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Yann Tiersen ha lasciato Amélie per Greta Thunberg

L'utilizzo troppo ‘parigino’ della sua musica e i lavori per il cinema sono un ricordo lontano. Oggi il compositore francese è un ambientalista rigoroso, e per il suo nuovo album ‘Portrait’ ha iniziato a pensare come una montagna

Yann Tiersen

Foto di Richard Dumas

Yann Tiersen ama la musica e la natura. Per il compositore francese noto ai più per la colonna sonora de Il favoloso mondo di Amélie la prima non esiste senza la seconda: «Sarà che sono nato a Brest, in Bretagna, sull’Atlantico, fatto sta che sin dagli esordi ho scritto lasciandomi ispirare dall’oceano». Da qualche tempo, però, il suo bisogno di riempirsi gli occhi di mare e paesaggi è più forte che mai. L’album del 2014 ∞ (Infinity), l’ottavo della sua carriera, è stato pensato in parte come un tributo alle meravigliose distese di ghiacci e terra lavica islandesi. Il successivo Eusa, del 2016, è un concept al pianoforte dedicato a Ouessant, l’isola bretone dove Tiersen si è trasferito una manciata di anni fa dopo averci trascorso vacanze e lunghi periodi sin da bambino.

Quest’anno è stata la volta di All, opera ricca di field recording, registrazioni ambientali realizzate in posti anche molto distanti tra loro, dalle foreste californiane a Tempelhof, ex aeroporto del regime nazista trasformato in polmone verde a Berlino. Non stupisce che raccontando la nuova raccolta Portrait – 25 riletture di brani del suo repertorio, più tre inediti – il 49enne torni a parlare di ambiente: a Ouessant il nostro si è costruito lo studio dei suoi sogni ed è lì che è nato Portrait, in uscita il 6 dicembre per la Mute. «Ho riunito i musicisti che mi accompagnano dal vivo (la moglie Emilie Tiersen, Ólavur Jákupsson e Jens L Thomsen; nda) e abbiamo registrato in presa diretta secondo un approccio completamente analogico», spiega il multistrumentista. «Volevo evitare tutte quelle manipolazioni digitali e sovraincisioni che eliminano la tensione magica, le vibrazioni positive e l’energia reale che si creano in una stanza quando si suona insieme». E sottolinea: «Era importante per me, una presa di posizione che in un’epoca dominata in maniera crescente dal virtuale assume anche una valenza politica».

Sia chiaro, a parlare non è un detrattore della tecnologia: nelle sue composizioni Tiersen miscela synth ed elettronica con strumenti tradizionali quali pianoforte, fisarmonica, violini. Qui il focus del suo discorso è la registrazione, rigorosamente analogica appunto, al servizio di una collezione di pezzi rivisitati che spazia dall’album di debutto La Valse des Monstres (1995) alle sue più recenti produzioni. E che include, tra i nuovi titoli, Thinking Like A Mountain, con John Grant e Stephen O’Malley dei Sunn O))): uno spoken word incentrato su un estratto di Almanacco di un mondo semplice dell’americano Aldo Leopold, classico del pensiero ambientalista datato 1949. «Ho scoperto questo libro – dice Tiersen – grazie a Stephan Harding, studioso del Schumacher College di Londra che su mio invito, un paio di anni fa, ha tenuto una lecture sull’“ecologia profonda” prima di un mio concerto alla Royal Albert Hall. In particolare in quel frangente mi aveva colpito la frase “thinking like a mountain”: alla base c’è una visione della nostra esistenza su questo pianeta lontana da quella antropocentrica che va per la maggiore. Il senso è che noi esseri umani non siamo il centro di tutto, quindi non possiamo certo metterci al posto di un dio, né decidere per il futuro del pianeta. Siamo solo elementi di un ecosistema di cui dovremmo rispettare gli equilibri, e spero che il movimento di Greta Thunberg forzi i nostri governanti ad andare in questa direzione. Ma quell’ecosistema, comunque, sopravviverà anche senza di noi, perché non ne siamo il perno».

Lui se ne è reso conto più che mai nel 2014, durante un lungo giro in bicicletta per sentieri e boschi della California: era con la moglie e a un certo punto è spuntato un coguaro; per fortuna non è successo nulla, ma Tiersen ha confidato di essere partito per quell’escursione senza prepararsi sui pericoli che avrebbe potuto incontrare e di aver capito quanto sia stupido credere di avere la massima libertà in mezzo alla natura, come se tutto dipendesse da noi. Pare che quell’esperienza abbia nutrito di spunti soprattutto il recente All, disco che in Portrait compare con più tracce tra cui Prad, in cui torna O’Malley. Un altro ospite dell’album è Gruff Rhys dei Super Furry Animals in Monochrome, dall’album Le Phare del ’98, quello da cui il regista Jean-Pierre Jeunet ha pescato parecchio per assemblare la colonna sonora de Il favoloso mondo di Amélie. E proprio la rilettura di composizioni come La dispute e Comptine d’Un Autre Été (L’Après-Midi), diventate iconiche grazie al successo riscosso dalla commedia con Audrey Tatou, ha dato grande soddisfazione a Tiersen, che già in passato ha ribadito più volte che il folclore parigino e la «francesità» del film sono quanto di più lontano ci possa essere dalla sua musica. «Ma con queste nuove registrazioni mi sono riappropriato di tutto, anche di La dispute, uno dei miei pezzi più scuri in assoluto, legato allo shock che si può provare dopo un avvenimento terribile. Mi mette a disagio sapere che c’è chi lo considera romantico a causa del suo utilizzo cinematografico».

Ecco, Tiersen e il cinema: per il grande schermo il multistrumentista ha firmato anche altre colonne sonore. Per esempio per La vita sognata degli angeli di Érick Zonca (1998) e Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker (2003). O ancora, per il documentario Tabarly (2008), sull’omonimo navigatore francese. «Mi sarei potuto costruire una carriera nel cinema, ma non sono adatto a quel mondo, non mi piace per niente», dichiara prima di citare il cortometraggio La jetée di Chris Marker come una delle sue opere preferite. E quando gli chiediamo che cosa esattamente non gli piace la risposta è secca: «Le persone!». Scoppia a ridere, poi torna serio: «Quell’ambiente è pieno zeppo di gente pretenziosa. Adoro il cinema come forma d’espressione, ma per il resto… Ci sono troppi soldi in ballo da quelle parti perché si possa restare persone semplici, con i piedi per terra: ogni mossa è condizionata dal business. Io sono più a favore di un approccio rock’n’roll, mi fa davvero strano vedere grandi registi anche impegnati socialmente come, che so, Ken Loach, vestirsi di tutto punto per andare a quel cavolo di Festival di Cannes. Ma cos’è?! Non voglio far parte di quel tipo di contesto».

Meglio il suo studio The Eskal, che ha ricavato in un’ex discoteca. Meglio le scogliere frastagliate della sua isola tra l’Atlantico e la Manica: «Vivendo a Ouessant ciò che si guadagna è il tempo, perché non ne perdi in spostamenti e simili. Molti mi domandano se non si prova solitudine, ma alle persone che conosco sull’isola se ne aggiungono tante altre che vengono a trovarmi da ogni parte del mondo, è magnifico». Anche John Grant, Stephen O’Malley e Gruff Rhys lo hanno raggiunto di persona per registrare le loro parti per Portrait. Solo i Blonde Redhead, al fianco di Tiersen nell’inedito Closer, hanno inviato file perché «in quel momento non potevano fare altrimenti» e il risultato è una canzone dalle atmosfere sognanti impreziosita dalle voci di Kazu Makino e Amedeo Pace. Il testo evoca alberi, laghi, mari. «Anche se sviluppo le mie composizioni ovunque e posso lavorare anche in un seminterrato tra le strade trafficate di una metropoli – osserva Tiersen -, l’idea iniziale arriva sempre da lì: dall’osservazione e dal contatto con la natura».

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