Young Fathers, pugni in faccia a tutti

'Cocoa Sugar' è uno degli album dell'anno. E anche la loro rabbia, tinta di politica, ha davvero pochi eguali in circolazione
Credit: Rob Walbers

Credit: Rob Walbers

Gli Young Fathers hanno firmato uno degli album più spettacolari del 2018, Cocoa Sugar, un glorioso trip distopico accompagnato da video degni di un’installazione d’arte contemporanea. Ma sono talmente rivoluzionari nella vita che la loro rivoluzione musicale passa quasi in secondo piano. Ally, Kayus e G – tutti e tre cresciuti a Edimburgo, anche se solo G ha origini scozzesi – dimostrano di essere una delle band più radicali degli ultimi vent’anni. Rifiutando di rilasciare interviste ai giornali di destra, scrivendo un jingle pubblicitario per la Nestlé, solo per poter usare il compenso per una campagna contro la diffusione del latte in polvere Nestlé nei Paesi del Terzo mondo e utilizzando per mesi il loro profilo Instagram solo per diffondere slogan pro-migranti. E indignando la Gran Bretagna con il video di Ally che si aggira tra le sale della Scottish National Portrait Gallery prendendo a pugni i ritratti dei ricchi bianchi. Video peraltro commissionato dalla stessa galleria per promuoverne le opere. È proprio Ally a rispondere al telefono per questa intervista (anche se il gruppo non ha leader o ruoli prestabiliti, come sottolinea): sarebbe legittimo aspettarsi una voce tonante da castigatore, e invece ha un tono leggero e ironico da ragazzo qualunque, se si esclude il pesantissimo accento scozzese.

Si dice che abbiate fatto uno sforzo per suonare più “normali”, in quest’album…
ally Abbiamo applicato il nostro modo di lavorare a un nuovo format, un po’ più lineare e diretto del solito: dovevamo farlo per forza, a un certo punto. È buffo: per me ha funzionato, ma Kayus e G non sono del tutto d’accordo.

In che senso?
ally Un tempo sviluppavamo quindici idee per volta, in questo caso invece ne trovavamo una buona e ci concentravamo su quella. Impedivamo alla creatività di schizzare via in tutte le direzioni, ma forse è proprio questo che mette gli altri a disagio. Però non ci siamo mai detti, “faremo questo tipo di musica, usando questo tipo di suoni”. Siamo entrati in studio e abbiamo creato. Amiamo i contrasti, soprattutto le canzoni con voci bellissime, ma con un testo e delle sonorità molto dark.

A proposito, i vostri testi sono spesso molto criptici…
ally Sono verità, storie inventate, prospettive. Ci piace che siano aperti all’interpretazione, cerchiamo di stratificare i significati. Pensa a canzoni come Lord: suona come un coro gospel, ma in realtà se ascolti bene le liriche non lo è. E poi verso la fine, quando credi di averla finalmente capita, cambia ancora. Potrebbe essere una canzone d’amore, un inno religioso o nessuno dei due: puoi deciderlo tu, in base a come ti fa sentire.

La stessa complessità regna sovrana anche nei vostri visual. Siete una band o un collettivo di artisti a 360 gradi?
ally Forse più la seconda: per fortuna abbiamo il controllo su ciò che facciamo. Crescendo abbiamo iniziato a elaborare personalmente ogni dettaglio, e se non funziona, pazienza, almeno abbiamo fatto a modo nostro. Però la vera chiave di lettura sta negli occhi di chi guarda.

Siete cresciuti insieme, giusto?
ally Sì, ci siamo conosciuti a 14 anni. Essere nella band dei tuoi amici d’infanzia è una cazzo di rottura! Siamo una famiglia, quindi cerchiamo sempre di raggiungere un compromesso tra tutti, il che può essere frustrante. Ogni tanto scazziamo, però allo stesso tempo ciascuno è libero di essere se stesso. Sappiamo che se siamo rimasti uniti per tutto questo tempo, qualcosa significa: non possiamo certo mollare adesso.

Non mollate mai in tutti i sensi, vedi le vostre battaglie politiche e sociali…
ally Ci sono cose che vanno dette, perché la gente possa farsi una propria opinione. Siamo dalla parte del popolo, se c’è una causa per cui combattere noi la abbracciamo volentieri. Però manteniamo un equilibrio tra ideali e la realtà, perché non si può salvare il mondo da soli: l’unica cosa che si può fare è dare una mano.

Come quando avete organizzato dei concerti gratuiti a Soweto, il quartiere più povero di Johannesburg?
ally È un’esperienza che ci ha cambiato la vita. Giravamo in furgone e ogni tanto ci fermavamo, montavamo gli strumenti e suonavamo. Con tutto quello che è successo, in Sudafrica sono molto sensibili ai messaggi di inclusione: ai nostri concerti c’erano sempre un sacco di persone, anche se non sapevano chi siamo. È un Paese che brama le novità, anche nella musica. Qualcuno ci ha detto di non andarci perché era pericoloso, ma penso che i guai ti trovino solo se te li vai a cercare. E noi non cercavamo quello.

Non avete mai rimpianto di aver fatto qualcosa, per esempio il famoso video per la National Portrait Gallery?
ally Personalmente no: ora che siamo più visibili, è giusto fare queste cose. Anzi, vorrei ringraziare la galleria per averci chiamati, sono stati molto coraggiosi. È un ambiente che visto da fuori sembra escludere la gente comune: volevamo creare una rottura, aprire le porte. Il concetto del filmato era: perché i ritratti nei musei rappresentano nobili e ricchi, e non gli eroi di tutti i giorni?

Perché tante polemiche allora, secondo te?
ally Di solito la voce narrante di questi video istituzionali è quella di un tizio bianco e pacato, e non di un giovane nero che fa cose strane alle opere d’arte. La gente si è sentita a disagio, ha preferito restare con la testa nella sabbia. Il paradosso è che spesso a lamentarsi sono le stesse persone per cui stai combattendo certe battaglie.

Com’è andata con la Nestlé, invece?
ally Nel 2014 ci avevano chiesto di fare le musiche per un loro spot. All’inizio avevamo rifiutato, ma poi abbiamo cambiato idea, con l’idea di usare il compenso per finanziare una campagna anti Nestlé per la questione del latte in polvere. Alla fine abbiamo scritto la canzone, Nest, e incredibilmente l’hanno accettata, anche se ripeteva di continuo parole come “baby”, “milk” e “mother”. Ma poi ci hanno chiesto di fare un sacco di modifiche alla struttura e non eravamo disposti a farlo, perciò abbiamo lasciato perdere e ce la siamo tenuta noi. Però resta sempre una bella storia da raccontare!

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