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Xenia Rubinos, sconfinato pop

La musica senza etichette né limiti ha trovato una nuova protagonista. Nostalgia e futuro, eccitazione e malinconia, elettronica e tradizione convivono nel secondo album 'Una Rosa'. È rinata una stella

Xenia Rubinos

Foto: Michelle Arcila

Pensate a St. Vincent e David Byrne, ma anche a Kanye West e Solange. Metteteci anche Noga Erez e Panda Bear. Ora dal passato ripescate una grande diva drammatica come La Lupe e date una spruzzata di rumba. Ora shakerate forte. Ecco, probabilmente potete avere un pezzo della polistrumentista e cantante Xenia Rubinos, ma non di certo tutte le sfumature presenti e nascoste in Una Rosa, il suo disco uscito lo scorso venerdì per Anti.

Una Rosa arriva dopo una pausa di cinque anni (da Black Terry Cat, album d’esordio dell’artista e grande successo di critica), un periodo lunghissimo se si pensa che, dentro, ci è passata un’intera pandemia. «Cinque anni ti cambiano, come persona e come artista. Il mio obiettivo è continuare a crescere come artista, sperimentando sulle mie capacità vocali e strumentali. Quando ho scritto questo disco ero molto distaccata emotivamente per cose accadute nella mia vita personale. Ho avuto un paio di momenti, forse proprio a causa di questo distacco, in cui mi sono ricordata perché faccio musica e scrivo canzoni. Fare musica è una pratica spirituale in cui puoi arrivare a trovare te stessa», ci racconta su Zoom.

Rispetto all’album precedente, Una Rosa colpisce per l’ampio utilizzo della voce come strumento che, tra effettistica e Auto-Tune, indaga una serie di soluzioni sonore interessanti. «La voce è qualcosa di misterioso, uno strumento che non puoi vedere. Per cantare devi imparare a immaginare o visualizzare il suono; è molto personale. C’è molta introspezione e esplorazione personale quando canti; è un portale dentro di te».

Ispirato da «cantanti tragiche come La Lupe» e co-prodotto dall’italiano Marco Buccelli, collaboratore fisso di Xenia nonché produttore di Giovanni Truppi, Una Rosa è un disco senza genere, fluido, che passa attraverso le storie personali di Xenia, in un racconto che unisce più generazioni. «La mia bisnonna nella sua camera da letto aveva questa lampada che suonava un motivetto, e quel motivetto era proprio Una Rosa. Me ne ero completamente dimenticata fino a quando un paio d’anni fa ho iniziato a soffrire di insonnia. In una di queste notti senza pace, in cui ero una zombie, mi son ritrovata a pensare a questa melodia, di cui non ricordavo nome o esecutore. Ho cercato invano per mesi, disperatamente, senza trovar niente. Ho quindi iniziato a registrarla con l’arrangiamento che mi ricordavo fino a che, per caso, su YouTube ho finalmente ritrovato l’originale di José Enrique Pedreira. Nonostante questo però, ho preferito mantenere la mia versione dell’arrangiamento del brano. A suo modo, quella canzone è la canzone della mia vita, anche se non ho ancora capito perché mi stia seguendo», spiega, aggiungendo che vuole trovare il modo di rendere tutto ciò un tattoo.

La famiglia di Xenia (è americana nata da madre portoricana e padre cubano, ndr) ritorna nel disco, questa volta attraverso la figura della abuela, la nonna, da cui nasce il verso “ask me where I’m going / don’t ask me where I’m from”. «Me la disse un giorno la mia abuela. Le stavo chiedendo quali fossero stati i suoi momenti più belli della sua vita e se avesse qualche consiglio per me, ma lei mi rispose secca: non chiedermi cosa ho fatto, chiedimi cosa sto per fare. Era una risposta incredibile, non voleva essere definita per il suo passato, ma per il resto della vita che aveva davanti. Chiedimi del futuro, non del passato. Quindi ho ripreso questa espressione per Don’t Put Me in Red, un brano che si rifà proprio a chi ti vuole incasellare o definire».

Xenia ha sempre parlato apertamente dei pregiudizi e degli stereotipi che ha subito dentro e fuori dal music business. «Incontro persone in giro per il mondo e si limitano a chiedermi di dove sono, da dove vengo. È frustrante perché è una questione che nasconde qualcosa di più grande. In base alla risposta, infatti, le persone assumono cose di te, come se la cosa più importante della mia persona fosse la mia provenienza. Chiedimi piuttosto cosa mi piace, cosa amo, no? Accadeva lo stesso quando facevo apparizioni nelle radio americane e mi rinchiudevano sempre negli spazi dedicati alla latin music anche se la mia musica non è mai stata riconducibile alla latin music. Era una scelta basata solo sulla mia provenienza, sul mio nome, sul mio aspetto. Ma ora forse le cose stanno cambiando in meglio».

Xenia Rubinos è una artista che fugge ogni catalogazione e Una Rosa è chiaramente un labirinto di volute (in)comprensioni estetiche e sonora. Ogni qualvolta pensi di averne afferrato un senso, altre nuove ispirazioni, citazioni e riferimenti appaiono all’orecchio come sbocciando da qualche sogno dimenticato o da qualche passato sommerso di un’altra generazione. Quello che possiamo capire, però, è che Xenia Rubinos è un talento e Una Rosa un disco bellissimo in cui perdersi. E non è mica male come scoperta.

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