si dilata, e ci ritroviamo a vivere certe esperienze con intensità epocale. Ogni secondo ci sembra lungo un secolo, sembra un’intera vita umana, nella quale sembra possibile conoscere infinite emozioni, viaggiare in mondi enigmatici, scoprire verità illuminanti su se stessi e sugli altri. E alla fine di quella manciata di secondi, ci ritroviamo molto oltre la nostra condizione di partenza: come se fossimo cresciuti nostro malgrado. Accade anche nei 2 minuti e 38 secondi di questa canzone, che sono una coraggiosa e densa odissea nel pop sofferente, un’esperienza così estesa che pare non avere mai fine, nella quale in ogni frazione di secondo siamo a tu per tu con insignificanti frasi significative, Tizianoferrismi sparsi, bridge enfatici, piagnucolerie epiche per un amore giunto a una fine sacrosanta. Spiace persino un po’ per Fellow: se avesse portato questo pezzo tra gli Amici di Maria adesso sarebbe approdato a destinazione con Sangiovanni e gli altri piccoli re di quella congrega; invece lui, come Ulisse, ha preso un altro PERCORSO e ci metterà un po’ di più ad arrivare. Ma uno disposto a cantare questa roba, se lo merita.
Momento chiave: “Breaking Bad non l’hai guardato più, per non vedere la fine?”. Name-dropping puro, non c’entra assolutamente niente col resto della canzone, è sicuramente un avvertimento: Fellow è quello che bussa.
Punto debole: il primo “Non farmi andareee” arriva a 32 secondi, quando è noto che l’algebra del teen pop suggerisce che il ritornello si abbatta sull’ascoltatore a 29.

6 Baltimora “Baltimora”

Pezzo di Baltimora, cantato da Baltimora, scritto da Baltimora, intitolato Baltimora, featuring Baltimora. Parla di Baltimora, e dei suoi problemi nel rapportarsi con Baltimora, aprendoci il mondo di Baltimora, che Baltimora reputa interessantissimo. Forse Baltimora vuol farci capire che essere Baltimora non è facile, che Baltimora ha sofferto. Certo, mai quanto chi sente “gli echi sordi di Baltimora”.
Momento chiave: “Ho il mare di fiango è normale se piango di fummàre so’ stango”. Va beh, quando è uno è poeta.
Punto debole: “Riempirò pagine di collagene se non ho nulla da raccontare” – ed è esattamente quello che stai facendo, Balti. Mettiamola così: se sei belloccio e puccioso, qualunque ridicola boiata ti è consentita – ma non è carino abusare di questo comandamento artistico.

6 gIANMARIA “Senza saliva”

Ah, ma ora si capisce: già alla prima, sembrava che cantasse con dei cracker in bocca – ancora nel pacchetto però, perché gIANMARIA soffre troppo per aprirlo. Non farfuglia in quel modo perché sta cercando di imitare gente che ha un qualche successo: no, è proprio nella condizione ghiandolare già portata all’attenzione del pubblico da Ugo Fantozzi con la sua lingua felpata da salivazione azzerata. Comunque, la storia che Gian racconta nella canzone ha una sua plausibilità. Specie quando lei gli fa la piazzata davanti a tutti. Capiamo benissimo.
Momento chiave: ovviamente, la “stanza piena di coglioni”. Sapete, fa venire un po’ in mente quella vecchia barzelletta col tipo in autostrada che sente la radio che dice “Fate attenzione, in autostrada c’è un pazzo che sta andando contromano” e continuando a guidare commenta: “UN pazzo? Magari fosse uno solo, qui è pieno”.
Punto debole: è in chiara competizione emotiva con Baltimora per i cuoricini delle tredicenni della nazione: quello sta “a pezzi col lessico coi testi sconnessi, scomparsi i concetti” (e lo possiamo confermare), lui ammette “non riesco a parlare, sbiascico da un’ora” (e possiamo ratificare anche questo). Gli auguriamo di essere il più belloccio e puccioso dei due, perché ora delle prossime audizioni lo sconfitto di questo singhiozzante duello verrà ricordato solo da qualche meme su insta.

5 Nika Paris “No Limit”

Come canzone è totalmente inutile, però come installazione è affascinante, dovrebbe stare alla Biennale di Venezia, al Mart di Rovereto, al Maxxi di Roma. È una rappresentazione plastica di come la nostalgia per gli anni ’80 abbia toccato il fondo. È una testimonianza di come un’ossessione malsana dell’immaginario pop e di una società possa portare al feticismo nei confronti di ciò che è perfettamente irrilevante: questo pezzo negli anni ’80 avrebbe avuto poche speranze anche come sottofondo di una pubblicità di floppy disk – non solo in Italia, persino in Francia. La sua mancanza assoluta di qualità però trova un alibi rifugiandosi in un’epoca che non è la nostra, indicandola come mandante del crimine e invocando clemenza in questo modo. Quando invece, la sua intensa mediocrità appartiene a tutte e due le epoche, condannandole entrambe.
Momento chiave: il contrappunto ritmico del pianoforte, usato come strumento nobile per conferire eleganza al resto del paciugo, che pare invece realizzato con una tastiera a pile presa all’Euronics – c’era il 30% di sconto.
Punto debole: bastava aggiungere una S al titolo per completare l’omaggio a un’icona degli anni ’80: l’orologio che non doveva chiedere mai.

4 Erio “Fegato”

Davanti a una canzone sul coraggio di mostrare la propria vulnerabilità bisogna avere il coraggio di ammettere le proprie: le canzoni che ostentano una sensibilità straziata non sono tra i motivi che spingono a tentare la bizzarra strada del critico musicale. Quindi può darsi che questa canzone prevedibile, pesante e un po’ lagnettosa sia in realtà una tenera delicata e commovente meraviglia. Ma ci vuole fegato anche per sostenerlo.
Momento chiave: i break nella parte centrale, con gli improvvisi stop e ripartenze della musica a sottolineare il picco emozionale. Molto sanremesi – ma fondamentali anche perché era l’unico modo di rendere più vibrante un pezzo che si era giocato la carta della vibranza dal 31° secondo, con la doppia voce acuta al limite dello stridente.
Punto debole: questo pezzo sembra scritto spudoratamente per vincere qualcosa – un festival, un talent, un concorso all’INPS per un posto di consulente per la protezione sociale nei ruoli del personale, area C, posizione economica C1. E questo gli conferisce un’aria di finzione, anzi di simulazione, quella dei calciatori arrivati in area che si buttano cercando un contatto per essere premiati dal rigore. Se il cantante riesce a uscirne con la credibilità intatta, è molto probabile che vinca la partita. Ma un arbitro – o un pubblico – con un bidone dell’immondizia al posto del cuore (cit. Gianluigi Buffon) potrebbe sgamarlo subito: la ricerca di un contatto non significa che il contatto sia umanamente significativo.

3 Le Endrigo “Panico”

In questa fase storica la diffusione del panico è una tendenza irresistibile quanto accattivante: chiunque si presenti a una festa con un po’ di panico fa immediata simpatia, e porta con sé quel pizzico di frivola negligenza che risulta sexy a prima vista. Bella per Le Endrigo che hanno assemblato una canzone attorno a questa parola-chiave che potrebbe anche funzionare come hashtag, anche nella ripetizione #Panicopanicopanicopanicopanico, cinque volte a botta come fanno loro. D’altra parte, come spiegano loro medesimi, “ripetere ancora ed ancora le cose le fa un po’ più dolci e croccanti fuori – e allora panico, panico, panico, panico, panico”. Dopo due minuti il pezzo ha già detto tutto quel che poteva, perciò saggiamente staccano subito la spina – perché si sa che il panico è simpatico, ma dopo un po’ annoia.
Momento chiave: il ritornello sostenuto dalle chitarre che più che suonate, vengono tempestate di schiaffi. Siamo sempre, colpevolmente, favorevoli.
Punto debole: c’è un pochino di mestiere nella costruzione del brano – detto con tutta onestà, nell’economia di un album rock con tutti i crismi, questo sarebbe un riempitivo (o filler, per quelli che sono nel ramo e sul ramo). D’altro canto gli album rock non si fanno più, quindi il problema alla fine non sussiste realmente.

2 Bengala Fire “Amaro mio”

Beh, qui c’è qualcosa. Non siamo di fronte a un pezzone, e chi scrive non si sente di concedergli un qualche primato (di qui, il n. 2) perché se il pezzo conservasse l’irruenza dell’attacco per tutti i suoi due minuti e 27 (che sono pure pochi santiddio, che ci voleva?) invece di rallentare per enfatizzare le trovate liriche nel clima psych-blues della fase centrale sarebbe ovviamente più a fuoco. Ma per l’appunto, sarebbe stato anche più ovvio, e da quanto ci è dato sentire in questo pezzo, qui abbiamo una band che pare rifuggire dalle scelte ovvie. Il testo ha dei momenti oggettivamente pretenziosi ma per sua stessa ammissione: “the sense elusive but the soundtrack boogies, yeah the soundtrack boogies”.
Momento chiave: l’intro. Dopo il riffone raddoppiato, il momento in cui le chitarre tacciono quando entra la batteria, e una volta caricate le armi – e mostrate all’uditorio – la band parte insieme all’attacco. Qui c’è gente decentemente addestrata, e pronta a dei raid.
Punto debole: un po’ di name-dropping sospetto nel testo (“As a Jesus movie featuring Thanatos featuring Lil Uzi”), e anche l’accenno a Instagram sembrano buttati lì puramente per attirare la nostra attenzione. Che avevano già. Occhio, perché quando si fa citazionismo per vestirsi di coolness, poi è un attimo ritrovarsi a scrivere robe su Breaking Bad con la lestofante presunzione che significhino qualcosa.

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