Yendry ha appena cominciato | Rolling Stone Italia
sin fronteras

Yendry ha appena cominciato

Dalla provincia di Torino al Tiny Desk, da X Factor Italia alla playlist di Obama. Yendry pubblica il suo primo disco e ci racconta una vita incredibile, fatta di sacrifici e soddisfazioni. Perché lei è 'Como agua', cambia forma

Yendry ha appena cominciato

Yendry fotografata da Lorenzo Bonanni per Rolling Stone Italia

Com’era? Certi amori fanno dei giri immensi. Aggiungeremmo: anche certe popstar. Tipo Yendry, che 14 anni fa partecipava a X Factor Italia (in squadra con Elio) e subito dopo tornava alla sua vita, fatta di lavoro e musica. Solo che l’universo aveva decisamente altri piani (pardon, giri immensi). Tipo farla apprezzare da un Presidente degli Stati Uniti o farla duettare con una superstar della musica latin. Il tutto partendo dalla provincia di Torino.

Facciamo un salto al presente: Yendry oggi vive a L.A., ha appena pubblicato un disco (quasi) tutto in spagnolo ed è stata una delle ultime protagoniste del famosissimo Tiny Desk, format dal vivo ospitato negli uffici di NPR Music a Washington, D.C. (dopo di lei c’è stata Cardi B, just sayin’).

E quindi ora che Como agua è fresco di stampa (i vinili stanno arrivando, ci tiene a ricordarci), l’abbiamo incontrata in una calda giornata autunnale per farci raccontare la sua storia. Fatta di ambizione, slanci verso l’alto, tentativi riusciti e altri in cui ha dovuto ricominciare tutto da capo. Una storia che parte da Villafranca Piemonte, dove ha imparato l’inglese ascoltando le canzoni di Rihanna, ma soprattutto un luogo «dove non prende bene il telefono e se tira il vento c’è puzza di letame», e arriva fino agli Stati Uniti. Sempre con un pensiero fisso per il bunèt.

La prima cosa che voglio sapere è come sei arrivata a L.A. dalla provincia di Torino.
Durante il COVID ho firmato con la mia prima etichetta, la RCA, negli USA, ma non avevo mai conosciuto nessuno di persona perché non si poteva viaggiare. Quindi appena ho potuto sono andata lì per fare delle session di scrittura con dei musicisti. Ho iniziato così: lavorando. Poi mi sono innamorata. A un certo punto mi son resa conto di dover essere quasi sempre lì e mi son detta: vabbè, mi sposto.

Com’è successo che un’etichetta americana, una major, ti notasse?
Merito di Colors. Avevo pubblicato due canzoni, Barrio e Nena. Un giorno una ragazza che non conosco mi scrive dal nulla e mi dice: “Ciao, guarda che ho appena visto che il profilo di Spotify di Colors sta ascoltando la tua musica, spero proprio che ti chiamino per partecipare!”. È successo proprio così.

YEИDRY - Nena | A COLORS SHOW

Chissà che giri hanno fatto quei due pezzi per arrivare a loro. Pazzesco.
Un ragazzo che lavorava per loro, a New York, era dominicano. Aveva ascoltato Nena. Ma ne son successe di cose assurde.

Tipo?
Dopo che ho pubblicato Nena, durante il COVID, un giorno mi sveglio e vedo che il mio Instagram era impazzito.

Che era successo?
Karol G aveva sentito il mio brano e l’aveva messo nelle story, dicendo: “Lei canta come una dea”.

Wow.
Mi ricordo proprio che mi sono svegliata alle 5 del mattino perché non avevo sonno, mi ero appena lasciata con il mio ex ragazzo, stavo dormendo sul divano della mia amica. Era un periodo un po’ di depressione, pensavo che fosse l’uomo della mia vita.

Eh, sai quante volte capita.
Totale. Comunque non riuscivo a dormire. Mi sveglio e mi ritrovo con ventimila follower. Ne avevo molti, molti meno.

Quindi possiamo dire che Karol G è la tua madrina.
Sì, credo sia stata lei a dare il via a tutto.

L’hai mai incontrata?
Una volta, sì.

E gliel’hai detto?
Sì, gliel’ho detto, anche se c’erano tantissime persone ed è stato velocissimo. Mi sono avvicinata, l’ho ringraziata e lei mi ha detto: “Sei bravissima, continua così”.

Che sogno. Da X Factor a Karol G non è male. Tra l’altro tu a XF avevi avuto una bella botta di popolarità. Cosa ti ricordi di quel periodo lì?
Buio totale, me lo sono vissuto come un trauma (ride).

Perché?
Perché non sapevo bene cosa volevo fare. Ero giovanissima, non avevo idea di chi volessi essere, ero confusa. Magari volevo cantare i Massive Attack e mi facevano invece fare cose che non mi piacevano tanto. E poi un’altra cosa che non mi piaceva era questa sorta di fama improvvisa. Le persone si erano affezionate al personaggio, non alla musica. E questa roba qua non la vivevo molto bene.

Come te ne sei liberata? Ricordo che dopo XF hai continuato a lavorare, anche in Tv, come corista.
Prima ho iniziato a lavorare in un bar, è stato il mio primo lavoro. All’Astoria. Nel frattempo ho iniziato a cantare in giro per 50 euro, spesso combattendo per farci offrire anche la cena.

E poi, da là?
Ho continuato a fare le mie cose, ho iniziato con i Materianera (la sua band precedente, nda), poi sono andata a lavorare per Crozza, facevo la corista nel suo programma. Nel frattempo mi sono iscritta all’università, Filosofia. Lavoravo nei locali, in pizzeria, e la gente mi diceva: “Ma tu non sei la ragazza di X Factor? Perché sei qua?”. E io rispondevo: “Andare in Tv non significa avere soldi per vivere”.

Period.
Quindi ho continuato a fare le mie cose perché volevo avere una vita normale. Sognavo di andare all’università, poi però ho dovuto lasciare perché lavoravo sette giorni su sette. Quindi ho ricominciato con la musica. Scrivendo, suonando. Ma non volevo più cantare in italiano, anche se qui ti dicono tutti sia fondamentale. A un certo punto ho provato a cantare in spagnolo, non l’avevo mai fatto prima e sentivo che smuoveva qualcosa. Molti mi dicevano: “Non puoi competere col mercato latino”. Ma io non volevo competere con nessuno, volevo semplicemente fare una cosa che sentivo di dover fare.

Per te è stato anche un ritorno alle origini, no?
Sì, è stato anche una sorta di ricerca della mia identità, il ritrovare la mia lingua che avevo perso essendo cresciuta in Piemonte.

YEИDRY - Mentira (Official Video)

Non parlavi spagnolo in casa?
No, mia madre è una di quelle che dicevano: “Viviamo qua, ci adattiamo e impariamo la lingua perché la nostra vita ora è qua”. Quindi lei non parlava molto spagnolo, anche perché il mio papà italiano non lo parla.

Tornando alla storia degli States: dopo Colors ti chiamano da RCA?
Dopo Colors ho parlato con tutte le etichette possibili e immaginabili. Tutte straniere.

Le italiane silent.
Niente. Credo non fossi molto interessante visto che cantavo in spagnolo.

E lì inizia la tua avventura oltreoceano.
Sì, non tutte rose e fiori. Mi facevo gestire da un manager ma non è andata bene. Quando l’ho conosciuto io non avevo neanche un conto in banca, per dire. Avevo solo una Postepay. Mi sono affidata a una persona che non ha fatto i miei interessi. E sono stata molto male.

Cioè?
Nel 2023 ho avuto una sorta di burnout, non avevo soldi. Da fuori sembrava che andasse tutto bene, ma non era così. Ero depressa e stanca, viaggiavo tantissimo. Stavo imparando meglio l’inglese, mi dividevo tra qua e là, cercavo di fare ogni cosa mi chiedessero di fare perché avevo paura di perdere delle occasioni. Nel mentre capivo come funzionava il mondo dei grandi. È stato un periodo di assestamento bello tosto.

Yendry fotografata da Lorenzo Bonanni per Rolling Stone Italia

Come ne sei uscita?
Hai presente le liste di cose che devi fare per stare bene? Ecco, ho fatto delle liste. Ho ricominciato a costruire la mia vita pezzo dopo pezzo, prendendomi del tempo. Ho cambiato manager, ho cancellato gli impegni e ho ripreso il controllo. Ho parlato con il CEO della mia etichetta, che nel frattempo era diventata Sony Music Latin, e siamo ripartiti. Gli ho detto: “Non voglio soldi, voglio solo finire il mio disco”. Mi hanno aiutato col visto e con tutto il resto. Ci sono stati.

Nel mezzo hai avuto, però, anche un sacco di riconoscimenti. Penso al feat con J Balvin, o a Barack Obama che ti mette nella playlist delle sue canzoni preferite.
Sì, da una parte lottavo contro tutto, dall’altra succedevano queste cose meravigliose che mi davano la forza per continuare. E la gente iniziava a riconoscermi per strada. A Los Angeles, a Parigi, a New York. Anche se a volte mi sembra di cominciare solo ora.

Forse la vita degli artisti è sempre un po’ così: grandi up e grandi down. Nel frattempo, tu non sei mai stata ferma?
No, senza manager ho fatto il mio primo tour europeo, poi sono stata un po’ in vocal rest perché ne avevo bisogno. La gente mi dice: “Ci hai messo un sacco a fare il disco”. In realtà ci sono voluti sette mesi, il problema è che nel mezzo ci sono state mille cose, e tutte dall’altra parte del mondo. A volte dicevo: ma io voglio solo andare a Torino a mangiarmi il bunèt!

In autunno è perfetto.
Sì, sempre.

Tutto questo percorso cosa ti ha insegnato?
A crederci sempre.

Arrendersi mai, cit. Simona Ventura, altra piemontese che spinge. Comunque ora ci siamo. L’album è tra noi. Perché Como agua?
Perché io sono una persona molto… acqua (ride). Non so come dire, forse è perché sono nata su un’isola, però per me il mare significa cura, healing. Quando tutto diventa troppo io vado al mare, mi butto e sto bene. E poi c’è il fatto che come migrante ho sempre visto questa analogia tra l’acqua e il migrante: ho dovuto cambiare forma.

Spiegati meglio.
Io ho migrato due volte nella mia vita: una volta perché mi ha portato mia madre in Italia (dalla Repubblica Dominicana, nda), la seconda perché l’ho deciso io. Ho vissuto tutte e due le fasi della migrazione, le sue conseguenze, e ora capisco anche come si dev’essere sentita mia madre quando è venuta in Italia alla mia età. Quindi, come l’acqua, cambio forma costantemente, mi adatto al mio contenitore. Mi sono trovata a fare questa roba da quando ero bambina, infatti molti mi chiamano camaleonte: non ho mai paura di un posto nuovo.

Grande talento quella roba lì, no?
Sì, dai.

Che lavoro hai fatto per questo disco?
Mi son proprio chiesta: che primo disco vuoi fare? Ho pensato ai primi album di altre artiste che amo.

Tipo?
Björk. Mi son detta: voglio che ci sia la realtà qui dentro, è il mio primo capitolo. Volevo fosse onesto.

In effetti è un disco molto introspettivo, si sente la tua storia.
Ti ringrazio. Volevo che avesse più importanza quello che volevo dire rispetto ai soliti discorsi sulla hit. Ne ho parlato a lungo con l’etichetta, ho spiegato loro che volevo fosse un disco reale. Mi sono impuntata, e quando l’ho fatto sentire alla mia A&R si è commossa e mi ha detto: “Ci sei riuscita”. Per me era già la cosa più bella del mondo. Ma ho capito una cosa.

Cosa?
Che devi crederci tu, tantissimo, sennò le persone non ti vengono dietro. Io volevo essere orgogliosa del mio primo disco.

YEИDRY - Mala mia (Official Video)

E di ’sti tempi non è poco.
Io credo che le persone si stiano piano piano rendendo conto che se un artista fa quello che realmente sente, funziona. Ha una durata diversa, non so come dire. Magari non fai il picco delle hit, ma faremo altro. Se avessi fatto un pezzo reggaeton a caso, chi ci avrebbe creduto?

Ma poi la domanda è: c’è bisogno di un’altra canzone reggaeton fatta da dieci persone in studio?
Infatti. Volevo che questo lavoro partisse da me, dalla mia storia. Ho comunque coinvolto altri autori, anzi autrici.

Chi?
Leticia Sala, una scrittrice. Ho letto delle sue cose e mi sono innamorata.

Scusami, non posso lasciarti senza parlare di Tiny Desk. Quella roba è super, dopo di te ci è andata Cardi B. Neanche lì te la sei fatta un po’ sotto?
Allora, lì sì (ride). Sono andata in bagno a farmi una chiacchiera da sola prima di registrare.

Che ti sei detta?
Mi son detta: Yendry, sono anni che guardi questa roba nella tua cameretta a Torino. Ora sei qua, devi farlo e devi farlo bene. Ma avevo un’ansia pazzesca.

YEИDRY: Tiny Desk Concert

È stata questa la più grande soddisfazione che ti sei tolta?
Sì, decisamente una delle più grandi. Anche se la soddisfazione più grande è stata fare un disco esattamente come volevo farlo io. Ma pure liberarmi dal mio primo manager.

Quando torni in Italia che ti dicono, ora che hai fatto tutte queste esperienze? È cambiata la percezione degli altri?
No, non credo, cioè… non lo so. Non me lo sono mai chiesta. Tu che dici?

Secondo me, sì. Secondo me a Villafranca sanno tutto ma non dicono niente perché sono piemontesi. Lo sono anch’io, li capisco.
Di solito dicono a mia mamma: “Che carina, torna anche a trovarti”. È mia madre, ti pare che non torno a trovarla?

Cosa ti auguri per il futuro?
Non lo so, ho appena iniziato. Vorrei fare tante cose.

Per citare di nuovo Simona Ventura: ci sarà un tour?
Sì. Ecco, un mio sogno sarebbe fare un tour full band nei teatri abbandonati in tutto il mondo. Intanto vieni a vedermi al Magnolia il 6 febbraio.

Agli ordini.

Yendry fotografata da Lorenzo Bonanni per Rolling Stone Italia

Le date del tour:

 

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Un post condiviso da YEИDRY (@yendry)