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Kanye West ha perso il tocco magico

'Donda 2' non è all'altezza della fama di Ye. L'ossessione di sé diventa mercificazione, piccole trovate sostituiscono i colpi di genio. Meno autonarrazione e più musica eccitante, grazie

Kanye West

Foto: Edward Berthelot/Getty Images

Le storie che raccontiamo ai nostri figli li aiutano a capire il loro potenziale. Le scene più commoventi dell’ultimo episodio di jeen-yuhs: A Kanye Trilogy, il documentario uscito su Netflix, lo confermano. La madre di Kanye, la professoressa e attivista Donda West, credeva nei sogni del figlio senza alcuna esitazione. Lo incoraggiava a puntare più in alto possibile: le immagini di loro due assieme, girate decenni fa, ci mostrano un giovane Ye in pace con sé stesso. Non c’è rigidità, ma calore e Kanye somigli all’orsacchiotto sulla copertina di The College Dropout più che al colosso che è diventato negli anni. I registi Coodie e Chike, poi, montano le scene con una grazia impossibile. Vediamo Kanye che canta Hey Mama prima durante le riprese dello show di Oprah, poi per la madre nella sua casa d’infanzia. E per un attimo capiamo perché il lutto dopo la sua morte nel 2007 l’ha colpito profondamente.

Uscito questa settimana, il terzo capitolo di jeen-yuhs cristallizza il mito di Kanye West come genio creativo represso da una società che si rifiuta di accettarlo. Lo osserviamo in video ripresi lungo oltre dieci anni: i deliri sul palco, l’ingresso nel mondo della moda e, ovviamente, il momento “I’ma let you finish” con Taylor Swift. Il documentario si sofferma in particolare su un’apparizione al Tonight Show poco dopo quello che era successo ai VMA del 2009. Kanye, ammutolito dal lutto, ascolta Jay Leno che fa una serie di domande fuori luogo: «Qualche anno fa ho avuto la fortuna di incontrare tua madre. Cosa credi che direbbe di tutto questo?». A guardare quelle immagini ora, l’intervista sembra un atto di violenza. A poco meno di due anni dalla morte di sua madre, Kanye doveva rispondere proprio alle domande di uno come Jay Leno. Non è un caso che negli anni successivi abbia messo al centro della sua identità il controllo di questa storia.

A volte, però, le storie gettano un’ombra sulla realtà. Jeen-yuhs è diventato, intenzionalmente o meno, lo sfondo dell’ultimo progetto di Ye, il confusionario Donda 2. Pubblicato esclusivamente sullo Stem Player, il dispositivo di punta della cosiddetta Yeezy Tech, è l’ultimo di una serie di progetti ispirati da Donda West. A differenza del documentario, il disco soffre delle manie di controllo di Kanye. Il calore che la madre ha dato al film è totalmente assente nel disco. Invece di raccontare un artista che supera il dolore del divorzio, Donda 2 assomiglia di più a un riposizionamento dell’immagine pubblica di Kanye.

Se consideriamo jeenn-yuhs e Donda 2 come una cosa sola, insieme all’abbandono di Kim del cognome West di qualche giorno fa, arriviamo a una sorta di svelamento. Non necessariamente dell’individuo Kanye. Nonostante stia vivendo un divorzio doloroso, ha un successo sempre più grande nel mondo della moda e in quello della tecnologia. Il punto è che non si può dire lo stesso della sua musica. Anche dopo che l’amicizia con Donald Trump e la campagna elettorale per le presidenziali nel 2020 hanno rovinato la sua immagine, anche dopo averlo visto cercare di riconquistare in pubblico (a volte in maniera preoccupante) l’attenzione dell’ormai ex moglie, si pensava che la musica l’avrebbe riscattato. In fondo è sempre stato così.

Poco prima dell’uscita del primo Donda, i fan scherzavano dicendosi esaltati dall’idea di un disco ispirato dal divorzio. L’idea era che West avesse registrato i suoi album migliori nei periodi di maggiore agitazione emotiva. Il grandioso spettacolo dell’uscita, con Kanye che si piazza al Mercedes Benz Stadium di Atlanta per finire le registrazioni, poteva essere paragonato al lavoro dell’artista e regista Matthew Barney, un uomo che una volta Kanye ha definito come il suo Gesù. Il problema è che il disco finito non aveva alcunché della complessità delle opere di Barney. Invece di rendere più complesse la sua mitologia e la sua mascolinità, Kanye si è adagiato su una serie di metafore scontate a proposito della nostalgia per Kim. Era la storia di un marito sotto attacco che combatte per la sua lei.

Donda 2 è ancora più banale. È difficile considerarlo come un prodotto finito – l’ultimo aggiornamento sullo Stem Player, intitolato V2.22.22, contiene solo alcune delle canzoni presentate alla LoanDepot Arena – ed è meno ambiguo del precedente. Security fa chiaramente riferimento a uno degli ultimi scandali da tabloid, cioè Kanye che non riesce a vedere i figli perché bloccato dalle guardie del corpo di Pete Davidson. Certo, la rabbia di Kanye ha sempre il suo fascino. “Non mettetevi tra un uomo e i suoi figli”, dice. “Non esiste scorta abbastanza grande”. È una dichiarazione arrogante presentata con la rabbia di un adolescente, ma è a suo modo affascinante, come del resto tutte le sue uscite balorde. Se il pezzo non fosse stato assemblato in modo tanto sciatto – un beat quasi inesistente di batteria accompagna Kanye che legge una lista di minacce – avrebbe anche funzionato. E invece mette a disagio. È come ascoltare per sbaglio una persona che parla col suo psicologo.

 

 
 
 
 
 
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Ovviamente, Kanye non “negozia con gli psicologi”, come ci dice in Eazy, il pezzo con The Game presentato a Miami e pubblicato sulle piattaforme di streaming tradizionali. Il beat ricorda Thug from Around the Way di Slim Thug e contiene un kanyeismo perfetto: “Come faccio a non mettere niente sul piatto se il piatto sono io?”. Qui persino le incessanti provocazioni a Davidson hanno un’aria sfacciata e vitale. In fondo il tipo è piuttosto odioso, così frasi come “Dio mi ha salvato da quell’incidente, così potrò fare il culo a Pete Davidson”, funzionano perché rinforzano il Kanye Cinematic Universe, un riferimento all’incidente del 2002 che qui diventa un mito fondativo. È roba minore per uno come Kanye e in Donda 2 non è compensata da momenti brillanti.

Anzi, la cosa si fa ancora più torbida. Prendete Sci-Fi: la canzone si apre con la voce di Kim Kardashian, un sample della sua apparizione a SNL dello scorso autunno. «Ho sposato il miglior rapper di tutti i tempi», dice lei, poi definisce Ye «il nero più ricco d’America». Il momento è cringe di per sé, ma diventa ancora più pesante se messo nel contesto. Il sample, infatti, si chiude subito prima della battuta: «Quando ho deciso di divorziare, il punto era uno solo: la sua personalità». Il resto della canzone si snoda su un arrangiamento cupo e scarno. “Benvenuti nella fantascienza”, canta Kanye. “Fate una scelta: ossigeno o wi-fi”. È brillante, certo. Funziona per un pezzo di Kanye del 2022, il problema è che il testo non dice nient’altro, o quasi.

Il disco ha anche bei momenti. A volte Ye si avventura in territori più creativi, come nella trascendente Too Easy, che in qualche modo riesce a raggiungere l’emotività di 808s and Heartbreak, mentre Lift Me Up è un palco perfetto per la voce angelica della cantante r&b Vory. City of Gods, il pezzo con Alicia Keys e Fivio Foreign, è un degno seguito di Empire State of Mind con Jay-Z, un aggiornamento necessario alle canzoni su New York perfette per una partita dell’NBA. Poi c’è la scattante ed esuberante Louis Bags, un pezzo che ci si toglie dalla testa a fatica. “Ho smesso di comprare borse Louis dopo che Virgil se n’è andato”, dice Kanye riferendosi alla morte dell’amico e gigante dell’industria della moda Virgil Abloh. È un brano celebrativo nascosto dalla solita esagerata franchezza che Ye non riesce proprio a contenere. A un certo punto arriva anche Jack Harlow, che sembra davvero felice d’essere lì. Dopotutto, un feat sul disco di Kanye ha ancora un bel valore.

Peccato che la la lista di collaboratori di Donda e Donda 2 non sia all’altezza del gusto di Kanye. Lo stesso Kanye che ha convinto una generazione di fan del rap ad ascoltare la house grazie a un sample di Larry Heard messo al punto giusto, il Kanye che ha trasformato un pezzo triste di Arthur Russell in una canzone che parla di guidare 150 chilometri per picchiare un tizio, ora sembra lontanissimo dalle sue radici da crate-digger. La cosa più eccitante della musica di Kanye West è sempre stata la sua immaginazione. Un tempo, il mondo dell’hip hop non faceva altro che inseguirlo – “Ho detto a Jay che avevo un pezzo con i Coldplay, subito dopo l’ha fatto anche lui”, diceva in Big Brother. Ora, con i suoi ultimi dischi, sembra sempre meno interessato ad allargare i confini del genere e più ai trucchetti per attirare i più giovani. Un feat con XXXTentacion è la versione rap del meme con Steve Buscemi: “How do you do, fellow kids?”.

Era prevedibile, almeno in parte. Uno degli elementi più interessanti di jeen-yuhs è il racconto dell’ascesa di Kanye che è accidentalmente parallela a un cambiamento epocale: Facebook è nato una settimana prima dell’uscita di The College Dropout, nel 2004, e si potrebbe dire che l’approccio di Kanye alla fama ha anticipato l’era degli influencer. La sua insistenza sul controllo della propria storia è lo specchio di un mondo sempre più ossessionato dalla costruzione di un’immagine pubblica perfetta per essere consumata online. La storia di Facebook, però, è un monito per Kanye. Donda 2, come gran parte delle cose che ha fatto dopo The Life of Pablo, scambia il controllo della propria storia con la mercificazione della propria vita. È un copione che abbiamo tutti smesso di interpretare nel 2019.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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