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Woodkid trasforma in musica industrie, centrali nucleari, piattaforme petrolifere

Per realizzare ’S16’ il francese ha visitato miniere e complessi industriali. Qui racconta il significato del titolo, perché si è preso una pausa dopo ‘The Golden Age’, che cosa pensa dell’intelligenza artificiale

Woodkid

Foto Press

Era il 2013 quando Woodkid, già noto come regista di videoclip per pop star come Lana Del Rey, Katy Perry, Drake e Rihanna, si affermava sulla scena musicale con The Golden Age, album d’esordio che ne metteva in luce la particolare cifra stilistica: un pop elettronico dal carattere maestoso ed epico, giocato su incalzanti cavalcate percussive e cinematografiche esplosioni orchestrali, poi tradottosi in concerti scenografici di forte impatto. Un successo da 800 mila copie vendute nel mondo, trainato dai singoli I Love You e Run Boy Run, per un artista difficile da inquadrare, che fino a non molto tempo prima, sicuramente fino alla pubblicazione dell’EP d’esordio Iron del 2011, sembrava più interessato a lasciare una traccia come videomaker destreggiandosi tra diversi ambiti, non solo quello della musica, ma anche quelli del cinema, dell’animazione, della moda, della pubblicità.

In effetti il francese Yoann Lemoine alias Woodkid non ha mai abbandonato questa strada, non è un caso che il suo secondo album S16 arrivi solo ora – l’uscita è fissata per il 16 ottobre –, dopo che il 37enne si è dedicato ai progetti audiovisivi più disparati, collaborando, tra gli altri, con Nicolas Ghesquière di Louis Vuitton, con JR per uno spettacolo del New York City Ballet e con Jonás Cuaron (figlio di Alfonso) per la colonna sonora originale del film Desierto. E se nel frattempo la realtà attorno a noi è cambiata non si può non notare quanto sia cambiato anche lui, Woodkid, che in questo nuovo S16 non accantona certo il gusto per l’enfasi e la sontuosità, ma rallenta il ritmo, dilata le atmosfere, scandisce il tutto con suoni metallici, in Reactor canta con il Tokyo’s Suginami Junior Chorus, per raccontare dell’eterna lotta tra Davide e Golia, tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande che lo sovrasta. «Che cos’è che ci fa paura del mondo? Spinto dalla curiosità ho visitato centrali nucleari, piattaforme petrolifere, miniere, complessi industriali. Il disco s’ispira in parte a questi scenari».

Hai spiegato che il titolo S16 allude al simbolo chimico e al numero atomico dello zolfo: cosa c’è dietro?
C’entra la Sulphur Mountain di Alberta, Canada, luogo sorprendente che mi ha fatto capire quanto mi affascini l’idea che lo zolfo sia un elemento che in qualche modo contiene in sé la vita – perché per quest’ultima è fondamentale come l’ossigeno e perché è utilizzato nell’industria come fertilizzante –, ma che, contemporaneamente, sia impiegato per creare l’iprite, uno dei gas utilizzati nella guerra chimica, e quindi rappresenti il male, il diavolo. Di fatto mentre lavoravo al disco mi sono reso conto che lo zolfo poteva incarnare tutto ciò di cui volevo parlare. Perché c’è un contrasto alla base di tutto, anche quando si parla di depressione e dipendenze non si può prescindere dall’osservare che siamo sempre in bilico tra forze contrastanti, in lotta tra il piacere e il dolore. E in tutto ciò c’è, in ultima istanza, la bellezza della consolazione, di quei momenti in cui ci si abbandona alla propria debolezza, si chiede aiuto e finalmente si appoggia la testa sulla spalla di qualcuno che ti è vicino.

Come singolo di lancio hai scelto Goliath, brano che evoca un immaginario distopico, accompagnato da un tuo videoclip ambientato in una miniera di carbone e dal finale apocalittico. Ma S16 ha anche un lato intimo.
Perché è un album che nasce da un processo d’introspezione profonda. Parla di dubbi e paure effettivamente molto intimi, privati e in certa misura ambivalenti. Racconta di come sia dura essere delle belle persone, del timore di non riuscire a esserlo, di quei momenti di fragilità in cui non si ha il coraggio di chiedere aiuto.

Si nutre di contrasti.
Le nostre vite sono fatte di contrasti, anzi, la mia convinzione è che più andiamo a fondo, più scaviamo per giungere al cuore di quei contrasti, più possibilità abbiamo di sperimentare il bello. Sono convinto che la gioia arrivi sempre dopo il dolore, che i sentimenti opposti non possano esistere uno senza l’altro, che non si possa sfuggire a questa polarità. Volevo realizzare un disco industriale dal punto di vista del suono, ma poi c’è la mia vocalità…

Che è dolce; c’è chi l’ha paragonata a quella di Anohni (precedentemente Antony Hegarty), anche se il tuo modo di cantare è meno sofferto.
La mia voce fa emergere il mio lato più intimo, tenero, ed è proprio per evitare un effetto mieloso che vi accosto beat potenti. S16, poi, lo sto pubblicando sette anni dopo The Golden Age, e in sette anni si cambia moltissimo, io sono cambiato moltissimo…

In che senso?
In questi anni sono allontanato dall’idea diffusa di successo commerciale, in cui tutto deve essere necessariamente urlato, esposto, capitalizzato. Mi sono reso conto di avere bisogno di ridefinire il mio orizzonte personale. Non che adesso non m’interessi raggiungere un pubblico, ma ho capito che questo interesse non può andare a discapito dell’idea che ciò che conta è produrre qualcosa di cui sono orgoglioso e della mia felicità personale. E questo spostamento di prospettiva ha sicuramente condizionato la scrittura delle canzoni. Il risultato credo sia che, rispetto a The Golden Age, S16 è meno da kolossal hollywoodiano e più da thriller di fantascienza. Forse richiede un ascolto più impegnativo, non è un album semplice, ma una volta che ci entri dentro… Insomma, io credo valga la pena.

Foto press

Ma è vero che nel 2014 volevi lasciare la musica?
No, benché sia una notizia che continua a circolare; ho solo dichiarato che dopo tante date live e dopo tanto girare avevo bisogno di un periodo di pausa. La verità è che sentivo di aver detto ciò che avevo da dire. A distanza di tempo mi rendo conto di aver fatto quell’annuncio in una modalità forse troppo emotiva, sarà per questo che è stato frainteso. Avevo solo bisogno di fare altro, di buttarmi su altra musica, su altre collaborazioni, di non essere sotto i riflettori per un po’.

E ora che hai un nuovo disco da promuovere siamo nel bel mezzo di una pandemia.
Il tour è solo posticipato, però. La cosa strana è che S16 mette in scena contraddizioni che hanno parecchio a che vedere con il dramma che stiamo vivendo oggi. Del resto, essere un artista significa anche sintonizzarsi con ciò che sta là fuori, prenderlo, rimaneggiarlo e trasformarlo in qualcosa di personale. Io in questi mesi non mi sono mai fermato, ho lavorato tanto e intenzionalmente.

Cioè?
Mi sono appositamente riempito di impegni, così non ho avuto troppo tempo per riflettere su questo virus che ha scombussolato il mondo. Anche se mi piacerebbe trovare un significato a tutto questo, non penso ci sia, è quello che è, si tratta soprattutto di andare avanti con le nostre vite. Possiamo mettere in discussione i nostri governi e il modo in cui stanno reagendo al problema, questo sì, ma nel frattempo penso davvero che l’unica cosa da fare sia tenerci occupati e non smettere di dedicarci a ciò che amiamo, questo è il mio punto di vista. Prima che scoppiasse la pandemia ero più ansioso di adesso.

Come mai?
Ero ansioso per questo nuovo album, perché sapevo che il momento del ritorno sulle scene stava arrivando e non sapevo bene come parlare del mio lavoro. Poi con la pandemia quell’ansia è scomparsa, so che è strano, ma ci ho ragionato su e ho capito che è come se mi avesse dato improvvisamente la possibilità di un maggiore distacco: mi sono ritrovato di fronte a qualcosa di molto più importante dei miei piccoli drammi personali, di fronte a un gioco di forze superiore e su cui non ho alcun potere di controllo.

Nel video di Yale Pallow ti vediamo con una sorta di cane robot, immagine che evoca un futuro in cui l’intelligenza artificiale avrà un ruolo sempre più centrale. È una prospettiva che ti alletta?
Ho un rapporto di amore e odio nei confronti dell’universo digitale e dell’intelligenza artificiale, non penso sia un tema affrontabile secondo una visione binaria. Sono cresciuto con i computer, ho accumulato esperienze lavorando con la CGI (computer-generated imagery, nda), così tanto che posso considerare la computer grafica 3D come un’estensione della mia vita. Al contempo non posso non ammettere che più lavori con la tecnologia più ne riconosci i limiti, che sono limiti emotivi. E questo nonostante sia un sorprendente strumento di lavoro. Però…

Però?
Non sono sicuro che abbiamo già sperimentato un senso collettivo di empatia, c’è uno spettro di emozioni che secondo me non abbiamo ancora esplorato come esseri umani e non è detto che quell’esplorazione non possa essere stimolata anche dalla tecnologia. Specie se si considera che il progresso tecnologico non è una linea retta, è più come un albero con tanti rami, per cui tutto sta nel comprendere su quali di quei rami sia meglio salire, perché di sicuro alcuni si spezzeranno.

A cosa ti riferisci?
Chi opera nell’ambito delle nuove tecnologie sa benissimo, per esempio, che il processo di ipermonetizzazione dei dati è qualcosa di drammatico che prima o poi subirà un arresto. Al contrario usare l’intelligenza artificiale per scopi medici, ecco, su questo non ho nulla in contrario. La mia idea è che tutto ciò che non fa di noi degli animali ci rende più umani, motivo per cui il transumanesimo e l’idea di possibili modificazioni corporee mi entusiasmano. Trovo inutile rifiutare del tutto una cosa o abbracciarla in toto, l’evoluzione della tecnologia non è qualcosa da sostenere o da cui rifuggire, semmai si tratta di scegliere in che direzione andare e che cosa evitare.

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