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Yuri Landman e Mary Lattimore, i Natural Disruptors arrivano a Milano

Il musicista e inventore di strumenti e l'arpista che in passato ha collaborato con Thurston Moore sono i primi ospiti, sabato 9 novembre, della rassegna della Fondazione Feltrinelli ideata da Lee Ranaldo dei Sonic Youth

Yuri Landman

“La musica ha potere e grazia, ascoltatela attentamente e i vostri pensieri saranno riconfigurati”, ha detto Lee Ranaldo – chitarrista e fondatore dei Sonic Youth – di Natural Disruptors, la rassegna milanese ospitata da Fondazione Feltrinelli dedicata a elettronica sperimentale, sound art e avant-folk. Natural Disruptors si svilupperà attraverso tre concerti molto particolari, pensati per permetterci di gettare uno sguardo sul futuro della musica. Il primo appuntamento è il 9 novembre con due esibizioni: Mary Lattimore, arpista che ha collaborato con Thurston Moore e Kurt Vile, e Yuri Landman, musicista e inventore di strumenti, per un set che mescolerà classica, elettronica e oggetti di recupero. Abbiamo intervistato i due artisti per farci spiegare com’è nato il progetto e cosa dobbiamo aspettarci dai concerti.

Come avete conosciuto Lee Ranaldo?
Landman: Nel 2007 ho scritto una mail alla manager dei Sonic Youth per fare una proposta. Mi hanno risposto nel giro di un’ora. Lee mi ha contattato il giorno dopo dicendo che era interessato al mio lavoro. Aveva anche delle idee per costruire alcuni strumenti. Abbiamo unito le forze e così è nata la straordinaria, anche se difficile da suonare, Moonlander harpguitar a 18 corde.

Lattimore: Ho incontrato Lee mentre ero in tour con Thurston Moore dopo aver lavorato al disco Demolished Thoughts. Sono sempre stata una fan dei Sonic Youth e conoscere tutti i membri del gruppo è stato un vero piacere, e ora sono felice di considerarli miei amici. Rispetto molto Lee e quando ho scoperto che voleva che partecipassi a questa performance ero entusiasta.

Chi sono, secondo voi, i “natural disruptors”?
Landman: Credo che il termine descriva perfettamente cosa sia la musica indipendente, l’approccio DIY e il punk, l’avanguardia. Artisti come Throbbing Gristle, Velvet Underground, Glenn Branca e Sonic Youth, il movimento lo-fi dei primi anni ’90, i Kraftwerk, Cage e Stockhausen. Oppure Pollock, Duchamp, Luigi Russolo. Robert Crumb. O ancora le più recenti arti politiche, come quello che fanno Voina e le Pussy Riot, anche se dubito producano materiale interessante dopo il tempo passato in prigione.

Lattimore: Per me la parola “natural” si riferisce a quelle persone capaci di farsi domande in maniera innata. “Disruption”, invece, significa cambiare senza essere sopraffatti dal cinismo e da quello che succede nel mondo – che è comunque molto importante! –, avere una bussola morale, dare valore alla gentilezza e alla bellezza, considerare l’arte come fonte di potere. Vorrei che i “natural disruptors” facessero questo. Mi viene da pensare anche a politici americani come Alexandria Ocasio-Cortez, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, tutti impegnati a diffondere messaggi di inclusività e calore umano. Da qualche tempo abito in California, e ho capito che riuscire a tornare a una vita più quieta, visitare l’oceano, dedicare del tempo alla natura è l’unico modo per spezzare la tristezza che arriva ogni giorno dai telegiornali. Il silenzio è sempre più importante, così come ignorare il telefono.

Mary Lattimore. Foto: Rachael Pony Cassells

Ranaldo ha detto che i concerti “creeranno spazio per qualcosa di nuovo”. Credete che le prossime innovazioni musicali arriveranno dallo scontro di generi diversi? 
Landman: Credo sia quasi impossibile prevedere il futuro dell’arte. C’è sempre qualcuno che compare dal nulla e fa qualcosa di totalmente nuovo. Spesso l’evoluzione arriva in maniera inaspettata. Prendi il movimento lo-fi, è nato perché il registratore a 4 tracce era in tutte le case, tutti lo usavano per registrare demo ma non per prodotti discografici veri e propri. L’AutoTune di Cher sfruttava quello che a tutti gli effetti era un bug informatico. Oppure l’arte fatta con gli stencil, una tecnica nata solo per convenienza produttiva. Lo spray ha influenzato i graffiti, naturalmente. C’è sempre qualcosa di trascurato: un oggetto, un sentimento, un’idea, poi un artista intelligente inizia a usarlo in maniera originale e diventa uno strumento per tutti.

Lattimore: Non userei la parola “scontro”, suona troppo aggressiva, ma credo che il futuro arriverà dalla mescolanza e dalla sperimentazione. La vita funziona così. Niente resta uguale a se stesso, gli umani sono naturalmente portati a esplorare e cambiare. Credo che il futuro della musica dipenderà dalla nostra curiosità, e dalla magia. Un ascoltatore attento può analizzare la magia, capire quali sono gli elementi che la compongono, e aggiungere qualcosa di personale, farsi ispirare, collaborare.

A proposito: dopo la rivoluzione digitale, ha ancora senso parlare di generi come abbiamo sempre fatto? È arrivato il momento di cambiare il modo in cui categorizziamo la musica?
Landman: La questione dei generi riguarda principalmente la storia dell’arte. Non sento la necessità di cambiare qualcosa. Non c’è niente di male nel definire un artista impressionista, espressionista e così via. Credo che la tua considerazione riguardi più i giornalisti che gli artisti. Il “country-rock” di Jason Molina mi eccita tanto quanto l’indefinibile Ziwzih Ziwzih Oo-Oo-Oo di Delia Derbyshire. Il disco di Molina mi sembra ultra-tradizionale, e quindi semplice da categorizzare, ma questo non significa che non sia buono. E lo stesso vale per la canzone di Delia, che è come un mondo a parte. Detto questo, credo che la mia arte sia più vicina a quella di Delia, per questo mi concentro su cose “naturalmente distruttive” e non sulla ricerca della canzone più piacevole del mondo. Non mi verrebbe tanto bene. Ci provo, ovviamente, ma non sono Bowie o Lennon. I Sonic Youth riuscivano a fare entrambe le cose, la roba artistoide e il pop. The Diamond Sea e She’s Not Alone, per esempio, due brani eccezionali. Anche i Velvet Underground e i Pink Floyd avevano la stessa qualità, ma non mi viene in mente nessun altro.

Lattimore: Credo che le categorie servano per aiutare la gente a scoprire cose nuove. La musica è un universo davvero vasto ed è necessario che ci siano dei cartelli stradali che indichino la direzione giusta. Allo stesso tempo, i generi attualmente esistenti sono piuttosto limitanti. Se invece vogliamo parlare della rivoluzione digitale, dovremmo preoccuparci di pagare gli artisti in maniera equa. Sono loro a regalarci la musica che consumiamo con tanto entusiasmo. È un momento eccitante per scoprire cose nuove, ma non dobbiamo dimenticare quanto lavoro ci sia dietro a un disco, lavoro vero e quantificabile, fatto da un essere umano che deve mangiare e dormire sotto a un tetto.

Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro show?
Landman: Beh, è un misto tra: composizioni matematiche ed eteree per strumenti a corda, armonici e risonanze ispirate a Pitagora, Hermann Helmholtz e Harry Partch; oggetti che producono suoni interessanti e divertenti; bambini mutilati; telefoni decorati con Spintrie (monete dell’antica Roma, usate per pagare le prostitute e decorate con scene erotiche, nda); beat suonati da motori; Yuri che si esibisce fatto di speed e cocaina. Il set ha anche una forte componente visuale. Musica da vedere, direi. Alcuni miei amici, che apprezzano la mia arte ma preferiscono musica d’intrattenimento, dicono educatamente che il mio lavoro è prima di tutto “interessante”, non necessariamente piacevole. Mi sembra che abbiano ragione: il mio obiettivo è provare cose nuove, mai fatte prima d’ora. Mi piace mescolare la ricerca (l’aspetto avanguardistico) con l’intuizione per la bellezza (l’aspetto pop).

Lattimore: Io faccio dei miscugli di loop per arpa, improvvisazioni strutturate su alcune melodie e altre trovate sorprendenti. Mi piace pensare che le composizioni abbiano un suono cosmico, scintillante, a volte oscuro, altre luminoso.

Yuri, sei famoso per aver costruito strumenti musicali innovativi e affascinanti. Qual è quello che ti dato più soddisfazioni?
Landman: Il moodswinger è il mio strumento più importante, ci lavoro da quasi 18 anni. È il frutto di un gigantesco diagramma matematico (paragonabile alla tavola degli elementi), un lavoro molto scientifico e ancora da finire. Potrei andare avanti per ore e ore, basta che mi procuri una birra e una manciata di nerd con cui parlare. Detto questo, sono felice di aver lavorato con oggetti di seconda mano, o di essermi ispirato ad altri artigiani. L’hard disk, per esempio, non è una mia invenzione, anche se l’ho rivendicata! (Ride).

Mary, hai lavorato con artisti come Kurt Vile e Thurston Moore. Qual è l’incontro che ti ha sorpreso di più? Se potessi scegliere un altro musicista con cui collaborare, chi sarebbe?
Lattimore: Sono molto amica di Meg Baird (Espers, Heron Oblivion) e ho visto la sua incredibile evoluzione come cantante, autrice, chitarrista e ora batterista. L’anno scorso siamo finalmente riuscite a incastrare i nostri impegni e fare un disco insieme. Lavorare in studio con Meg è stato fantastico, il modo in cui scrive ai testi è così naturale e poetico, mi ha aperto la mente. Per quanto riguarda la collaborazione dei miei sogni, direi i Cure. Sono sempre stati la mia band preferita e riescono a emozionarmi in un modo davvero insolito. Se un giorno dovessero aver bisogno di un’intro di arpa o qualcosa del genere, spero che mi chiamino!

Yuri, hai collaborato con molte organizzazioni che si occupano di educazione musicale. Qual è la prima cosa che cambieresti del modo in cui insegniamo la musica alle nuove generazioni?
Landman: Ahia, questa è una domanda complicata. Primo cambiamento: abbandoniamo la parola conservatorio. Che cazzo è? Io voglio che si chiami progressitorio. Dovrebbero essere accademie d’arte, ma secondo me ti insegnano solo a riprodurre un bel quadro dipinto con i colori a olio. Lo spirito artigianale novecentesco è troppo dominante. Il secondo problema è relativo a quello che insegniamo ai bambini quando sono ancora piccoli. Quando erano alle medie, i miei figli dovevano cantare una canzone orrenda. Doveva farlo tutta la classe, uno per uno. Immagina come si sono sentiti quei quattordicenni. Tirare fuori il cazzo sarebbe stato meno imbarazzante. E dopo quell’umiliazione li hanno costretti a suonare il flauto dolce. Io odio il flauto dolce, chi non lo odia? Se vuoi disincentivare i giovani a fare musica, ecco come si fa. Pensaci, è davvero così difficile cambiare? Diamo ai ragazzi Fruityloops per fare i beat, facciamogli scrivere una poesia e usiamola come un testo rap. Solo rispondere a questa domanda mi ha fatto arrabbiare (ride).

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