Yungblud non piace a tuo padre (e non gliene frega niente) | Rolling Stone Italia
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Yungblud non piace a tuo padre (e non gliene frega niente)

Abbiamo incontrato il capo degli strambi per parlare dello spirito rock'n'roll, di come si combattono le «vibe negative», delle band tristi, dello zio Ozzy. «Siamo un movimento generazionale, anche se non avete sentito parlare di noi»

Yungblud. Foto: stampa

Yungblud è stato qualche giorno in Italia, ve ne sarete accorti. Non c’è giornalista che non si sia scattato un selfie con lui quando è stato ospite in radio, in televisione (a X Factor), ma pure quando è andato allo stadio. Io l’ho incontrato lì, non perché sia particolarmente interessato al calcio, anzi, ma perché un amico che lavora per l’Inter voleva regalarmi una serata diversa, esotica. La partita è chiaramente una delle meno avvincenti del campionato, forse del secolo, con i neroazzurri che vincono 6 a 1 contro il Bologna. Non ci sarà stata chissà quale azione, ma almeno c’era lui, Yungblud.

Entrambi ospiti dello Sky Box, chi meritatamente e chi appunto imbucato, poco dopo il mio arrivo uno dei suoi discografici mi indica e gli dice che sarò io a intervistarlo qualche giorno dopo. Faccio finta di niente, non voglio rompere le scatole prima di incontrarci ufficialmente. Tempo pochi minuti e arriva lui con un sorrisone: «Hey man, grab a fucking beer!». Seguono due chiacchiere di circostanza, ma siamo subito interrotti da gente che, appunto, vuole farsi un selfie. Lui non vede l’ora: è tutto un sorridere, abbracciare, scattare. Di base c’è un’ambizione pazzesca: in pochi anni la sua carriera ha svoltato, e non solo per merito delle canzoni. È riuscito a crearsi uno zoccolo duro di fan che lo venerano, che si vestono come lui, che lo seguono dappertutto. Ma c’è pure, ovviamente, chi lo vede come copia sbiadita di chi lo ha preceduto.

Dominic Harrison, questo il suo nome, però non ci sta e spiega gli hater nel modo più semplice, ovvero che è sempre stato così, con quelli più vecchi che criticano quelli più giovani. Se ha ragione lo dirà il tempo, intanto abbiamo modo di parlarne meglio qualche giorno dopo, prima dei tre concerti organizzati a Milano per i fan, al pomeriggio. Tre live di un’ora, per i fedelissimi, tutti rigorosamente vestiti di nero, con capelli fluo, calze a rete strappate o calzini rosa, segno di riconoscimento dei suoi fan. Entro nel suo camerino e si ripete il rituale: «Grab a beer, man!». Erano solo le 14, non me la son sentita. Gli chiedo come è andata la sera prima, a X Factor.

«Fuckin’ cool. Quando mi hanno chiesto di fare una cover sono andato un po’ in sbattimento poi ho scelto i Beach Boys». Intanto, fuori dal The Gate, la fila di fan che stanno arrivando per il concerto aumenta. Lui è carico come se dovesse suonare a Wembley: «Il buonumore è una sfida con me stesso. Sono cresciuto in una famiglia in cui ho provato dolore, ho dovuto imparare a tenermi su di morale per combattere queste sensazioni. Sono stato ansioso tutta la vita, mi svegliavo ogni mattina cercando di combattere queste vibe negative. Ho dovuto passare un sacco di tempo nella mia immaginazione, ho deciso che la mia unica regola era l’amore».

Facile a dirsi, e a vederlo sembra pure facile a farsi. Parlando di immaginazione, negli ultimi mesi forse la realtà ha superato ogni previsione del giovane Yungblud chiuso a fantasticare in cameretta: disco alla numero uno in UK, Glastonbury, premi, ma soprattutto viaggi: «Non li conto più. Abbiamo fatto 170 show quest’anno, credo sia una roba che non dimenticherò mai. Ci siamo divertiti un sacco, specialmente in questo periodo in cui un sacco di rock band fanno un po’ la posa di quelli tristi. Noi invece ci siamo divertiti, abbiamo bevuto, fumato, suonato il rock’n’roll. Noi facciamo così». Torno sulle band che fanno le tristi, Yungblud non fa nomi ma conferma che «vedi un sacco di gente con il muso lungo che ti dice di essere stanca. Fanculo, cazzo, questo è il nostro lavoro, dobbiamo farlo. Abbiamo i fan migliori del mondo».

Quella dei fan migliori del mondo è una cosa che ogni cantante dice dei propri, ma sui suoi Dominic ha un’argomentazione: «Non vengono a sentirci solo per la musica. Vengono lì per la sensazione di appartenenza, per divertirsi e conoscere altre persone come loro». Il suo mood pare essere merito loro: «Con loro mi ricarico. Allo stesso modo del ragazzo che è venuto fino a qui da Roma saltando la scuola. Mi basta vedere questo».

L’evento a cui stiamo assistendo è una sorta di premio fedeltà. Tre concerti di un’ora per i fan che avevano preordinato l’album. Il primo è alle 15, poi ce n’è uno alle 17 e uno alle 19. In attesa di tornare a marzo con la data al Forum. «In Italia avete capito subito quello che volevo dire. Se penso che ho fatto 200 persone al mio show quattro anni fa, poi il Carroponte e il prossimo anno il Forum, è pazzesco. Per questo sono qui, oggi, a fare questi tre concerti. Voglio guardare le persone negli occhi e dire grazie. Non potrei mai venire qua, in italia, fare un live e andarmene. Siamo un movimento generazionale, anche se le persone non ci hanno mai sentito nominare».

Un movimento, ci tiene a specificare, in cui sono accolte tutte le persone che si siano mai sentite diverse o emarginate. Resta da capire come si possa rimanere capo dei weirdo quando si diventa famosi e si è circondati da persone giuste che fanno cose giuste nei luoghi giusti: «È possibile, sì. Perché non puoi cambiare quello che sei. Puoi cambiare il look, i capelli, il trucco. Non puoi cambiare la tua anima. Quando ero giovane, essere weird non era tanto bello. È una parola che ora significa individualità, personalità».

Mentre gli parlo mi guarda negli occhi per vedere se afferro tutti i concetti. «U got it, man?». Ci provo, e mi fissa ancora di più quando mi spiega quello che vuole fare: «L’obiettivo non sono le hit, l’obiettivo è influenzare le persone, la cultura. Guarda cosa hanno fatto Clash, Ozzy, Cure, Smiths, Blondie, Lady Gaga. Loro hanno portato qualcosa al mondo e l’hanno cambiato. Sai qual è la mia più grande paura? Che le persone vengano al mio concerto perché conoscono una canzone o due. Io voglio che ci vengano per il mondo che rappresento. Una delle mie band preferite sono i Green Day. Loro erano politici, hanno cambiato la cose, hanno messo insieme una community».

A proposito di band che gli piacciono, nei giorni in cui ci incontriamo tutti i giornali riportano una sua dichiarazione a Rolling Stone UK su Arctic Monkeys e 1975. La frase che è diventata notizia è questa: «Non mi identifico più con loro come un tempo. Sono più grandi e tutto è molto serio. Siamo assolutamente una generazione a parte, c’è una grande differenza tra noi. Cervello diverso, modo diverso di comunicare». Il web l’ha massacrato: «Tutti hanno frainteso le mie parole. Gli AM e 1975 sono band importanti. Gli AM una delle mie band preferite, seriamente, è anche grazie a loro se ho iniziato a fare musica. Quello che volevo dire è che ora, più che mai, parlano di cose che non potrei capire a meno che non avessi 35 anni».

L’uso di quel «35 anni» come sostituto della parola vecchio è un colpo allo stomaco. Annuisco e faccio finta di niente: «È tutto un po’ troppo profondo per me. Ma ci sta. Loro rappresentano la mia adolescenza, ora rappresentano qualcosa di completamente diverso. Non sto dicendo che questo sia un male. Una volta ho visto Alex Turner a Los Angeles. Il 15enne dentro di me stava piangendo. Non gli ho nemmeno parlato, ero a posto così perché lui ha fatto qualcosa per me. Ora le cose sono cambiate, e va bene così. Non mi identifico più con quello che fanno, ma è normale. Forse tra qualche anno le cose cambieranno. Ci sono un sacco di album che prima non mi rappresentavano e ora sì».

Foto press

Mi chiedo se non sia sempre stato così, con le nuove generazioni che vengono accusate da quelle di prima di non capire e viceversa. Intanto sul web ci sono andati giù pesanti, ma niente di nuovo: «È diventata una news che ha fatto fare tanti click, con la vecchia generazione rock che si accanisce su quella nuova, nei commenti. Giusto così. Rock and roll needs that».

E in questi anni la vecchia guardia ha avuto il suo bel da fare. Tutto ci saremmo aspettati tranne che il pop punk di inizio anni 2000 sarebbe tornato su questi schermi così presto grazie a gente come Machine Gun Kelly o al ritorno di Paramore e My Chemical Romance. «Non me ne frega un cazzo degli hater, mi interessa delle persone. Ci sono cose che a te piacciono e a me no, che problema c’è. Quando incontro critici più vecchi che non capiscono la mia musica, alla fine ci divertiamo perché io gli dico che sembrano mio padre quando legge la cosa sugli Arctic Monkeys, o il padre di mio padre quando c’erano i Nirvana e via dicendo. Capita ciclicamente e succede anche alla nuova scena rock’n’roll. Non è la stessa. Non è come il punk. Quello che le persone non capiscono è che le cose sono cambiate. Ora dobbiamo inventarci le cose, andare dalle persone. La gente dice: i Sex Pistols sarebbero su TikTok secondo te? Io rispondo che se facessero musica ora dovrebbero, eccome».

Ve lo vedete John Lydon alle prese con le challenge social? «Anche i commenti non li leggo. Mi do un tempo di due minuti quando pubblico un post, leggo i primi che arrivano, poi basta. Gli hater solitamente arrivano dopo un’ora».

Mi sembra decisamente consapevole del mezzo. «Non voglio essere Lizzo o Harry Styles, che amo. Io non sono una popstar, sono una roba diversa. Non voglio andare sul palco e poi non essere lì con i miei fan. Voglio stare fuori con loro, parlare e fumare. Parlare del governo, di quello che è giusto o sbagliato, delle loro paure, delle ansie. Questo è come ho sempre voluto fare. Non dico che non mi piace il resto, solo che io non sono così. La cosa bellissima è che le persone lo capiscono. In questa industry chi decide che è popolare? Non le radio, non i magazine. Sono le persone. Se una cosa piace alle persone, se le colpisce, io la rispetto. Che sia country, opera o quello che ti pare».

Ozzy la pensa come lui, e gli ha dato la sua benedizione. Molto di più, è apparso anche nel video di The Funeral insieme a Sharon. Alla fine del clip, alla guida di una macchina, gli Osbourne investono Yungblud e Sharon dice: «Oh, just a poser». «Amo Ozzy, è un cazzo di genio, è libero. È naturalmente sé stesso. Per questo le persone lo hanno spesso criticato, dicendo che era strano: se sei te stesso e non lo sopportano. Il mio messaggio è tutto lì. Siate voi stessi. Unapologetically».

A quel punto tira fuori una dalla canottiera il ciondolo di una croce che porta appeso al collo: «Questa me l’ha regalata Ozzy, è del 1991». La prendo tra le mani e penso che io e Ozzy abbiamo ormai solo un grado di separazione. «Mi ha insegnato a non chiedere scusa. A essere una buona persona, certo, ma di non chiedere scusa quando si parla di rock’n’roll». Tra i suoi feat. anche quello con Avril Lavigne, di cui aveva il poster in camera quando era piccolo: «Quando scrivi una canzone con una delle voci che ti ha ispirato, beh, è stato come giocare a “fucking soccer with fucking Pelé. Do u know what I mean? Like making fish and chips with Gordon Ramsey”». Ve l’avevamo detto che era un tipo entusiasta.

Resta da capire chi è Yungblud quando si spengono i riflettori, quando può smettere di essere carico a mille senza che nessuno dica niente: «Sto a casa, cucino, faccio un sacco di roba. Amo la cucina italiana anche se il cibo italiano, fuori dall’italia, è scarso. Sono stato a Como in vacanza e sono impazzito. Sono tornato in UK e ho detto no dai, non posso farcela. Vivo in una casa dark, piena di candele e incenso. Un misto tra Grifondoro e Serpeverde. Un po’ witchy, allo stesso tempo accogliente. Mi piace avere persone intorno, fare cene con amici. Anche in tour è così. Ho bisogno di stare insieme alle persone. That’s my vibe».

Finisce il tempo per l’intervista, è ora del soundcheck. Nessuna certezza tranne una: «Come back when it’s over, we’re gonna have a beer». A sto giro me tocca.

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