Home Musica

La beneficenza non basta se l’industria discografica è basata sul razzismo

Il Blackout Tuesday è solo l’inizio. La sfida che le etichette si trovano ad affrontare consiste nell’assumere dirigenti neri, smettere di dividere la musica secondo linee razziali, equilibrare i rapporti di forza con gli artisti

Era il settembre 1978 quando il grande produttore soul Kenneth Gamble contribuiva al lancio della Black Music Association. Il nuovo gruppo di pressione mirava al «riconoscimento e alla celebrazione della forza economica e culturale della black music e di chi la crea». Come ha spiegato Gamble anni dopo, «era ora che un’iniziativa mirasse a integrare i lavoratori neri dell’industria discografica». La BMA coinvolgeva artisti e dirigenti. Le due categorie si trovavano sedute ai lati opposti dei tavoli di negoziazione, ma entrambe avevano sperimentato sulla propria pelle il razzismo. Lo slogan dell’associazione era «black music is green», una cosa tipo: la musica nera crea i verdoni. Travolta dalla frammentazione delle agende dei suoi leader, col tempo la BMA ha perso d’importanza.

Dopo il Blackout Tuesday di martedì scorso, quando le grandi etichette hanno fermato il lavoro, si è tornati a parlare dell’esperienza della BMA. «C’è bisogno di una cosa come quella», dice un dirigente che ha aderito al blackout del 2 giugno. Mentre infuriavano le proteste per la morte di George Floyd a Minneapolis, per una volta le etichette hanno agito in modo unitario. Sono nate due domande correlate e parallele. L’industria musicale può usare risorse e influenza per aiutare a contribuire alla riduzione della brutalità della polizia e combattere il razzismo sistemico? E poi, l’industria musicale può affrontare il suo stesso razzismo e costruire un futuro più giusto?

Secondo alcuni, il Blackout Tuesday è stato un gesto di autocompiacimento che non ha fatto altro che distrarre l’attenzione dalle proteste per la morte di Floyd. «Se non voglio essere sfruttato dal business della musica mi basta non firmare un contratto», dice un altro manager che ha preso parte all’iniziativa di martedì. «Ma ancora non so come fare per non essere ammazzato da un agente di polizia».

La conversazione sui modi in cui «l’industria discografica tiene a debita distanza le persone di colore», per dirla con le parole di un A&R, sta vivacizzano una discussione in corso da decenni e che negli ultimi anni stava diventando sempre più pubbliche. Si parla di contratti incredibilmente squilibrati che continuano a far guadagnare milioni di dollari all’industria facendo ricadere solo una piccola parte di quella ricchezza sugli artisti, e dei tanti mezzi che un’industria musicale gestita prevalentemente da ricchi dirigenti bianchi usa per trarre profitto dalle creazioni degli afroamericani. Si parla di rendere trasparente un sistema che prospera sull’opacità e di impegnarsi in un’azione collettiva in un business musicale spietato e a volte vendicativo (quasi tutti coloro che sono stati intervistati per questo articolo lo hanno fatto in modo anonimo, per evitare ritorsioni) che non promuove alcuna forma di solidarietà, ma anzi una feroce competizione tra le etichette e all’interno di esse.

«Nessuna major discografica starebbe in piedi se il sistema fosse equo»

«Non ci si aspetta che le multinazionali cambino da un giorno all’altro», afferma un dirigente, «ma che almeno dicano che finora hanno fatto le cose in modo sbagliato, che senza la comunità nera non guadagnerebbero un dollaro, che va costituito un fondo per aiutare chi ha bisogno».

Cercare di dare una risposta sincera a queste domande significa mettere in discussione la natura stessa del business delle major, che è stato eretto sullo sfruttamento, non di rado di carattere razzista e sessista. «Le etichette vogliono fare soldi e basta», dice il rapper Royce da 5’9”, che ha lavorato con le major, ma ora è indipendente. Un A&R va oltre: «Nessuna major discografica starebbe in piedi se il sistema fosse equo».

Prendiamo il tipico contratto discografico. Prevede che un artista rinunci ai diritti sulla sua musica, spesso per sempre, in cambio di un anticipo e, forse, del diritto di intascare 18 centesimi per ogni dollaro guadagnato dalle registrazioni. E tutto solo dopo che l’etichetta ha recuperato i soldi spesi per l’anticipo, per il marketing, per supporto al tour e altre uscite.

«Quando presta soldi, il music business è uno dei sistemi più predatori che esistano», afferma un manager. «È peggio di una banca. Uno paga un tasso d’interesse alto, ma una volta estinto il debito gli resta la casa. Nell’industria musicale no, cedi la tua musica per l’eternità e non l’avrai mai più indietro».

E poi c’è il razzismo, che è presente fin dagli albori dell’industria del disco. In fin dei conti, il termine R&B è stato coniato per sostituire “race music”. Le classifiche sono sempre state per lo più segregate, con musicisti bianchi autori di gran parte di rock, country e pop, e musicisti neri che si fanno strada nell’R&B e nell’hip hop. Chi ha cercato di far saltare lo schema è stato penalizzato. L’anno scorso Lil Nas X è stato eliminato dalla classifica country di Billboard, mentre i musicisti bianchi che fanno hip hop come Post Malone o G-Eazy e R&B come Adele continuano a raccogliere i frutti del loro lavoro.

«Devono assumere genere di colore, a tutti i livelli»

L’industria musicale somiglia a quelle classifiche. I dirigenti neri si occupano per lo più di urban, ovvero hip hop e R&B, quelli bianchi sono liberi di muoversi a loro piacimento tra i generi. E questo succede nonostante hip hop e R&B siano gli stili dominanti dell’era dello streaming. «Il pop è nero, ecco cos’è», dice un A&R che lavora prevalentemente con rapper e cantanti R&B. «Gli uffici devono riflettere chi c’è in classifica, è molto semplice».

Raggiungere questo “semplice” obiettivo è una grande sfida per un’industria musicale che non è abituata a mettere in campo azioni collettive efficaci. All’epoca, la BMA riuscì ad operare trasversalmente aprendosi una strada fra artisti, dirigenti, distributori ed emittenti, ma alla fine la divisione in fazioni la annientò. «Nel music business, la gente non condivide informazioni, si è sempre in competizione», dice Royce da 5’9″.

Esistono i sindacati, ma non sono pensati per affrontare il tema dell’ingiustizia razziale insita nel music business. E comunque buona parte dei dirigenti delle etichette discografiche non possono aderirvi in quanto manager.

«Avere la proprietà dei master con la nostra musica: ecco che cosa aiuterebbe gli artisti neri»

La categoria che più di ogni altra può fare la differenza è quella degli artisti. Il loro coinvolgimento è cruciale. In passato, artisti con un grande potere non l’hanno usato per cercare di smontare il sistema che dava loro da mangiare. «Quando un artista nero di successo entra nella sede di un’etichetta discografica e vede che nella sala conferenze ci sono solo persone bianche, perché non dice qualcosa?», chiede un A&R. «Potrebbe dire una cosa tipo: è strano, non faccio musica per persone che vi somigliano. E invece non lo fa. Incassa un assegno, fa foto con chiunque, va avanti».

Un artista nero sotto contratto con una major afferma che per i dirigenti vale più o meno la stessa cosa. «I neri che lavorano nel settore come dirigenti o A&R sanno che la situazione fa schifo, ma non vogliono mettere a repentaglio il loro lavoro o la loro reputazione schierandosi apertamente per un artista nero. Possono arrivare solo fino a un certo punto, perché le grandi etichette sono ancora gestite dai bianchi».

Per cambiare gli equilibri di potere, dirigenti e manager hanno sviluppato alcune proposte. «Devono assumere persone di colore a tutti i livelli», dice Kayode Wellington, manager che ha lavorato per Epic Records e Pulse Music Group. È altrettanto importante che «le persone che entrano in azienda abbiano di fronte a sé un percorso di carriera chiaro e strutturato», dice Craig Baylis, veterano della major (Sony, Warne), talent manager e brand strategist. «Come possono altrimenti identificare e annullare il razzismo sistemico e dare risalto alla gente di colore?».

«Ci vuole la parità contributiva fra dirigenti bianchi e neri»

«Se lavori in Toyota, sai che dopo un certo tempo avrai un aumento e passerai di ruolo, a certe condizioni», dice Baylis. «In una casa discografica, invece, entri come assistente, ti fai 10 mila follower su Instagram, organizzi una bella festa, ti fai amico qualcuno di influente e finisci per diventare vicepresidente». Un A&R chiede maggiore trasparenza sui salari: «Finché non ci sarà, sarà difficile far sì che i dirigenti neri siano pagati quanto i colleghi bianchi».

È necessario inventare un sistema che garantisca che le etichette agiscano attivamente per ridurre la disuguaglianza razziale. Non sono fatte per autoriformarsi. Se in passato hanno licenziato dirigenti accusati di violenza sessuale o hanno ridotto la pratica delle bustarelle è perché sono state costrette a farlo da un qualche potere esterno. Ecco perché Baylis propone la creazione di un organismo indipendente incaricato di monitorare le azioni delle major. «Questo organo di governo non dovrebbe essere controllato dalle etichette, né dovrebbe occuparsi di promuovere gli artisti».

Se attuate correttamente, queste misure potrebbero contribuire a incrementare il numero di dirigenti neri in posizioni di potere. Ma è sufficiente? Il modello di business che sta alla base delle major non cambierebbe e rimarrebbe focalizzato sui “prestiti predatori” agli artisti esordienti e alla divisione lungo linee razziali.

«Avere la proprietà dei master con la nostra musica: ecco che cosa ci aiuterebbe», dice un artista. «Dovremmo possedere la musica che facciamo, o in alternativa avere quote dell’etichetta quando firmiamo un contratto. Chiedere di essere proprietari dei master non dovrebbe essere considerato folle».

Per Royce da 5’9″ la settimana del Blackout Tuesday è solo l’inizio. «Non possiamo lanciare iniziative in un momento di grande caos e poi fermarci», dice. «Continuiamo la battaglia».

Ha contribuito Brendan Klinkenberg.