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Willie Peyote: «Oggi tutto ha una data di scadenza: la musica, le relazioni, il governo»

Il rapper racconta il nuovo album 'Iodegradabile', cosa pensa della cultura dell'hype e delle aspettative del pubblico: «Sapevamo che il disco poteva sembrare commerciale, quindi abbiamo messo uno scontrino in copertina»

Willie Peyote

Foto press

Se dovessimo rappresentare la carriera di Willie Peyote con un grafico, assomiglierebbe a quelli dei fumetti di Paperon De’ Paperoni: una linea in costante ascesa che a un certo punto sfonda il foglio di carta su cui era disegnata e prosegue fino al soffitto. Parte da una band punk-rock, ma a un certo punto scopre anche il rap, e gli riesce talmente bene che i suoi primi album, Il manuale del giovane nichilista (2011) e Non è il mio genere, il genere umano (2012) diventano dischi di culto per la scena hip hop italiana. Nel 2014 si licenzia dal call center dove lavora per partecipare a un prestigioso concorso per songwriter, Genova x Voi, e lo vince. Mentre anche il mondo della canzone d’autore comincia ad accorgersi di lui, pubblica un terzo disco, Educazione Sabauda (2015), che lo porta fino al salotto di Fabio Fazio e a chiudere il tour con uno spettacolare sold out ai Magazzini Generali di Milano, davanti a centinaia di persone. Nel 2017 è il turno di Sindrome di Tôret, sempre autoprodotto, sempre suonato con l’ausilio della sua fedele band, sempre in bilico tra il cantautorato più colto e raffinato e il rap più incisivo e potente, e stavolta il tour si chiude con un altro spettacolare sold out all’Alcatraz di Milano, davanti a migliaia di persone, in questo caso. Nel mezzo ci sono state partecipazioni al Premio Tenco, all’antologia celebrativa di Fabrizio De André, all’ultimo album dei Subsonica, al Festival Gaber e chi più ne ha, più ne metta. Tra qualche giorno uscirà il suo quinto album in studio, in uscita per Virgin Records, dal sound e dai contenuti ancora più ambiziosi e innovativi rispetto ai precedenti. E, abituato com’è alla modalità do it yourself, appare ancora un po’ frastornato da tutta la macchina impeccabile e professionale che si è messa in moto per lui.

Dopo una conclusione di un tour trionfale e anni da alfiere della musica indipendente e autoprodotta, questo è il tuo primo disco con una major…
Le cose intorno a noi sono cresciute pian piano, non ho neanche avuto il tempo di rendermene conto: ero troppo impegnato a viverle, quasi non mi accorgevo di quello che stava succedendo. Quando è capitata questa opportunità, ci è sembrata una buona occasione per provare a fare le cose un po’ più in grande. In realtà, dal punto di vista creativo è cambiato davvero poco: la libertà è la stessa di prima, ma la struttura che ci supporta è più ampia e solida. Forse l’unica cosa che è cambiata davvero è che ho messo la faccia in copertina, cosa che non facevo da un po’ e che mi dicono sia opportuno fare, arrivati a questo punto del percorso. Sapevamo che quest’album avrebbe potuto apparire commerciale, da venduto, quindi abbiamo deciso di scherzarci su e mi vendo direttamente sulla copertina, con tanto di scontrino. So che le aspettative rispetto a Iodegradabile sono tante, soprattutto quelle dei fan, e ne sento un po’ la responsabilità.

Lo dici anche in una delle canzoni che anticipano l’album, Mango: “Io mi sento responsabile di ciò che scrivo / e non vi devo niente in cambio più di ciò che scrivo”. Cosa intendevi esattamente?
Mi sento responsabile di ciò che scrivo perché ci penso, peso ogni parola che devo usare: posso fare canzoni leggere, ma non faccio mai canzoni alla leggera, e cerco di portare rispetto al pubblico e alle persone che nomino nei pezzi. Allo stesso tempo, però, non devo niente in cambio più di ciò che scrivo, perché è la musica che dovrebbe parlare per me, innanzitutto. In questo periodo storico la gente non riesce a capire che esistono dei limiti.

In che senso?
Tanta gente ha un’impostazione mentale che la spinge a creare idoli per poi distruggerli. Anche se sono tuoi fan, sembra quasi che non vedano l’ora di vederti cadere e fallire, perché tutti dobbiamo essere sullo stesso piano. O anche viceversa: più sei un artista underground e “colto”, più sembra che a molti stia sul cazzo il fatto che comincino ad ascoltarti anche la parrucchiera o la cassiera del supermercato. Devi essere solo loro, perché sono stati loro a scoprirti e a portarti dove sei adesso. Ma io sono felice se mi ascoltano tutti.

Questo è un album per tutti, quindi?
Ce lo dirà il tempo, ma oggi come oggi le aspettative per un disco sono sempre più grandi di quelle per il disco stesso, in un certo senso. L’hype si crea prima dell’uscita, e poi si passa rapidamente all’uscita successiva. Guarda Kanye West, che continua a rimandare la pubblicazione del suo album: ha capito tutto dalla vita, si sta creando un’attesa pazzesca che aumenta di giorno in giorno. È una mossa geniale, anche se probabilmente, quando uscirà davvero, la gente se lo dimenticherà nel giro di pochi ascolti.

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Hai detto che Iodegradabile è incentrato proprio su questo, in un certo senso: la velocità con cui la nostra società crea e poi distrugge…
Oggi qualsiasi cosa è fatta per durare meno, dagli elettrodomestici ai dischi, dall’amore alle mode. Il concetto di tempo è assolutamente velocizzato e tutto scorre molto più rapido. La cosa mi porta a riflettere, e volevo fare riflettere proprio sul fatto che tutto ha una data di scadenza: la musica, le relazioni, perfino il governo, che sembrava dovesse durare per sempre e non ce ne saremmo liberati mai più, e invece…

A proposito, Il Mostro sembrerebbe essere dedicata ai sostenitori del governo gialloverde. O è solo un’impressione?
Sicuramente parla anche del governo gialloverde, e dei due modi di informarsi di entrambi gli elettorati: da una parte l’informazione di regime, dall’altra i social e i siti tipo Bufalaro.it. Ma è innanzitutto una citazione di un film del 1972, Sbatti il mostro in prima pagina: volevo parlare della tendenza a trovare sempre qualcuno a cui dare la colpa di tutti i nostri problemi.

Nella prima strofa, tra questi colpevoli designati, accanto agli zingari e al gender ci metti anche i testi di Sfera Ebbasta. Tu nell’immaginario collettivo rappresenti l’esatto opposto di Sfera, ovvero l’artista impegnato e intellettuale, e questa è sicuramente una frase destinata a colpire…
Non lo conosco di persona, ma dall’esterno mi sembra un bravo ragazzo e sicuramente nel suo genere musicale spacca. Dopo le vicende di Corinaldo mi è capitato spesso che nelle interviste mi chiedessero cosa ne pensavo di lui e dei suoi testi, che chiaramente non c’entrano nulla con quella tragedia, e la cosa mi ha colpito, perché è diventato il bersaglio dell’indignazione generale. Ci sarebbe piuttosto da chiedersi com’è possibile che milioni di genitori abbiano scoperto dell’esistenza di Sfera solo in quel momento, e come mai non sapessero neanche che i figli lo stavano ascoltando.

Ormai il rap, nella concezione distorta dell’italiano medio (soprattutto di una certa età), è associato a un immaginario materialista, decadente, ignorante e musicalmente arido, tanto che spesso c’è chi non ti considera neppure un rapper. Cosa risponderesti a chi non ti ritiene parte della categoria?
Certo che sono un rapper, anzi, un po’ mi offendo quando mi dicono che non lo sono: curo tantissimo la tecnica, l’originalità, il flow, e i miei colleghi rapper sanno perfettamente che sono uno di loro. In America non è che se suoni con una band, o se non parli di strada, non stai facendo rap. Gente come i Roots o gli Outkast sono parte della scena a pieno titolo, sia per la critica che per il pubblico. Qui invece c’è una concezione più tradizionalista. Allo stesso tempo, per alcuni sono un cantautore ma non abbastanza, perché non suono la chitarra e quindi non sono degno. Però un po’ mi piace che non riescano a rinchiudermi in un genere.

Tornando ai brani di Iodegradabile, in Catalogo parli di come i social e le nuove tecnologie influiscono sulle relazioni: è una critica a Tinder?
In realtà no, anche perché io su Tinder non ci posso stare, mi sgamerebbero subito! (ride) Parla dei social in generale, soprattutto di Instagram, e di come il fatto di metterci costantemente in vetrina abbia cambiato tutte le regole del gioco. Penso che nulla abbia avuto lo stesso impatto sulle nostre vite dell’invenzione degli smartphone e dei social, e soprattutto sull’amore. I nostri nonni sono riusciti a stare insieme cinquant’anni proprio perché non esistevano. Sicuramente ci sono più riflessioni sui sentimenti in questo disco, perché in parte l’ho scritto mentre ero innamorato. Ma sto già scrivendo il prossimo e non è detto che avrà lo stesso mood, perché nel frattempo la storia è già finita… (ride)

Miseri, invece, parla del concetto di immortalità, un tema parecchio denso da affrontare in un brano…
Una mia amica una volta mi ha detto “Tu hai fatto un disco, io ho fatto una figlia”. Mi ha fatto pensare a quanto la gente cerchi in tutti i modi di lasciare un segno ed essere ricordata per sempre, in qualsiasi modo: i figli ti sopravvivono e quindi quella è l’eredità che lasci al mondo. Eppure non è detto che tutti debbano per forza lasciare il segno, non sta scritto da nessuna parte che debba andare così. Non ad ogni costo, almeno.

Per lasciare il tuo, di segno, hai lavorato con il tuo team di sempre, per l’occasione ribattezzato All Done: i produttori Frank Sativa e Kavah, Dario Panza alla batteria, Luca Romeo al basso e la new entry Danny Bronzini alla chitarra. In un periodo in cui si va alla ricerca del producer di grido per imbroccare il sound del momento, che valore aggiunto ha lavorare sempre con le stesse persone?
Alcuni di loro li conosco da sempre e ci sono dal giorno uno, quindi si è creato un legame che va oltre a ciò che facciamo in studio e sul palco. Mi piace che lavoriamo tutti insieme, come una vera band, e che il loro aiuto mi permetta di fare cose a cui musicalmente non arriverei da solo. Magari prima o poi capiterà anche a me di voler provare a lavorare con il produttore del momento, ma sui miei dischi voglio fare le cose a modo mio, con la mia gente. Io sono uno che fa gioco di squadra: amo il calcio, il tennis non è lo sport per me.

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