La cassetta da cui è nato il mito degli Iron Maiden | Rolling Stone Italia
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La cassetta da cui è nato il mito degli Iron Maiden

Steve Newhouse è stato il roadie del gruppo inglese fino al 1984. In questo estratto da ‘Loopyworld. I miei anni con gli Iron Maiden’ racconta l'ingresso della band nel giro metal che conta

Foto: Robert Ellis/Hulton Archive/Getty Images

L’Heavy Metal Soundhouse, che se non ricordo male era meglio conosciuto dalla gente del posto come Bandwagon, era un piccolo club appiccicato a un grande pub chiamato Prince of Wales, su una rotonda in centro a Kingsbury, distretto postale NW9. Parcheggiammo ed entrammo.

Il primo impatto me lo diede il volume altissimo. Non tanto le dimensioni del posto, ma il volume. Era semplicemente assordante. Come mettemmo piede all’interno, Never Say Die dei Black Sabbath schizzò fuori dagli amplificatori dimostrandomi che eravamo capitati nel posto giusto.

Per dare un’idea di cosa intendo, i Maiden suonavano veramente a palla durante le prove… su una scala da uno a dieci, direi a otto. Ecco, quegli amplificatori erano costantemente a dieci. C’era un tale frastuono che avrebbe mandato fuori scala un sismografo Richter.

Io, Harry e Tina rimanemmo in piedi per circa mezz’ora a guardare i metallari scuotere le teste a tempo di musica – il famoso headbanging – finché Steve decise che era giunto il momento di avvicinare il ragazzo dai capelli lunghi al mixer, per scambiare due parole. Quando partiva, Harris non si tirava mai indietro. Era sempre motivato e sempre guidato dal suo istinto.

Lasciammo un momento Tina al bancone del bar a tenere d’occhio i nostri drink. Neal Kay aveva l’aria di chi le aveva già viste tutte. Con i suoi lunghi capelli biondi, folti baffi e stivaloni col tacco ci osservò arrivare con un’espressione che diceva: «Ecco che ci risiamo». Sarei curioso di sapere cosa pensava che stesse per succedere, e sono sicuro che ne abbia parlato da qualche parte, ma è comunque un’altra storia.

Steve brandiva il demo con piglio deciso. Neal ci venne incontro presso gli scalini della sua pedana.
«Salve ragazzi», disse. «Come posso aiutarvi?».
Steve gli passò il demo e rispose semplicemente: «Puoi darci un ascolto?».
Neal accettò la musicassetta, e ci spiegò quante decine ne ricevesse e quanto poco tempo avesse per ascoltarle tutte. Ma si disse d’accordo a dare alla band una possibilità, e alla fine era tutto ciò che chiedevamo.

Restammo ancora per ascoltare Victim of Changes dei Judas Priest. A quel volume, sarebbe stato scortese non farlo. Steve non aveva bevuto, essendo l’unico che poteva guidare, così al ritorno si dovette sorbire i miei discorsi da ubriaco con Tina. Ma fu una bella serata, anche se le mie orecchie rimasero frastornate per un paio di giorni.

Qualche tempo dopo, per la precisione lunedì 22 gennaio, il mio telefono trillò e un pazzo dall’altro capo del filo farneticò in modo delirante su quanto fosse bello il nostro demo.
Era Neal Kay.

Prima di tutto, si scusò per la sua reazione blanda di qualche sera prima, adducendo motivazioni tipo: «Non sai quanta roba mi passano tutti i santi giorni», blaterando di scaffali pieni di musicassette e cose così. Poi mi disse quanto fosse rimasto impressionato dal demo e che avrebbe voluto organizzarci un concerto al Bandwagon appena possibile.

A quei tempi Steve non aveva il telefono, per cui mi affrettai a raggiungerlo a casa sua e gli riferii la mia conversazione con Neal. Tutto ciò che Steve fece nei successivi cinque minuti fu ripetere almeno una quarantina di volte: «Oh, cazzo», «Oh, puttana miseria». Una volta ricomposto, si fece prestare ancora la macchina dalla nonna e mi riportò a casa, dove poté telefonare immediatamente a Neal Kay. Il nostro primo concerto all’Heavy Metal Soundhouse fu organizzato in fretta e furia per il sabato successivo, il 27.

Dopo qualche giorno, Steve mi telefonò sul lavoro per informarmi che lo show di sabato era stato annullato, in quanto Paul Cairns sarebbe stato assente ingiustificato e Doug si stava ancora riprendendo da una botta di influenza. Le prove del venerdì sera si tennero comunque, ma senza Doug. Paul Cairns invece si presentò, fece le sue scuse a tutti e suonò incredibilmente bene.

L’unica cosa degna di nota di quella strana sessione di prove fu il mio incontro con Dave Lights, un ragazzo con cui avrei lavorato fianco a fianco negli anni a venire, e che sarebbe diventato anche un buon amico. Lo trovai sin dall’inizio una persona squisita. Alto, magro ed entusiasta di tutto ciò che ci stava accadendo intorno; era molto difficile non volergli bene.

La sera dopo, quella in cui avrebbe dovuto svolgersi il concerto, Steve decise di andare comunque al Bandwagon per scusarsi col pubblico, ma prima aveva un paio di faccende da sbrigare.

Il suo amplificatore per il basso cominciava a dare i numeri e la cosa non lo faceva felice, per cui mi venne a prendere alle dieci del mattino per portarmi a Wandsworth, nella zona sud-ovest di Londra, a cercarne uno nuovo. Non trovò nulla di suo gradimento, perciò investì il denaro in una caparra per un nuovo cabinet che gli piaceva molto. Non era nuovo a cose del genere, un po’ strane. Una volta andammo a cercare uno stereo per la sua stanza e ritornammo con una racchetta da tennis.

Nel pomeriggio aveva una partitella di calcio con la sua amata compagine dei Melbourne Sports, che vinsero debitamente per 3-2. Poi rientrò a casa per prepararsi, mentre io stavo seduto in cucina con sua nonna a bere tè e a divorare i suoi biscotti preferiti. Poi andammo a prendere Paul e finalmente ci ritrovammo sulla North Circular in direzione Kingsbury.

Al nostro arrivo, il parcheggio era pieno e trovammo un posto solamente a circa un chilometro e mezzo di distanza, poi tornammo al pub a piedi. Il locale era pieno come un uovo – era persino difficile entrare e raggiungere il bancone del bar. Era forse per causa nostra?

Sembrava proprio di sì. In meno di una settimana, ogni singolo metallaro di ogni parte di Londra aveva ascoltato il demo e non vedeva l’ora di poter assistere a un nostro concerto dal vivo.

E noi eravamo lì per scusarci? Devo ammettere che mi sentivo un po’ sopraffatto dal seguito che stava avendo la band. Tutto ciò che avevamo fatto sino ad allora era un misero demotape, eppure centinaia di persone erano andate fuori di testa.

Steve salì sul palco e fece un discorsetto, ringraziando tutti per essere venuti e promettendo di recuperare il concerto nel più breve tempo possibile. Ottenne un boato di approvazione da parte del pubblico. Molti gli annuirono compiaciuti quando, passando tra la gente, riprese la via del bancone.

Neal Kay fece partire Prowler dal demotape e la reazione fu incredibile. Sin dal primo accordo, la pista da ballo si riempì con duecento persone che scuotevano la testa, mimando il gesto della chitarra e della batteria, tutti con lo stesso proposito in mente: godersi il momento.

Devo ammettere che anche io, Steve e Paul ce lo godemmo, in piedi al lato del bancone a osservare il delirio collettivo. Non avevamo mai visto una cosa del genere.

Bevemmo pinte di birra provenienti da ogni direzione, anche se in qualche modo Steve avrebbe dovuto riportarci a casa, per cui le accettava e le passava a me e a Paul. Al momento di rientrare, rimase l’unico sobrio e in grado di camminare da solo e di guidare. Le nostre orecchie fischiavano e gli stomaci erano pieni di birra, tranne ovviamente il suo, e così ci riportò a destinazione sani e salvi. Lo ringraziai e gli dissi che gli avevo lasciato un regalino sul sedile posteriore. Mi chiese cosa fosse. Risposi che erano sei lattine di birra che avrei voluto bere sulla via del ritorno, ma essendo in quello stato, ovviamente non l’avevo fatto. Aggiunsi che anche lui aveva il diritto di festeggiare quella serata unica. Non gli dissi, però, che le avevo prese dietro la console di Neal. A quei tempi avevamo una sorta di proverbio che diceva: «Se non è inchiodato a qualcosa, allora è mio».

Tratto da Loopyworld. I miei anni con gli Iron Maiden di Steve “Loopy” Newhouse, Tsunami

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