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Willie Peyote a Sanremo 2021: «Non fingiamo che non ci siano 400 morti al giorno»

Il rapper debutta all'Ariston con ‘Mai dire mai (la locura)’, l’unica canzone del festival che parla di pandemia, teatri chiusi, politica. «Non vado per la gara, voglio essere un corpo estraneo»

Willie Peyote

Foto: Chiara Mirelli

Amadeus l’aveva annunciato con grande anticipo: nessuna canzone in gara a Sanremo 2021 avrebbe parlato della pandemia. Ma da lì a non citare neppure di sfuggita l’attualità sociale e politica del nostro Paese, ce ne passa. L’unico che ha avuto il coraggio di farlo in maniera esplicita, con la sua consueta e caustica ironia, è stato Willie Peyote, che nella sua Mai dire mai (la locura) racconta che “riapriamo gli stadi, ma non i teatri né live / magari faccio due palleggi, mai dire mai” e che “pompano il trash in nome del LOL e poi vi stupite degli exit poll”. Un testo decisamente non da Festival, scritto da un artista che arriva dalla scena rap e che in effetti al Festival non ci aspettavamo, ma che è una graditissima sorpresa. Una mossa come la sua, quella di portare un pezzo fortemente critico nei confronti dello status quo su un palco che quello status quo lo incarna da sempre, poteva essere azzardata, ma finora, a bocce ancora ferme, si è rivelata vincente, perché il suo è stato uno dei brani più apprezzati dai giornalisti che hanno avuto la possibilità di ascoltarli in anteprima.

La prima domanda è quasi scontata: perché Sanremo?
Beh, innanzitutto perché la mia carriera vera e propria era decollata proprio in Liguria, con un concorso per autori di canzoni chiamato Genova x Voi (che ha vinto nel 2014 nella sezione rapper, nda), e in fondo Sanremo è la naturale prosecuzione di tutto ciò. In realtà al Festival non ho mai detto no a prescindere, ma neanche sì. Questo, però, è un anno particolare: è tutto fermo, e se hai qualcosa da dire quello è l’unico contesto per farlo. E infatti, quando me l’hanno proposto, la mia risposta è stata: vengo solo se mi fate portare questo pezzo. Che non era stato pensato per l’Ariston, ma era già esattamente come lo sentirete, con tanto di riferimenti alla politica, alla mancata riapertura di concerti e teatri e a Morgan e Bugo.

Risposta?
Che era proprio quello che si aspettavano da me, anche se non ne sono così sicuro, onestamente… Ad ogni modo se lo sono accollato, e adesso sono affari loro (ride). Io farò quello che so fare meglio, sicuramente non fingerò di essere qualcun altro solo perché il contesto è diverso da quello a cui sono abituato. Comunque sono davvero contento che sia andata così: paradossalmente, se avessi dovuto scrivere un brano apposta mi sarei impelagato nel tentativo di scrivere un pezzo dal testo importante, poetico, arrangiato alla perfezione per rendere giustizia all’orchestra. Invece vado con un pezzo puramente rap, ma a cassa dritta, che in un certo senso prende in giro Sanremo e che non c’entra niente con quell’ambito. È un po’ un cortocircuito che serve anche per spiegare tutti i cortocircuiti di quest’anno, nella società, nel mondo dell’arte e della cultura e nello stesso Festival.

Tra l’altro la canzone si apre con una citazione di Boris, una serie tv che è stata un cortocircuito di per sé.
“Questa è l’Italia del futuro, un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”. Il che è esattamente quello che sta succedendo oggi. Vogliamo davvero far finta che una volta chiuse le porte dell’Ariston non ci siano 400 morti al giorno, là fuori? Credo fosse più irrispettoso, nei confronti loro e delle loro famiglie, salire su quel palco senza fare neanche un accenno a tutto ciò.

La cosa peculiare, però, è che è un accenno che fai solo tu, tra tutti i cantanti in gara: Mai dire mai (la locura) è l’unico pezzo che sfiora argomenti di stretta attualità legati al Covid.
Li capisco, sia chiaro: io per primo, anche se sono convinto della mia scelta, ho costantemente una vocina nella testa che mi dice che forse è quella sbagliata. È normale che sia così, ci sono i virologi in tv ogni santo giorno, siamo tutti stanchi di parlarne e pensarci. Ma per essere in pace con me stesso non me la sentivo di fare diversamente. Andare a Sanremo a fare un pezzo d’amore (perché alla fine sempre di quello si finisce a parlare, nelle canzoni) sarebbe stato come abdicare a tutto ciò che ho cercato di dire fino ad oggi. Fare un riferimento alla pandemia, anche ironico, era imprescindibile. Anche perché non sto scrivendo nulla in questi ultimi mesi, perciò avrei dovuto portare un pezzo vecchio, non rappresentativo di ciò che sono in questo momento. Comunque in realtà secondo me ci sono altri che a modo loro parlano di attualità…

Ad esempio?
Beh, Max Gazzè ha trovato un modo ben più elegante del mio di raccontare i tempi che corrono, con la sua satira sulla medicina e i medicinali. Riesce a essere molto più ficcante di me, e ho sempre più stima di lui. Anche Colapesce e Dimartino hanno una loro chiave per parlare di argomenti importanti, anche se apparentemente la loro canzone parla di musica leggerissima. Credo che i nostri pezzi, in maniera e in misura diversa, siano stati apprezzati dai giornalisti proprio per questo.

Quindi davvero non hai scritto niente in questo periodo? Molti tuoi colleghi hanno tirato fuori interi album in lockdown…
Beh, quando è scoppiata la pandemia ero nel bel mezzo del tour più importante della mia carriera, che abbiamo dovuto interrompere all’improvviso: eravamo arrivati finalmente a un livello per cui avevamo lavorato tantissimo, e tutto si è fermato. Non sono uno di quelli che sono convinti che usciremo migliori da questa situazione – anche perché, a guardare cosa sta succedendo negli ultimi mesi, parrebbe proprio di no – ma personalmente ho dovuto imparare a essere paziente. Mi sono forzatamente spento, sono andato in letargo, altrimenti sarei impazzito. E no, non sono riuscito a scrivere nulla, a parte Mai dire mai (la locura) e il singolo precedente, La depressione è un periodo dell’anno (anche quello ampiamente riferito alla pandemia e ai suoi risvolti, nda). Se non succede niente, se non faccio niente, non riesco a trovare stimoli.

Dev’essere una sensazione strana per te, che notoriamente scrivi molto.
Avevo iniziato a lavorare a qualche bozza, ma poi ho mollato tutto. C’è sempre un momento in cui mi fermo e mi chiedo: ma che cazzo di senso ha stare qui a parlare della tipa che mi ha mollato due anni fa, con tutto quello che sta succedendo nel mondo? Ovvio, mi spiace anche che mi abbia mollato, ma forse non è il momento giusto per scrivere di questo.

Tornando a Sanremo, il fatto che il tuo debutto su quel palco sia in un’edizione così particolare (niente pubblico, niente freak show, incontri con la stampa in remoto) è più rassicurante o più inquietante, dal punto di vista della performance?
Prendila come una battuta, ma sono contento che non ci sia il pubblico, perché almeno sono sicuro di non fare la fine di Crozza nel 2013, quando nel suo monologo parlò di politica e fu contestato dalla platea. Il che è già tanta roba, per quanto mi riguarda: da una situazione così non puoi che uscirne con secchezza delle fauci e morte cerebrale (ride). Però dall’altro lato mi spiace, perché mi ero ripromesso che se mai fossi andato al Festival lo avrei fatto una sola volta nella vita, e a questo punto non vivrò l’esperienza completa. Ma per come mi conosco, forse è meglio così: non sarei riuscito a contenermi, avrei voluto vivermi ogni momento fino in fondo e non avrei dormito per una settimana di fila, con ovvie ripercussioni sulla performance.

Quali sono i consigli che ti hanno dato?
In realtà nessuno mi ha dato consigli, finora. L’unico è stato Samuel dei Subsonica, che mi ha detto che lui, durante le esibizioni degli altri, se ne stava in sala di fianco al mixer, tipo concerto, per entrare nel mood. Mi ha suggerito di prenderlo come un palco normale, di fare quello che so fare e di non preoccuparmi. D’altra parte però lui è praticamente una macchina, è bravissimo in tutto, io non so se riuscirò a fare lo stesso. In realtà però non è tanto la performance a mandarmi in panico, ma tutto il contorno, tipo lo styling, i capelli… Non ho la minima voglia di essere scrutinato da tutti per come sono vestito e pettinato! Per sopravvivere alla tensione cercherò di prendere tutto sul ridere: andrò all’Ariston per prendere in giro me stesso, prima ancora che tutti gli altri. Sperando che i miei colleghi capiscano l’ironia.

Sicuramente non sarai preoccupato dalle pagelle sulle canzoni, però, visto che hai ottenuto voti altissimi da quasi tutte le testate…
Se dessimo retta ai giornalisti ce la giocheremmo io, Colapesce e Dimartino e pochi altri, in effetti. Anche i bookmaker adesso ci danno come favoriti, e questo è strano: se guardo le quotazioni per le scommesse, sia per la vittoria che per il premio della critica, sono bassissime, perfino il Torino di solito è quotato di più. In realtà tutto questo un po’ mi preoccupa, perché già normalmente ho l’ansia da prestazione, figurati adesso. C’è chi ha definito il mio testo un “capolavoro letterario”: sono lusingato, per carità, ma mi viene da chiedere che cacchio abbiano ascoltato, non è mica Guerra e pace (ride). Scherzi a parte, sono molto felice che il pezzo sia stato compreso e apprezzato. Il senso era cercare di comunicare che siamo tutti parte del problema e quindi non ha senso cercare di essere superiori: mi sembra che questo sia stato capito.

E se vinci?
Ma figurati se vinco! Non vorrei neanche, non credo sarebbe giusto, mi sembrerebbe di scippare il premio a qualcuno che è lì perché ci tiene veramente. Io devo essere vissuto come un corpo estraneo all’interno di questo Sanremo. Non vado per essere in gara e non vorrei essere percepito come se fossi davvero lì per giocarmela. Vorrei che vincesse una bella canzone di gente che prende la musica e il Festival seriamente, tipo i già citati Colapesce e Dimartino. Mi piacerebbe anche che vincesse Madame, sarebbe un bel segnale: è giovane, donna, con una scrittura molto sui generis. Per il resto ho tanti amici e persone che stimo tra i concorrenti, quindi è difficile dare una preferenza: Lo Stato Sociale, i Coma_Cose, Ghemon, Fulminacci, gli Extraliscio e Davide Toffolo… Apprezzo tutto ciò che non è semplicemente “il nuovo che avanza”, ma che è una sintesi tra tanti mondi e modi di esprimersi diversi.

Comunque vada, che farai dopo Sanremo?
Nulla di preciso: non ho un disco pronto né volevo averlo, anche perché avevo messo davvero tanto in Iodegradabile, che stavo portando in tour quando siamo entrati in lockdown, e mi spiace davvero che si sia bruciato così per via delle contingenze. Se potessi scegliere, preferirei di gran lunga riprendere i concerti, ma non ho neanche pensato a quello, visto che ancora non si sa come sarà la situazione quest’estate. Anche per questo dico che non sono in gara: non sono lì per lanciare un disco. Sono a Sanremo perché attualmente è l’unico palco in cui si suona ancora, e io volevo suonare.

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