YoungGucci: «Non incito i ragazzi a pippare, racconto quello che vivo» | Rolling Stone Italia
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YoungGucci: «Non incito i ragazzi a pippare, racconto quello che vivo»

Il testo estremo di 'Mezzococco', l’attrazione per le cose sbagliate, i rapper che fingono, i farmaci, la paura di stare bene: l’ex FSK Satellite si racconta

Younggucci

Foto: Giordano Mattar

Ascoltare un singolo come Mezzococco di YoungGucci genera per forza di cose sentimenti contrastanti, perché se da una parte è stilisticamente molto interessante – in America e in Inghilterra già da tempo parte del rap si sta evolvendo in un genere rumoroso, lo-fi e dalle derive quasi punk, come insegnano gruppi come i Ratking o artisti come Slowthai – a livello di contenuto ci pone degli interrogativi importanti. Anche gli ascoltatori più smaliziati non possono fare a meno di rimanere colpiti, a tratti quasi turbati, da liriche come “Bitch mi vuole sopra / coca mi fa stare sotto / sto sudando benzo / lo succhia per un mezzo / lei lo vuole tutto ma gliene infilo mezzo”, soprattutto se rappate da un ragazzo di appena 23 anni. Nato a San Giovanni Rotondo nel 1998 ma cresciuto fino ai diciott’anni a Rapolla, un paesino della Basilicata, si è poi trasferito insieme a vari amici a Genova, e ancora a Torino e a Milano. Inizialmente faceva parte della nota crew FSK Satellite, ma «anche se eravamo molto amici (soprattutto con Taxi B, con cui sono cresciuto e ho frequentato la scuola), con il tempo abbiamo cominciato ad avere parecchie discussioni, anche in riferimento alla musica, così ho continuato per conto mio». Oggi non hanno più rapporti, e YoungGucci è un’entità del tutto a sé stante: «Col senno di poi, penso sia stata una scelta giusta proseguire da solo». La sua carriera si appresta a decollare proprio in questo periodo, e per capire meglio cosa si nasconde dietro a testi e sound così apparentemente estremi lo abbiamo raggiunto al telefono. Ci risponde un ragazzo educato, gentile, dalla risposta pronta e dal vocabolario ricco e forbito. Il che colpisce ancora di più.

Ascoltare il pezzo e poi parlare con te è un’esperienza abbastanza straniante: sembri una persona completamente diversa, rispetto a quella che l’ha scritto…
Beh, il mio atteggiamento varia in base alle persone che ho davanti. Si può dire che io abbia vissuto molte vite, più di quelle di un ragazzo della mia età, e ho imparato in fretta a comportarmi diversamente nelle diverse circostanze. Se ho a che fare con qualcuno che merita il mio rispetto, glielo do, altrimenti no. Posso essere tranquillo come mi senti adesso, e poi diventare ancora peggio di come appaio in quel pezzo.

Appunto, e quindi sorge spontanea la domanda: in un brano come Mezzococco, quanto c’è di finzione scenica e quanto di realtà?
Beh, innanzitutto vorrei dire che la mia musica è varia, non ho fatto solo pezzi come Mezzococco. In generale, oggi come oggi, nel rap c’è sicuramente molta finzione: lo stereotipo dei trapper all’americana va per la maggiore, e chi vuole imitarlo prende i loro testi e li riadatta cambiando la lingua ma dicendo più o meno le stesse cose. Per quanto riguarda il mio caso, però, sono sicuro che non dovrò mai arrivare a inventarmi nulla per far parlare di me, perché la vita che ho fatto fa già discutere molto, per cui non ho bisogno di aggiungere altro per costruirmi un personaggio. E so che là fuori ci sono tanti altri come me. Ogni tanto provano a esagerare o ad allungare un po’ il brodo, ma quello ci sta: se uno è real, non mi dà fastidio se dice di aver venduto 20 kg di roba e invece ne ha venduti solo 10.

E tu, invece? Cosa c’è che fa così discutere, nella vita che hai vissuto?
Non sono cresciuto nel ghetto, ma in un paesino minuscolo di 3.000 abitanti, dimenticato da Dio. Ho una famiglia molto regolare e perbene: mia madre insegna, mio padre ha un’azienda di informatica, mia sorella studia medicina. Ma sono nato con l’attrazione per tutte le cose sbagliate, quindi fin da ragazzino mi sono ritrovato catapultato nel mondo della strada e dello spaccio. Già a dodici anni mi fumavo le prime canne, e passavo le giornate con ragazzi albanesi di 30 e passa anni che magari mi chiedevano il piacere di portare 10 euro di roba a un tizio, e poi 10 grammi, e poi quantità sempre più grosse. Quando cominci ad entrare in questi giri è difficile uscirne, soprattutto se abiti in un posto così piccolo, perché non puoi sfuggire alla situazione e rifarti una vita: l’unico modo è scappare da lì. E io ci ho messo un bel po’ a scappare, tant’è che ho avuto un sacco di problemi, sia con la legge che psicologici. Mi hanno prescritto una marea di psicofarmaci, Ansiolin, Tavor, Minias… Dai sedici anni in poi ho avuto un periodo in cui ero davvero fuori di testa, soprattutto per una persona della mia età. E il fatto che girassi così tante città per cercare di evitare i problemi non aiutava: zero stabilità. Mi è capitato addirittura di dover fare rapine per mangiare, perché se no non avrei saputo come cazzo fare.

Scusa, ma la tua famiglia come viveva tutto questo?
Mia madre era abbastanza all’oscuro di tutto, mentre mio padre era a conoscenza della situazione: avendo fatto le mie prime cazzate da minorenne, qualcuno in famiglia veniva per forza informato. Si è comportato in un modo inaspettato, però: un genitore, di solito, quando lo chiamano dalla caserma per fargli sapere che il figlio quattordicenne è stato trovato con certe sostanze, lo riempie di mazzate, lo chiude in casa e gli dice che non uscirà mai più. Lui invece mi parlava un sacco, cercava di farmi ragionare e di indirizzarmi sulla retta via, e quando vedeva che non ne volevo sapere mi diceva semplicemente che un giorno avrei capito, e che sperava che quel giorno arrivasse presto.

E tu?
All’inizio la prendevo come un’autorizzazione a fare quel cazzo che volevo, però crescendo ho iniziato a rifletterci e credo sia stato proprio quello ad avermi permesso di non sprofondare ulteriormente. Era come se mi avesse detto: «So chi sei e mi fido di te, so che puoi fare di meglio. Oggi hai scelto di essere questo, ma domani potrai decidere di diventare qualcos’altro». Se non fosse stato per questo, forse non sarei mai arrivato neanche a oggi, a questa conversazione al telefono con te. Ancora non sto bene, ma almeno non va peggio. Da qui in poi, posso solo risalire.

In sostanza, quindi, se ho ben capito Mezzococco è una fotografia di un certo periodo della tua vita, più che un’esaltazione di uno stile di vita?
Mi capita che su Instagram qualcuno mi scriva dicendomi di smetterla di incitare i ragazzini a pippare o ad assumere comportamenti sbagliati. Ma io non sto incitando nessuno, non mi interessa né incitarli né dissuaderli. Io racconto semplicemente ciò che è successo a me, e come l’ho vissuta quando mi è successo. Quella canzone l’ho scritta pensando a come stavo in quei momenti. Non suggerirei a nessuno di seguire il mio esempio, ma se ti piace quello che vedi e senti in Mezzococco, fai pure quello che vuoi; se invece non ti piace, non lo fare. Ciascuno recepisce il messaggio come vuole. Anche perché non mando sempre lo stesso messaggio: hai presente i miei freestyle su Instagram?

Descritti con parole tue?
Beh, prima di pubblicare Mezzococco ho fatto uscire parecchi freestyle che parlavano della mia vita, ma dandone un’altra visione. Dico cose tipo «E se la droga non ci ucciderà, lo faremo noi con le nostre mani», oppure «Cercare pace nelle ferite è come cercare coca nella mannite». Faccio vedere entrambi i lati della medaglia, insomma, perché questo tipo di vita non è né interamente positiva né negativa. Sono un artista: se sto bene bagno il foglio, se sto male bagno il puccio (una sigaretta “inzuppata” nella cocaina, ndr).

Foto: Giordano Mattar

Nel brano, oltre che di droga, parli anche di sesso, in maniera piuttosto mercenaria…
Per me è un discorso da non prendere alla leggera. Io non generalizzo la figura della donna, non sono tutte come le ho descritte io, sia chiaro. Però parlo delle mie esperienze, e le ragazze che ho conosciuto sono quasi tutte così. Quando dico che lei “lo succhia per un mezzo”, inteso come un mezzo grammo di coca, non è una frase a caso, perché ho incontrato davvero tantissime ragazze che erano disposte a barattare un rapporto sessuale in cambio di una riga o due. Parlo di quello che ho visto, e purtroppo il 99% delle tipe che ho conosciuto sono esattamente come le ho descritte nel pezzo, anzi, a volte sono stato anche fin troppo buono.

Mi verrebbe spontaneo dirti che forse è il caso di cambiare giro, però…
Guarda, io non metto in dubbio che nel mondo ci siano milioni di ragazze migliori di così. E non dico che le donne facciano certe cose e che gli uomini non le facciano: è pieno di maschi che farebbero esattamente lo stesso, in cambio di droga. Se incontrerò una persona migliore di così e mi innamorerò, vi garantisco che scriverò canzoni d’amore. Nella vita mi sono innamorato una sola volta, e infatti a lei ne ho dedicata una. Ma fino a quando continuerò ad avere questo tipo di esperienze, non potrò fare altro che raccontarle. Anche se so che in questo momento storico parlare di certi argomenti in un certo modo è un tasto dolente, purtroppo non posso parlare diversamente del genere femminile.

Onestamente mi viene spontanea una domanda disinteressata, che va oltre la musica in sé. Tu in questo momento stai bene? Perché le atmosfere di Mezzococco trasmettono un malessere parecchio accentuato, tipo grido di aiuto, e le parole che usi per raccontarne il senso in questa intervista non sono molto rassicuranti…
Emotivamente parlando so che non sto bene da tanto tempo: magari ho degli attimi di felicità, ma nulla di permanente. Ma anche se molti potrebbero non essere d’accordo, io mi reputo un artista, e quindi mi sento quasi in dovere di star male. Ci sono momenti in cui cerco di migliorare il mio stato d’animo, ma è come se dovessi provare questi sentimenti per riuscire a fare arrivare qualcosa alle persone che mi ascoltano. Penso che il malessere sia l’emozione più importante di tutte, perché altrimenti non capiremmo il valore del benessere, che diventerebbe una condizione di normalità. A volte cerco di darmi una mano, a volte mi lascio andare, ma stare male non è poi così brutto, quando ti ci abitui. Non mi pesa. Se provassi a tirarmi su, forse farei solo peggio, in questo momento: meglio cercare di adattarsi alla situazione. Ho paura di stare bene, in fondo. Ed è bello che tu mi faccia questa domanda, perché non tutti vedono questo lato della faccenda. Molti pensano solo all’aspetto cool di quello che dico, come se fosse una cosa figa. Tipo “Sballiamoci, siamo giovani, facciamo casino”. Ma non è così. Hai presente Rick & Morty?

Sì, certo.
C’è un episodio in cui nonno Rick era tornato adolescente, ma dentro era ancora anziano, e cercava in tutti i modi di farsi notare e di far capire il suo malessere: voleva liberarsi di quel corpo da ragazzino e tornare a essere se stesso. È un po’ la stessa cosa che sto facendo io, inconsciamente. Insomma, se il grido d’aiuto c’è, è più rivolto a me che all’esterno.

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