Zakk Wylde: «Ozzy mi ha fatto diventare grande» | Rolling Stone Italia
Tosto e tenero

Zakk Wylde: «Ozzy mi ha fatto diventare grande»

Se Osbourne è la casa in cui è cresciuto, i Black Label Society sono l’appartamento in cui vive da adulto. È uscito ‘Engines of Demolition’: intervista al chitarrista che fa da tramite tra l’età dell’oro del metal e il presente

Zakk Wylde: «Ozzy mi ha fatto diventare grande»

Zakk Wylde e Ozzy Osbourne

Foto: Jen Rosenstein

Di Ozzy si può dire qualunque cosa, ma non che non avesse un talento innato, quasi uno shining nel riconoscere chitarristi straordinari. Forse perché, dopo aver convissuto per anni con Tony Iommi, aveva standard di eccellenza assoluta. Dopo essere rinato grazie alla scoperta di Randy Rhoads e crollato nuovamente dopo la sua morte, Osbourne ha scovato Zakk Wylde, artefice del secondo momento d’oro del Madman tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del nuovo millennio.

Oggi, a distanza di tanti anni, c’è qualcosa di  mitologico nel modo in cui Wylde si muove attraverso la storia del rock. Architetto di suoni, custode di tradizioni, ponte vivente tra l’era d’oro dell’heavy metal e il presente, con la sua barba da ZZ Top, gli occhiali scuri e le mani che sembrano aver plasmato il metallo stesso, è riuscito a costruire una carriera lunga decenni senza mai perdere intensità.

Ne è passato di tempo da quando ha sconvolto il mondo della chitarra con Miracle Man, eppure tra una band tributo ai Black Sabbath e un tour senza fine coi Pantera nel ruolo di erede di Dimebag Darrell, Zakk ha dimostrato una capacità rara: quella di mantenere la coerenza musicale di tutte le band che l’hanno cresciuto. E lo dimostra anche con i suoi Black Label Society e un album, Engines of Demolition, arrivato dopo quattro anni di scrittura frammentata tra tour e vita familiare, e che rappresenta forse il lavoro più maturo della sua carriera.

Quando penso alla tua carriera e ai tuoi progetti la prima cosa che mi viene in mente è You’re Never Alone with a Schizophrenic di Ian Hunter. È una battuta, ma credo spieghi bene i tuoi estremi. La tua musica può colpire durissimo e poi, un momento dopo, diventare incredibilmente tenera. Confonde in un certo senso, ma anche confortante.
(Ride) Molto bello il paragone con Ian Hunter, grazie. Sì, capisco esattamente cosa intendi. Credo che sia proprio quello che cerco di fare, non avere paura di mostrarmi vulnerabile nonostante la mia immagine faccia pensare ad altro. La gente pensa che il metal debba essere per forza di cose qualcosa di distruzione, ma se non c’è spazio per la tenerezza, allora manca qualcosa. Come diceva sempre Ozzy: la vita sta nell’equilibrio. E la musica deve riflettere questo equilibrio.

Ozzy non c’è più. Dieci anni fa se n’è andato anche Lemmy, ma è confortante sentire che tu e i Black Label Society avete in qualche modo portato avanti lo spirito di entrambi. L’atteggiamento, l’umorismo, quel perfetto mix di melodia e distruzione che riconosci dalla prima nota.
Lo apprezzo molto. Sì, assolutamente. Ed è più o meno la stessa cosa per quanto riguarda la mia avventura con i Pantera. Molti mi chiedono se suonare con loro abbia influenzato il mio modo di scrivere. Io rispondo che l’energia di Dime è in tutto quello che faccio e i suoi riff sono ovunque. Concordo con te: è lo spirito di ciò che hanno iniziato e noi lo portiamo avanti. Per i Black Label Society ha sempre contato l’atteggiamento. Distruggi, conquista, ripeti. Ti alzi ogni giorno e ogni giorno è una benedizione. E ogni giorno è solo un’altra vetta da conquistare.

Il nuovo album arriva in un momento particolare della tua carriera: con la band eri fermo da un po’, la scomparsa di Ozzy, i Pantera. Cosa rappresenta per te oggi rispetto al tuo lavoro precedente con i Black Label Society?
Diciamo che sono stati quattro anni molto densi. Di solito funziona che ci ritroviamo con un po’ di idee, ci mettiamo le mani subito, finiamo i pezzi e usciamo con l’album poco dopo. Questa volta invece dopo aver registrato quelle idee in un paio di giorni sono stato via con i Pantera per un anno. Poi ho scritto ancora e dopo poche settimane sono ripartito con loro e così più volte ancora. Abbastanza schizofrenico, per l’appunto (ride). Per la prima volta posso ascoltare qualcosa che non abbiamo inciso immediatamente. È stato bello poter dire: «Sai cosa? Cambiamo questa cosa perché fa schifo». Proprio per questo mi piace un pezzo come Name in Blood. È iniziato in un modo e poi è finito in un altro.

L’intro di Name in Blood ha un non so che di AC/DC…
Sì, totalmente. È Won’t Get Fooled Again degli Who, For Those About to Rock degli AC/DC, ma anche Van Halen e il fingerpicking di Little Guitars, hai presente? È stato come mettere tutto in un frullatore. Ogni cosa è un riflesso di tutto ciò che hai amato e fatto tuo. Ce l’ha nel dna. Ma sì, decisamente, è un piccolo tributo agli AC/DC. Solo con loro puoi usare lo stesso riff fino alla morte e non averne mai abbastanza. Che sia Long Way to the Top, If You Want Blood, Whole Lotta Rosie o Girls Got Rhythm, è tutta una questione di riff, amico.

Magari mi sbaglio, ma Above & Below sembra un momento chiave dell’album. Non a caso ha una forte componente Black Sabbath.
Sai perché? Perché è stata una delle prime canzoni su cui abbiamo lavorato. Quindi è una di quelle che ha avuto più tempo per maturare e intorno a cui ne abbiamo costruite altre. L’ho scritta probabilmente nel 2022. Ha un andamento vagamente Black Sabbath. Ci provo a tenerli lontani da me, davvero, ma non ce la faccio (ride). Ma penso che vada bene a tutti. D’altra parte ho passato trent’anni con Ozzy e ho una band che si chiama Zakk Sabbath, quindi non devo stare troppo a giustificarmi (ride).

Black Label Society - Ozzy's Song (Official Music Video)

Ozzy’s Song è un momento incredibile, toccante e personale. Un pezzo che poteva stare tranquillamente su uno dei due capitoli di Book of Shadows. Quando hai capito che doveva essere il momento conclusivo dell’album?
È stata l’ultima canzone che ho scritto, inevitabilmente. Essendo ormai vecchio, credo ancora che l’ultima traccia di un album sia la più importante, perché è l’ultima che ascolti e che di fatto ti fa decidere se far ripartire il disco oppure no.

Quanto è stato difficile o necessario mettere in parole un rapporto umano e musicale così importante?
Mi sono chiesto come sarebbe stata presa, nel senso che non volevo sembrasse che volessi marciare sulla questione, sulla morte di Oz. Nemmeno l’ho cercata, onestamente. Poi un giorno ero in salotto che sistemavo i libri e me n’è capitato in mano uno dei suoi. Fino a quel momento ero riuscito a tenere tutto dentro, ma quella cosa mi ha stroncato. Mi sono messo al piano e in effetti è venuta fuori una cosa molto Book of Shadows. Parto comunque sempre dalla musica, non sono mai riuscito a fare diversamente. Perché le parole mi vengono fuori facilmente quando ho una traccia sotto. È stato difficile, ma anche terapeutico. Se avessi tenuto tutto quel dolore solo per me, probabilmente, me lo sarei portato dietro per anni.

Il vostro rapporto è sempre sembrato  un legame familiare, molto padre e figlio. Come ha influenzato il modo in cui sei diventato tu stesso leader di una band?
Mettiamola così. Con Ozzy mi sentivo a casa, avevo tutto quello con cui ero cresciuto e che volevo nella vita. Lui mi ha preso, mi ha fatto diventare grande e mi ha dato tutto quello che aveva. Poi mi sono preso un appartamento da solo, che sono i Black Label. Come ogni figlio, ho dovuto staccarmi e andare avanti da solo, per poi poterci ricongiungere. È cosi che dovrebbe andare con i genitori, no? Di sicuro mi ha insegnato a lasciare gli altri liberi, che è una cosa molto difficile nella musica come nella vita. Nei Black Label tutti sono liberi di fare quello che vogliono. Ognuno ha i suoi progetti, poi ci riuniamo e si riparte, cosa che ho fatto anche con Ozzy negli ultimi anni.

Come sei riuscito a tenere vivo quello spirito in questi anni?
Non è facile. Lo capisci quando sali sul palco: se ti rompi i coglioni di suonare sempre le stesse cose, significa che è finito tutto. Avere mille progetti aiuta non poco. Però ti garantisco che non basta per evitare la noia. Fortunatamente sento ancora lo stesso brivido suonando le nostre canzoni, la stessa di quando ho iniziato a suonare con Ozzy e abbiamo fatto Miracle Man. Voglio dire, quella scarica è ancora lì. È un po’ come quando ti stai per buttare col paracadute, il momento appena prima di lanciarsi.

Foto: Jen Rosenstein

Puoi nominare un artista che ami e che le persone non assocerebbero mai a te?
Per quanto ami la musica pesante, ti confesso che sono un appassionato di yacht rock. Adoro gli Ambrosia, Christopher Cross e Michael McDonald, tutta quella roba. Poi i jazzisti folli come Joe Pass, Pat Martino. Adoro anche Ted Greene, Allan Holdsworth e John McLaughlin. Ho soddisfatto un po’ la tua morbosità (ride)? E poi due nomi in assoluto: Elton John e Neil Young.

Meglio essere ricordato come un grande chitarrista o un grande autore di canzoni?
Qualsiasi cosa, anche un album completamente strumentale, un lavoro della Mahavishnu Orchestra o di John McLaughlin è sempre una questione di scrittura. Sta tutto nelle canzoni. Quello è il motivo per cui ascolti ancora gli Stones, i Beatles, i Led Zeppelin o i Sabbath. E sai, quando ascolti Ozzy con Randy Rhoads o Jake E. Lee, di cui si parla troppo poco, prima comunque vengono le canzoni e solo dopo il chitarrismo. È la glassa sulla torta. Ma una torta la devi avere. Come quando ascolti i Van Halen: capisci che Eddie ha cambiato il mondo, ma sono grandi canzoni, grandi esibizioni dal vivo. Altrimenti è tutto inutile.

Con una carriera così lunga alle spalle, pensi mai all’idea della tua eredità musicale?
Per Tom Petty la forma più vera di magia era la musica e io ci credo perché ci emoziona questa cosa che è totalmente immateriale, sono onde alla fine. È un atto magico ascoltare una canzone e tornare esattamente nel luogo e con le persone con cui ti trovavi un tempo. Qualcuno la chiama nostalgia, per me è magia. Saranno gli altri a decidere quale sarà la mia eredità, a me basta che anche la mia musica abbia la capacità di farti rivivere qualcosa all’infinito.