L’album della consacrazione di Yungblud Idols è stato una specie di profezia autoavverante: ha scritto canzoni sul venerare i grandi del rock, ha finito per collaborare con alcuni di loro. È stato scelto da Ozzy Osbourne per interpretare Changes al suo ultimo concerto, ha fatto un EP con gli Aerosmith, ha registrato una canzone con gli Smashing Pumpkins.
L’attore turned cantante Dominic Harrison si è fatto un nome nel Regno Unito negli ultimi otto anni con tre album che spaziavano dal pop al mix di hip hop e punk, ma è esploso anche negli Stati Uniti solo dopo avere abbracciato il classic rock. La fama e la sua flamboyance – l’eyeliner, il petto spesso e volentieri nudo, i pantaloni di pelle – hanno attirato non poche critiche. Lui ci è abituato. «Un sacco di gente ha un sacco di cose da dire su di me, ma è per questo che sono qui».
Hai dovuto annullare alcuni concerti. Come ti senti?
Mi faccio sempre fare un check-up dopo ogni tour, soprattutto dopo quello di quest’anno. Vado a tutta birra finché non ce la faccio più. Sono fatto così, immagino. È stata la prima volta che ho seguito il consiglio di un medico. Mi hanno detto: sapendo che ti aspettano 18 mesi di tour, dovresti cancellare un paio di date alla fine di quest’anno. A dirla tutta, provo gratitudine, è stato un anno bello intenso dal punto di vista psicologico e quindi avere del tempo a disposizione per metabolizzare quel che mi è successo è stato fondamentale. Il tour riprenderà a gennaio e andrà avanti fino a metà del 2027. È stato importante prendersi quel tempo, relizzare quel che mi è successo ed esprimere gratitudine perché è successo.
A volte ci si dimentica che dal punto di vista emotivo il successo può essere pericoloso quanto se non di più del mancato successo.
Soprattutto se non ti fermi a elaborarlo. Capita in questo ambiente di incontrare persone tristi e piene di rabbia proprio perché non hanno elaborato quello che è successo loro. Continuo a ripetere la parola gratitudine, ma è quel che provo. Faccio questo mestiere da dieci anni ormai, anche se la gente mi ha scoperto solo adesso, ma a quanto pare ci vogliono dieci anni per avere successo da un giorno all’altro… Non voglio farmi scivolare addosso nulla, voglio assaporare ogni momento.
Ad agosto hai compiuto 28 anni. Ho parlato con giovani musicisti ossessionati dal cosiddetto Club 27. Ci hai pensato?
È un vecchio cliché divertente. La notte prima di compiere 28 anni ero con la mia compagna su una barca nel tratto fra Capri e Positano e il mare faceva paura. Me la ridevo: «Se deve succedere, che succeda adesso». Ma per quanto mi riguarda i 27 anni sono l’età in cui mi sono guardato dentro. Faccio questo mestiere da quando avevo 18 anni. Ci sono artisti che arrivano già completamente formati. Io no. Il momento di prendere in mano il mio destino è arrivato quando ho compiuto 27 anni e ho fatto Idols. Mi sono guardato dentro, da persona adulta.
La cosa pazzesca del Club 27 è che alcuni di quei musicisti come Jimi Hendrix e Kurt Cobain hanno fatto tutto quello che hanno fatto prima di quell’età.
È pazzesco! Però poi c’è l’esempio di Bowie, che ha fatto le cose migliori dopo quell’età.
Sei stato molto critico verso il tuo terzo album.
Yungblud era un pastiche, una reazione, avevo paura di essere uno dei cliché che la gente mi aveva appiccicato addosso. Non raccontava un viaggio, non c’era un percorso, non aveva un’identità precisa. Avevo dato ascolto a troppa gente, ho fatto quel che gli altri volevano che facessi invece di pubblicare quello che volevo io. Col senno di poi, posso dire che mi ero perso, ma per lo meno mi ha portato fino a Idols. Ha rappresentato un campanello d’allarme. Nessun altro avrebbe potuto fare il mio primo album, era tipo i N.W.A che incontrano John Lydon in un cazzo di ragazzetto del nord. Weird! è il disco in cui ho cominciato a scoprire chi ero. Yungblud è il disco in cui mi sono perso. Ho dato retto a quello che la gente voleva da me invece di quello che volevo io.
Ti capita mai di desiderare di essere in una band?
Col cazzo! Non sono fatto per i compromessi. In passato, quando ho ascoltato le opinioni degli altri e ho cercato di fare dei compromessi, la mia arte è diventata una merda. Il compromesso può portare a qualcosa di magico, se pensi a Steven Tyler e Joe Perry. Ma con me non funziona. Mi fa solo incazzare. La gente non sa che tengo tutto sotto controllo io. Uno dei più grandi equivoci su di me è che il successo mi è stato regalato dall’industria quando invece l’industria mi ha detto di andarmene a fare in culo a ogni mia singola svolta.
Insomma stai dicendo di essere l’opposto di un industry plant.
Trovo divertente che la gente lo pensi. Se sono un industry plant, me lo sono piantata da solo ’sta cazza di pianta.
Avere un’immagine così perculiare è un vantaggio e uno svantaggio, e credo tu abbia vissuto entrambi gli aspetti.
Non mi butta giùm, anzi penso sia divertente. Dovrebbe esserlo. Mi piace leggere i commenti su di me, mi danno la carica. La gente però non capisce la gravità di certe cose che scrive su Internet. Se lasci un commento brutale sotto la pagina di un artista giovane, lui finirà per interiorizzarlo. Può uscirne come ne sono uscito io, oppure no, e allora comincia a bere o a farsi di droghe. È una cosa che può uccidere, questa. La cosa più disgustosa che puoi fare al mondo è aprire un account anonimo per vomitare la tua rabbia su qualcun altro per sentirti meglio. Chi lo fa è un codardo.
Hai ricevuto tantissimi consigli da leggende della musica. Qualcuno ti ha mai dato un cattivo consiglio?
No. Curiosamente danno tutti lo stesso consiglio: «Ci odiavano, ci sonsideravano dei poser». Ci sono passati anche gli Aerosmith. Dopo che Ozzy ha lasciato i Sabbath, la gente diceva: «È diventato pop star». Ha dovuto restare fedele a se stesso.
Una delle accuse più difficili da contrastare è «sei un poser». Come fai a dimostrare che sei sincero?
Convincere ogni giorna una persona è una cosa che farò per i prossimi 50 anni, e con grande felicità, perché è quello che mi fa salire sul palco e dare tutto ogni sera. Vieni al mio cazzo di concerto. Al centro non ci sono io, ma la comunità che abbiamo costruito assieme. Vieni, sentirai più energia, più amore, più sesso, più adrenalina, più rabbia di quanta tu ne abbia sentita in vita tua.
Sai cantare, è evidente, ma nei tuoi dischi usi anche l’Auto-Tune e questo ha creato un equivoco.
Lascia che ti dica una cosa sull’Auto-Tune. Il risultato dipende da quello che ci metti dentro. Fidati, se non sai cantare, suoni di merda. Il mio mood è: a volte lo uso, a volte no. Dipende dal disco e, fondamentalmente – senza offesa per nessuno – da come cazzo voglio che suoni. Non sono affari di nessun altro. Se ce lo voglio mettere, lo metto. È così che faccio le cose. Se non voglio, non lo metto. È un effetto, è una questione di come la voce si sfrega contro la cazzo di linea di violino. Se chiudo gli occhi e non mi dà fastidio, faccio uscire la canzone. Se invece mi dà fastidio, vuol dire che non è pronta. In una voce imperfetta c’è della verità. Non sono uno che fa overdub per dieci cazzo di take. La canto due volte la metto insieme e buonanotte. Non ho voglia di fare 15 take. Non c’è più verità nella canzone. Dopo averla scritta entri in cabina di ripresa e senti paura, il peso del mondo, l’intero universo ti guarda quando fissi quel microfono. Quando arrivi alla quarta take, cominci a mentire.
Cosa ti passava per la testa prima di eseguire Changes allo show finale di Ozzy?
Non ho dormito un cazzo. Pensavo mi avrebbero chiesto Sweet Leaf o The Wizard o NIB, un pezzo con cui potevo scatenarmi. E invece mi hanno dato una ballad e quanto sono grato che lo abbiano fatto… Sono salito sul palco di fronte a 50 mila persone; 25 mila non avevano la minima idea di chi fossi, 15 o 20 mila mi odiavano. Pensavano: «Che cazzo ci fa qui ’sto tizio?». Sicuramente mi consideravano un poser. Ma ero pronto, perché avevo appena fatto un album in cui ho dovuto affrontare me stesso. Ho quasi scoperto come spogliarmi, rinunciare a ogni ego e insicurezza, e dire semplicemente grazie al mio eroe. Dai 2 anni in poi ho amato Ozzy. Prima ancora di capire la sua musica, vedevo questa figura, per me era tipo Batman. Mi identificavo con lui perché ero pazzo, fuori di testa, in preda all’ADHD.
E poi perderlo così poco dopo…
È stata l’esperienza emotiva più forte della mia vita. Nelle tre settimane prima della sua morte ci siamo sentiti al telefono, ci siamo scritti, eravamo in sintonia. Cercavo di conoscere a fondo una persona che ho amato da quando avevo 2 anni. L’uomo su cui, di fatto, ho scritto un disco: su di lui, Freddie, Mick, Bowie. E subito dopo l’ho perso. È come se avessi manifestato tutta questa roba mentre scrivevo l’album. È stato un viaggio assurdo. La gente dice le cose più folli sul fatto che io debba o non debba portare avanti una eredità, portare avanti quella luce. Ed è pazzesco, perché sono cresciuto nel negozio di chitarre di mio padre. È lì che ho sentito questa musica per la prima volta e ora mi sembra di esserci tornato. Mi sento di nuovo un cazzo di bambinetto di 4 anni sul bancone di mio padre, sento l’odore di colla per amplificatori, stagno da saldatura, birra, vecchi legni. Amo il rock. Ce l’ho nel mio sangue, ci sono cresciuto. E non riesco a credere che quest’anno sia successo davvero. Mi sembra di stare in un film.
Idols è composto da due parti, la seconda uscirà a breve. Perché lo hai diviso in due?
Come si fa a pubblicare un doppio oggi, con questa generazione? Meglio farne una serie. Le do 12 canzoni, un mondo in cui immergersi in un mondo che poi riapro. La prima parte parlava di riappropriarsi di sé e spiccare il volo. La seconda parte è più realistica: come stai nel mondo dopo avere scoperto chi sei? È un disco un po’ più cinico.
Stai anche lavorando a un album completamente nuovo con Andrew Watt.
Idols era massimalista, ora vogliamo fare un disco minimalista, vogliamo davvero che suoni live, da band. Potremmo addirittura evitare di usare il click mentre registriamo. Potrei fare qualche follia del genere. Ho ascoltato Jeff Buckley, Chrsi Cornell, Scott Weiland, Layne Staley. Ho trovato una nuova potenza nella voce ed è di questo che io e Watt abbiamo parlato, di usare la voce, di metterla al centro. Per il disco hai a disposzione tre minuti, cinque accordi e la verità: che cosa ne fai?
A dicembre hai cantato con un’altra leggenda del rock, Eddie Vedder. Avete parlato?
È una fonte di ispirazione enorme. Ci siamo trovati benissimo. Potremmo scrivere qualcosa insieme in futuro.
Ad esempio?
Non lo so, non lo so mai. Succede che incontro questi tizi, mi piacciono, ci vado d’accordo perché rappresentiamo due lati della stessa medaglia. È stato l’anno in cui nel rock è tornato un bellissimo senso di supporto intergenerazionale.












