Jim Morrison è morto 50 anni fa e anche il suo mito non sta tanto bene | Rolling Stone Italia
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Jim Morrison è morto 50 anni fa e anche il suo mito non sta tanto bene

Davamo per scontata la sua presenza nelle nostre vite pop. E invece la figura del selvaggio letterato che cita Céline e intanto tira fuori l’uccello non sembra più in sintonia con la cultura contemporanea

Jim Morrison in concerto coi Doors nel 1968

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Qualcuno ha visto Jim Morrison? Dove sono nel pop la sua influenza, la sua musica, le sue parole? Il mito del cantante dei Doors pareva inscalfibile, la narrazione della sua scapigliatura e l’eco del suo messaggio di liberazione passava da fratello maggiore a fratello minore, di generazione in generazione. E con esse le canzoni che interpretava, quelle belle e facili come Light My Fire, quelle strane e interminabili come The End. Quand’ancora milioni di persone dovevano mettere le scarpe e uscire di casa per comprare dischi, le antologie e gli album dal vivo postumi ne consolidavano la memoria. Le t-shirt col suo viso, per sempre giovane e bello come tutti gli eroi, stavano di fianco a quelle del Che. Noi nascevamo, crescevamo, crepavamo. Lui restava immutabile e buono per tutte le stagioni, il petto nudo e le braccia spalancate come un Gesù Cristo freak. Sotto i pantaloni di pelle s’immaginava un’eterna erezione.

Non è stato sempre così. Dopo la morte del cantante, avvenuta a Parigi il 3 luglio 1971, i suoi musicisti avevano inciso altri due album a nome Doors, ma era chiaro che non sarebbero andati da nessuna parte. Si deve anche all’inserimento di The End nella memorabile scena d’apertura del film del 1979 di Francis Ford Coppola Apocalypse Now il rinnovato interesse per i Doors. L’anno prima era uscito l’album An American Prayer in cui i musicisti della band sovrapponevano basi musicali alle poesie scritte e recitate da Morrison: era stato un successo, tenuto conto della natura dell’operazione, e assieme un’operazione blasfema, o uno stupro come disse il produttore Paul A. Rothchild. L’anno dopo Apocalypse Now, in pieno revival, era uscito il libro che più di ogni altro ha contribuito all’idealizzazione dell’artista, Nessuno uscirà vivo di qui di Jerry Hopkins e Danny Sugerman, una storia «piena di stronzate» secondo l’amico del cantante Frank Lisciandro e tanta altra gente. A quel punto fu stampato un nuovo Greatest Hits da cinque milioni di copie vendute in America. Tre anni dopo è uscito l’album dal vivo un po’ raffazzonato Alive, She Cried. La figura di Morrison era pronta per essere venduta alla generazione X.

L’apice della mitizzazione di Morrison è rappresentata dal film di Oliver Stone The Doors. Era il 1991, the year punk broke. Chi l’ha conosciuto davvero, a partire dal tastierista del gruppo Ray Manzarek, ha criticato quel ritratto esagerato. Non era così, hanno detto, la sua vita non era tutta un dramma, non ha vissuto un’esistenza perennemente sopra le righe, non era tutto teatro, non era lo sciamano strafatto di Stone. E però di quella rappresentazione hanno goduto un po’ tutti, a partire da chi incassava le royalties dei dischi dei Doors e ne ha beneficiato la memoria stessa del cantante. E così, quando nel 1993 i Doors sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame, a cantare con loro non c’era uno qualunque, ma una delle maggiori rockstar al mondo (suo malgrado), ovvero Eddie Vedder. La musica e il mito di Jim Morrison c’erano. Erano pop.

E oggi? Una settimana fa Robinson, il supplemento culturale di Repubblica, ha messo in copertina Morrison descrivendo come vivo il mito boomer dell’angelo ribelle (definizione loro), il selvaggio letterato che cita Céline e intanto tira fuori l’uccello. In Italia sono anni che un disco dei Doors non entra in classifica e quando succede si tratta di un vinile. Antologie e dischi inediti di grandi miti del rock inattivi hanno altri riscontri e del resto i Doors non sono mai stati “larghi” quanto i Pink Floyd o i Beatles. A livello mondiale su Spotify, la principale piattaforma di streaming, i Doors hanno poco più di 9 milioni di ascoltatori mensili contro i 16 milioni dei Led Zeppelin, per fare un esempio. Evidentemente si va ad ascoltare altro: Smells Like Teen Spirit dei Nirvana ha superato il miliardo di stream, Light My Fire è a 190 milioni, che comunque non è male per un classico del rock, sono 10 milioni più di Help! dei Beatles.

La popolarità del gruppo misurata da YouTube, Spotify e le altre piattaforme di streaming descrive una sorta di onda sinusoidale, con periodiche oscillazioni verso l’altro e verso il basso. In Italia e nel mondo, ci sono stati picchi di ascolti nel 2015 e nel 2017. Qualcosa di simile è successo anche nella vendita di supporti fisici, con picchi nel nostro Paese nel 2008, nel 2010 e nel 2018. In ogni caso, l’Italia è al quinto posto per vendite di vinili dei Doors nel mondo dietro a Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito. Nel mondo il trend di interesse per la band pare discendente, ma le pubblicazioni che la riguardano continuano, evidentemente la voglia d’ascoltare e leggere c’è, le ultime in ordine di tempo sono, lato scritti & pensiero, il librone The Collected Works of Jim Morrison e lato musica la riedizione dell’ultimo lavoro dei Doors L.A. Woman (quello di Riders on the Storm, il loro pezzo che in streaming va di più) prevista a novembre. Si pensa anche a un nuovo biopic dedicato a Morrison e ai Doors per chi non era nato ai tempi di quello di Oliver Stone interpretato da Val Kilmer. Dati i precedenti di Elton John e soprattutto dei Queen, questo sì che potrebbe contrastare il trend.

Il punto è come lo si vuole raccontare Morrison nel 2021. Perché al di là dei numeri, l’impressione è che ci siamo messi alle spalle l’influenza culturale del cantante dei Doors, come del resto desideravano negli anni ’70 papà e mamme dei baby boomer. È presente e tanto nelle rievocazioni di siti e giornali, meno nella conversazione pop. Forse il santino di Morrison si sta ingiallendo, un fatto in parte spiegabile dall’influenza sempre più debole del rock sul nostro immaginario. Se il nome di Kurt Cobain bene o male circola ancora e finisce persino in tanti repertori rap, pochi citano Morrison. Uno degli ultimi da noi è stato Achille Lauro “sdraiato a terra come i Doors” a Sanremo 2019, memoria rielaborata delle esibizioni in cui l’americano saltava, si contorceva, mimava la morte del milite ignoto di fronte a un plotone di esecuzione. “Accendi il fuoco come Jim Morrison”, dice la donna di Guè Pequeno in Pezzi di Night Skinny e qualche altro esempio c’è, ma è poca cosa. In America fra i grandi l’ha tirato in ballo Lana Del Rey nella vecchia Gods & Monsters, “vivo come Jim Morrison” cantava e del resto la cantautrice condivide coi Doors il gusto per certe atmosfere torbide californiane, l’esatto contrario dell’estate infinita cantata dai Beach Boys.

È vero che qualunque performer appaia con indosso un paio di pantaloni di pelle e l’aria misteriosa evoca immediatamente Morrison, ma l’impressione è che la sua immagine sia datata e, pare incredibile, poco sexy secondo gli standard odierni. Del mito dell’ubriacone autodistruttivo convinto che la via dell’eccesso conduca al palazzo della saggezza (il citatissimo Blake) non si sa che farsene in un’epoca in cui i musicisti rock vengono accusati di avere sniffato cocaina e al posto di giocarci su s’offendono e dicono: io quella roba lì mai, per carità. Coi fan che commentano: bravi, date il buon esempio ai giovani. L’idea morrisoniana che dal caos sarebbe uscito per magia un mondo migliore pare oggi risibile. Siamo tutti più razionali, pragmatici. E le citazioni di Céline ce le aspettiamo nelle bio di Instagram delle influencer scosciate.

Leggo su Reddit un commento su Morrison, uno dei tanti: «Sembra un tipo che puzza e fa gaslighting». A differenza della generazione X, millennial e gen Z non hanno subito la martellante retorica dei formidabili anni ’60 e dei loro santini in bianco e nero. Oggi il mondo dei Doors, la liberazione sessuale, la guerra in Vietnam, l’altrAmerica, i grandi proclami, la musica che vorrebbe cambiare il mondo sono lontani. Quando uscì il film di Oliver Stone Morrison era morto da “appena” vent’anni. Ora ne sono passati 50 e la conversazione pop gira attorno a temi dell’inclusività e dell’ampliamento dei diritti civili. L’idea che i Doors fossero «politici erotici», da definizione del cantante, è formidabile e per certi versi attuale. Non sono politiche erotiche Beyoncé e Rihanna, ma anche Ariana Grande e Taylor Swift? È il campo di battaglia che è cambiato e Morrison è ampiamente sotto gli standard morali odierni.

Fra il cantante dei Doors che afferra per i capelli Janis Joplin perché la vuole scopare e lei che gli spacca in testa una bottiglia di Southern Comfort, così racconta il mito, è ovvio che si parteggi per lei. Quale figlia del #metoo penderebbe le parti di un ubriaco molesto, benché di talento? Ecco, forse Morrison andrebbe liberato dal suo mito unidimensionale affinché torni ad essere rilevante. Non più il narcisista che vuole godere fino a morire, ma il poeta sensibile che 50 e passa anni fa cantava d’ecologia, potere, conflitto generazionale e si esprimeva attraverso varie arti, la poesia, il cinema, la musica.

Ecco, la musica. Scrive una cosa giustissima Luca Valtorta su Repubblica e cioè che i Doors hanno rappresentato «la sensazione di pericolo imminente, paurosa e liberatoria» tipica del rock’n’roll. Una tensione speciale caratterizzava i loro pezzi migliori. Non sapevi mai che cosa sarebbe accaduto: Ray Manzarek avrebbe inserito un svisata del suo Vox Continental? La musica si sarebbe acquietata portandoci in un luogo lontano? Morrison avrebbe urlato un’oscenità o recitato una poesia di cui non s’afferrava il senso, ma che suonava bene? Avremmo sentito cantare di vita e morte e sesso o di qualche altra strana cosa a cui era difficile dare un nome? Sarebbe andata avanti per tre o per dieci minuti?

Qualcuno ha detto che quella musica metteva paura. Probabile, nel 1967. C’era un’idea di esplorazione dell’ignoto: mandavamo avanti loro per capire se c’era da farsi del male, li avremmo poi raggiunti sani e salvi. Oggi la musica che s’è presa il pop dev’essere rassicurante e celebrativa. E quando non lo è, risponde a cliché talmente consunti da farla sembrare una messa laica senza più significato. Quella roba non mette paura, è un fumetto.

In un mondo in cui l’immaginazione musicale passa attraverso criteri dettati dagli algoritmi, non servono ricerche di mercato, basta l’analisi dei dati: cosa va, quando deve durare una canzone, che ritmo deve avere, quali parole usare, con o senza #ad. Chi vuole evocare un senso d’avventura resta ai margini. Le precarie e a volte bislacche esplorazioni musicali dei Doors mal s’adattano a un tempo in cui gli ascoltatori giudicano una canzone in pochi attimi, per poi passare a quella dopo. “Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso!”, urlava Jim Morrison in When the Music’s Over. Oggi vogliamo il ritornello e lo vogliamo entro i primi 60 secondi.

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