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Kendrick Lamar, nessuno come lui

In ‘Mr. Morale & the Big Steppers’ il predestinato del rap s’interroga su questioni personali e globali, dalla cancel culture alla cultura delle gang, dal governare se stessi al governare una nazione

Kendrick Lamar

Foto: Renell Medrano

Kendrick Lamar incarna tutte le migliori qualità dei rapper neri che lo hanno preceduto: la leadership carismatica di Tupac Shakur, la straordinaria abilità di Notorious B.I.G. nello scrivere i testi, l’autorevolezza politica di Jay-Z, la profondità di pensiero di Nas. Non c’è stato gigante a cui non sia stato paragonato e ognuno dei grandi ancora viventi ne ha riconosciuto la grandezza. Nella scena rap tutti vogliono un pezzo di Kendrick, e Kendrick è un pezzo di tutti noi. È il Prescelto, l’eroe che salverà la cultura hip hop e la innalzerà a vette mai raggiunte: il primo a renderla degna del premio Pulitzer e chissà, forse anche il primo a darle una chance concreta di guadagnarsi il premio Nobel.

Ma questo plauso unanime, questa immensa mole di aspettative, questo inscalfibile senso di appartenenza che genera negli adepti come nei profani anziché facilitarlo rischiano di ostacolarlo. Tant’è che la pubblicazione di Mr. Morale & the Big Steppers, uscito venerdì scorso, è stata accompagnata da un coro di voci discordanti sui social. C’è chi ha gridato immediatamente al capolavoro (anche troppo immediatamente, forse: neanche il tempo di ascoltarlo una volta per intero, e ci vuole un po’, considerando che è un doppio album da 18 tracce) e chi si è dichiarato annoiato e deluso.

Nulla che non fosse già successo in passato, sia chiaro: è da almeno dieci anni che ognuno dei suoi lavori è seguito da una lunga serie di speculazioni e rivalutazioni. Non è che To Pimp a Butterfly è musicalmente troppo arzigogolato rispetto a Good Kid, m.A.A.d City? Non è che Damn è troppo diretto e crudo, rispetto a To Pimp a Butterfly? Non è che Mr. Morale & the Big Steppers è troppo pretenzioso e cervellotico, rispetto a Damn? Cose che capitano, quando non ti accontenti di ripeterti e ambisci a evolverti a ogni disco. Di certezza ce n’è solo una: che alla fine, e giustamente, tutti questi album sono entrati nella storia della musica. E che nessuna delle evoluzioni di Kendrick Lamar si è rivelata azzardata o poco riuscita.

Nulla fa presagire che non succederà lo stesso anche con Mr. Morale & the Big Steppers, che è ancora un mistero tutto da svelare: il materiale su cui riflettere è tantissimo, e il diretto interessato non ha certo contribuito a fare chiarezza sull’argomento, chiudendosi in un mutismo ermetico fin dalla sua uscita. Perfino il titolo del disco è ancora aperto a interpretazioni, visto che il diretto interessato non l’ha spiegato. D’altra parte, il trait d’union dell’intero progetto è proprio un costante interrogarsi su questioni personali e globali, dalla cancel culture alla cultura delle gang, dal governare se stessi al governare una nazione. Un interrogativo in più o in meno non fa la differenza.

Kendrick è tradizionalmente una persona molto riservata: non ha mai raccontato molto di sé. Si sa che sta fin dai tempi del liceo con una sua ex compagna di scuola, Whitney Halford, la cui voce compare anche in diverse tracce dell’album, e che insieme hanno due figli, un bambino e una bambina: presumibilmente, ma non sicuramente, sono quelli che compaiono con loro nella foto di copertina. Si sa che di recente ha fatto un lungo viaggio in Ghana, che a quanto pare lo ha molto ispirato per la realizzazione delle sue ultime canzoni, spingendolo a riflettere ulteriormente sull’evoluzione della società afroamericana. Ma da questi pochi indizi è impossibile capire se quello di cui parla nell’album è il vero sé, o un sé spersonalizzato e collettivo, che incarna tutti i principali pregi e difetti della sua comunità.

Lamar sulla copertina di ‘Mr. Morale & the Big Steppers’

Sarà lui che va dallo psicologo, come racconta in United in Grief, o parla di una pratica che comincia finalmente a sdoganarsi anche tra i maschi afroamericani, di solito molto restii ad andare in terapia? Sarà lui che si chiede come evitare di trasmettere la mascolinità tossica e un retaggio di violenza ai suoi figli, o in Father Time e in Mother I Sober racconta i problemi di un’intera società? Le esperienze narrate in Auntie Diaries, in cui un giovane riflette sul suo rapporto con uno zio transgender e con un cugino gay, sono relative a lui e ai suoi veri parenti o si tratta di personaggi inventati? Continueremo a chiedercelo ancora molto a lungo, probabilmente, perché K.Dot non ha nessun interesse a toglierci il dubbio. E va bene così. Come nelle migliori opere d’arte, è necessaria la sospensione dell’incredulità per godere appieno del mondo che ha creato per noi. È un mondo talmente tridimensionale e non stereotipato che a tratti non sembra quasi verosimile, ma perché mai dovrebbe semplificare se stesso e il suo pensiero per venire incontro alla nostra pretesa di identificarci in quello che dice?

Quando si tratta di dischi rap, la tendenza è spesso quella di cercare la cosiddetta realness in ogni singola barra. Ma il punto più interessante di Mr. Morale & the Big Steppers, in effetti, non è la veridicità del suo contenuto: è tutto il resto che dovrebbe attirare la nostra attenzione. La capacità di Kendrick di alternare diversi registri linguistici e stilistici, ad esempio: risulta convincente sia nei brani più personali e sentiti, come nella spietata autoanalisi di Mirror, che in quelli più cinematografici, come We Cry Together, in cui lui e l’attrice Taylour Paige inscenano magistralmente un ferocissimo litigio di coppia. La capacità di creare un assortimento di collaboratori diversissimi, che come per magia ci appaiono coerenti tra di loro e con lui: Beth Gibbons dei Portishead, Ghostface Killah del Wu-Tang Clan, Sampha, Kodak Black, e sì, perfino Eckhart Tolle, autore di manuali di auto-aiuto best seller. La capacità di cambiare costantemente ritmo, tono e argomento all’interno di ogni singola traccia, di suonare incalzante ma riflessivo, all’avanguardia ma rétro, troppo eclettico per gli amanti del rap duro e puro ma troppo duro e puro per gli amanti della musica eclettica.

Nessuno è come lui; purtroppo e per fortuna, perché digerire un album dei suoi è quasi un lavoro a tempo pieno. Arriveremo a capirlo appieno solo tra cinque anni, alla vigilia dell’uscita del prossimo. E alcuni di noi arriveranno ad essere d’accordo con lui e con la sua visione solo quando sarà già passato oltre. D’altra parte, ce lo immaginavamo già: dal Prescelto non ci saremmo aspettati niente di meno.

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