Foto: Devin Yalkin per Rolling Stone USA

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L’ultimo incendio degli Who

Litigano, dormono in hotel separati e registrano senza mai incontrarsi. Ma nonostante tutto, Roger Daltrey e Pete Townshend riescono ancora a evocare la loro vecchia magia

Roger Daltrey e Pete Townshend si conoscono da 60 anni. Si vogliono bene. «Lo dicevo spesso, una volta, ma in realtà incrociavo le dita», dice Townshend del collega. Alto e ricurvo, la faccia spigolosa cresciuta seguendo la direzione indicata dal naso, il chitarrista siede in una suite del Ritz Carlton di Dallas indossando un abito grigio nonostante fuori faccia molto caldo. «Adesso mi piace. Mi piacciono le sue stranezze, le fobie, le ossessioni e il suo modo di cantare. Mi piace tutto di lui». Daltrey la vede allo stesso modo. Lo incontro più tardi, lo stesso giorno, seduto su una poltrona dall’aria comoda. «Ho sempre saputo che, in qualche modo, Pete tenesse a me», dice incrociando le gambe. È un po’ impaziente perché ho sforato il tempo fissato per l’intervista con Townshend. «Spero capisca che anche io tengo a lui. Credo che quello che ho fatto nel corso della mia carriera lo dimostri».

Roger Daltrey e Pete Townshend si conoscono da 60 anni. Si sopportano.

Daltrey e Townshend hanno scritto un nuovo disco, semplicemente intitolato Who. È il secondo album in studio in 37 anni. Grazie alla magia della tecnologia moderna, sono riusciti a registrarlo sia a Londra che a Los Angeles, senza mai passare del tempo nella stessa stanza (il chitarrista dice che sono stati nello stesso edificio, una volta, ma Daltrey non ne è così sicuro). Townshend ha scritto e registrato delle demo, poi le ha mandate al cantante. Durante le incisioni, i due comunicavano attraverso i rispettivi produttori personali, entrambi chiamati David. Chissà che confusione.

Separatamente, sembrano entusiasti delle nuove canzoni (Daltrey mi ha detto che è il migliore album dai tempi di Quadrophenia). Sono di nuovo in tour e suonano con un’orchestra di 48 elementi. Il ritornello che ho sentito da tutti quelli che ci sono andati fa più o meno così: “Wow, è decisamente meglio di quel che pensavo”. Si può dire lo stesso dell’album. Le parti vocali affaticate registrate da Daltrey, soprattutto nella seconda metà, sono straordinarie e la capacità di Townshend di scrivere inni indimenticabili è rimasta intatta. È abbastanza per farci dimenticare tutta la musica che non hanno scritto insieme negli ultimi 30 anni.

La lunga pausa, però, ha una spiegazione. I due sono distaccati l’uno dall’altro, per non dire separati. Townshend, 74 anni, è interessato alla musica moderna ed è ancora capace di spiazzare e conquistare un interlocutore parlando di qualsiasi cosa, dal cambiamento climatico alla vita superficiale dei teen idol. E Daltrey? A 75 anni, è felice di sfornare album solisti di basso profilo direttamente dalla sua residenza di campagna.

Al concerto di Los Angeles, Daltrey ha parlato con un fonico della sua voce, mentre Townshend scherzava con il bassista Jon Button. Ogni volta che uno dei due si avvicina al campo magnetico dell’altro, ne viene respinto. Non si guardano nemmeno una volta. Mi ha ricordato come mi sentivo quando lavoravo nello stesso posto della mia ex fidanzata, ed entrambi cercavamo in tutti i modi di evitarci alle feste aziendali.

La situazione non cambia molto nemmeno con le luci accese, a show iniziato. «Se guardi Roger sul palco… passa diverse fasi», dice Townshend. «A volte non riesce a smettere di fissarmi. È irritante». Solleva le sopracciglia. «Sembra sia infastidito anche solo dalla mia presenza».

Anche Daltrey è insoddisfatto. Vorrebbe cambiare la scaletta, aggiungere brani meno conosciuti, ma dice che è impossibile. «Pete non ricorda bene le parole», dice, «e nemmeno le posizioni degli accordi, per lui è difficile cambiare lo show strada facendo».

Più tardi, Daltrey parla del suo ruolo nella fase di scrittura del gruppo. Dal 1964, Townshend è stato sia il chitarrista che il principale autore della band e il suo dominio creativo ha sempre oscurato il contributo di Daltrey. Townshend poteva tranquillamente diventare un editor a Faber & Faber, Daltrey ha sempre fatto l’editor per la sua musica. Beh, almeno secondo lui. Nel nuovo album, ha neutralizzato quella che considerava politica retorica e irresponsabile, eliminato una parte rappata e cambiato dei pronomi. Ora gli chiedo se avrebbe voluto ricevere maggior credito nel corso dei 50 anni di storia del gruppo. «Ho scritto tutte le improvvisazioni», dice sorridendo. «Avrei dovuto avere più credito, ma non avrebbe senso montare un casino adesso. Sono stronzate». Cambia argomento. «Se ha bisogno di soldi…».

Daltrey e Townshend sono cresciuti nello stesso quartiere, nella zona di West London, ma Daltrey sostiene che mentre lui era un tipo tosto, Townshend era un poseur. «Beh, io vengo da Shepherd’s Bush, lui dalla classe media», dice. (Le case in cui sono cresciuti distavano appena 300 metri). Certo, ma che dire della canzone solista di Townshend White City Fighting, tutta dedicata alle risse a cui partecipava da ragazzo? Daltrey sorride. «Beh, a lui piace pensare che sia successo davvero».

E così via.

«Abbiamo vissuto vite parallele», dice Townshend. È vero. Oggi, Roger Daltrey, per ragioni a noi sconosciute, ha lasciato il Ritz-Carlton e si è spostato in un altro hotel a 5 stelle a meno di 100 metri da qui. Ora i due uomini sono separati da un semaforo e dall’hamburgeria Shake Shack.

Per vedere e parlare con gli Who sono andato a Londra, Dallas e all’Hollywood Bowl. Il che significa che ho avuto davvero tanto tempo per pensare a Townshend e Daltrey. Ma una cosa continuava a tornarmi in testa mentre ero seduto sull’aereo in seconda classe: non gliene frega un cazzo di niente. Ma questo non significa che siano indifferenti. Condividono ancora la stessa devozione per la loro musica e per le loro carriere, sentimenti abbandonati da tanti veterani del rock diventati fenomeni da Las Vegas.

Ma bisogna essere realisti. Se pensate che il nuovo album degli Who e il tour siano il modo di Daltrey e Townshend per “suonare le vecchie hit e un paio di pezzi nuovi”, sappiate che i loro concerti sono più simili a un gigantesco vaffanculo alle mode musicali e ai “concerti da papà”. Se pensate che questo sia il proseguimento degli Who che conoscevate da ragazzini o che amava vostro padre, sappiate che resterete delusi.

Keith Moon, il primo batterista della band, è morto nel 1978, e negli anni successivi gli Who sono passati da industria creativa a impresa commerciale, una trasformazione ancora più accentuata dopo la morte del bassista John Entwistle in un albergo di Las Vegas, nel 2002. Insomma, ci sono stati più tour d’addio che nuovi album.

Townshend l’ha detto meglio di tutti: «Non siamo più una band. C’è tanta gente a cui non piace sentirmelo dire, ma non siamo più una cazzo di band. Anche quando lo eravamo, mi capitava di pensare: “È una perdita di tempo. Siamo alla 26esima take solo perché Keith Moon ha bevuto un brandy di troppo”». Non fate i sentimentali. Dio, Townshend non lo è affatto.

Beh, a volte sì. Nel corso degli anni, il chitarrista ha sofferto per la scomparsa di Moon, e dopo la morte di Entwistle ha detto: «Senza di lui non sarei qui… la prima volta che mi sono girato e non l’ho più visto sul palco volevo morire anche io». Oggi si sente meno indulgente. Durante gli ultimi concerti degli Who, i megaschermi dietro al palco proiettavano video del folle Moon e di Entwistle nella sua solitudine tormentata. Ho chiesto a Townshend se guardando quelle immagini si è mai sentito nostalgico. Ha sbuffato come un vecchio cavallo.

«So che non farò felici i fan degli Who… ma grazie a dio non ci sono più».

Perché?

«Perché era difficile suonarci insieme, cazzo. Non hanno mai, mai gestito band per conto loro. Credo che la mia disciplina musicale e la mia efficienza di chitarrista ritmico abbiano tenuto insieme il gruppo».

Townshend inizia dal bassista. «Il suono di John era come un organo in una composizione di Messiaen», dice agitando le braccia spigolose. «Ogni nota, ogni armonico dritto al cielo. Quando se n’è andato ho suonato i primi concerti senza di lui, con Pino (Palladino) al basso, che suonava senza tutta quella roba… Ho pensato: “Wow, ho un lavoro”».

Non è finita. Moon è un bersaglio facile: una volta, nel 1970 a San Francisco, è svenuto durante un concerto, costringendo il gruppo a recuperare un batterista dal pubblico. «Con Keith il mio lavoro era tenere il tempo, perché lui non lo faceva», dice Townshend. «Quando è morto, ho pensato: “Oh, non devo più tenere il tempo”».

La parola “felice” non è utilizzabile per una figura complessa come Townshend. Tuttavia, sembra che la ventennale collaborazione con Rachel Fuller lo faccia sentire appagato. Tuttavia, è ancora un uomo fragile, e la morte del suo tecnico delle chitarre Alan Rogan, scomparso lo scorso luglio dopo 40 anni di lavoro insieme, l’ha fatto sprofondare in un brutto periodo. (Lo descrive come “il mio tecnico, confidente, salvatore e grande amico”). «Ero un fottuto disastro», dice Townshend. «Di solito la morte non mi colpisce granché. Mia madre, mio padre, Keith Moon. Forse era perché era in un letto d’ospedale a combattere. Quando è morto ho solo pensato: “Cazzo”».

È allo stesso tempo temerario e sfacciato. Gli domando se ha pensato di lasciare istruzioni su come gestire, dopo la sua morte, l’enorme archivio e i tanti progetti non finiti. Townshend si avvicina e dice scherzando: «Sai, mi piacerebbe finirli tutti».

Townshend è un uomo che ha sofferto e che ha trasformato quella sofferenza in arte straordinaria. Sua madre l’ha abbandonato, solo con una nonna mentalmente instabile con cui ha vissuto due anni. Da bambino, e poi all’età di 11 anni, ha subito violenza sessuale. Settant’anni dopo non ha smesso di osservare le ferite. Il suo risveglio è stato esponenziale. Durante una furiosa introduzione per la versione live di A Quick One, While He’s Away, una canzone su una giovane ragazza molestata da un ferroviere, registrata per Live at Leeds del 1970, Townshend disse: “John Entwistle interpreta il meccanico, io la ragazza”. Non era uno scherzo. Anni dopo, Townshend ammette di aver vissuto esperienze simili quando abitava con la nonna. «Non sono arrabbiato», dice. «Ma non riesco a superarlo. Ho fatto tre anni di vera terapia, montagne di lavoro terapeutico». Ha aiutato, ma non abbastanza.

Questa sofferenza è stata incanalata in canzoni strazianti su personaggi disadattati; in particolare il protagonista di Tommy e il mod Jimmy in Quadrophenia. Purtroppo, l’abilità di Townshend di trasformare l’orrore in magia non ha cambiato molto la sua realtà. Mi racconta di un amico che da bambino fu rapito e violentato. Qualche anno fa, gli Who erano impegnati per una raccolta fondi con un concerto alla Royal Albert Hall di Londra. Townshend poteva vedere il suo amico seduto in prima fila. Quando è arrivato il momento di cantare The Acid Queen, da Tommy, un brano scritto dal punto di vista di chi commette abusi, ha perso il controllo. «Ho rovinato tutto lo show», ricorda Townshend. «È in tv, puoi andare a controllare. Si vede che sto soffrendo».

Da allora non ha quasi più cantato Acid Queen. Quelle ferite hanno lasciato in Townshend un sentimento instabile, un misto di empatia e cinismo. Won’t Get Fooled Again è un inno contro l’idealismo che lo anima ancora. La giovane attivista Greta Thunberg era su tutti i giornali quando abbiamo parlato, e il chitarrista si è detto preoccupato: «Credo che la piccola Greta – non voglio fare il paternalista, perché è grandiosa – sia parecchio incazzata».

Una foto dall’ultimo tour degli Who. Foto: Devin Yalkin per Rolling Stone USA

Townshend fa un parallelo tra il lavoro di Greta e il suo coinvolgimento nel movimento Ban the Bomb degli anni ’60, quando la crisi missilistica di Cuba passò com’era arrivata e Londra era ancora lì. Si è chiesto quale fosse il senso delle proteste. «Lei dice: mi avete rubato l’infanzia. In realtà, è lei a farlo. Questo è il punto, perdiamo la giovinezza preoccupandoci di cose che non possiamo controllare».

L’eterno arrovellarsi del cervello di Townshend è solo peggiorato nei suoi 25 anni di sobrietà. «Quello che so è che quando bevevo… non dico che fossi felice, ma sicuramente ero inconsapevole dell’oscurità che mi portavo dietro», dice. Ora è perfettamente consapevole delle cose che lo guidavano verso la bottiglia. Forse erano incidenti e abusi. Forse rimpianti dell’adolescenza. «Bisogna vivere sobri, non c’è via di fuga», dice.

Oggi, Townshend è alla ricerca di un escapismo non-alcolico. «A volte è lo shopping, altre del tempo passato con mia moglie. Lavoriamo insieme e ci divertiamo molto». Fa una pausa, sembra preoccupato che le sue “fughe” sembrino banali. Dice che a volte “la fuga” arriva quando una bella donna gli dice di aver apprezzato un concerto.

«In quel momento ti senti ancora giovane», dice. «Una fantasia». Si anima, gli occhi azzurri si illuminano. «Oppure potrei sprofondare nell’oscurità. Potrei pensare: “Dio, sarebbe così divertente se mi ammazzassi adesso. Domani suoniamo al Wembley Stadium – dio, sarebbe così fantastico, cazzo”».

Si ferma ancora, come se fosse sorpreso di aver condiviso quel pensiero ad alta voce. Più avanti dirà: «A volte dico delle cose ad alta voce e penso: “Lo credo davvero, o la mia boccaccia mi sta facendo uno scherzo?”».

Roger Daltrey non è a suo agio nell’oscurità. A meno che non si parli di Brexit, ovviamente. In quel caso inizierebbe a straparlare di criminali europei che vogliono rovinare la bella e vecchia Inghilterra e dei tedeschi e la loro stretta sulla moneta unica. Daltrey insiste dicendo che in tutti questi anni è sempre stato incompreso. In un certo senso è colpa sua, perché è lui che ha sempre proiettato quell’immagine da galletto di West London che una volta, all’inizio degli anni ’70, ha steso Townshend con un singolo pugno (era stato il chitarrista a iniziare la litigata). «Sembro un tipo intrattabile», dice sussurrando. «Ma la gente si è fatta un’idea sbagliata. Non sono intrattabile. Sono un tenerone. Sono la persona più tenera del mondo».

Daltrey era l’unico membro degli Who a non fare uso di droghe, e questo l’ha trasformato nell’adulto del gruppo: scriveva le scalette e si assicurava che le cose filassero bene. Gli chiedo se odiava fare da badante a tre ragazzacci. «Lo sono ancora!», dice. «È sempre stato così: “Pete fa l’album, ma non aspettatevi che organizzi il tour”, giusto? Quella è sempre stata roba mia. E ha sempre funzionato molto bene. Sono felice di farmi carico di certe cose. Mi viene bene».

Daltrey aveva un’altra cosa che sfuggiva o non piaceva agli altri membri degli Who: una vita domestica (Townshend si è sistemato solo verso i 60 anni). Il cantante è con sua moglie Heather da 50 anni e dice d’esserle stato fedele, per lo meno quando non era in tour. Il matrimonio ha sempre funzionato, e ha generato diversi eredi. (Daltrey ha tre figli con Heather; uno con la prima moglie Jackie e quattro fuori dal matrimonio, di cui tre nati negli anni ’60 ma che ha scoperto molto più avanti). Quasi 50 anni fa la coppia ha comprato Holmhurst Manor, una villa giacobiana di 400 anni fa nell’East Sussex. Daltrey ha lavorato molto alla casa, e farlo l’ha mantenuto stabile.

«Mi ha salvato», dice. Nonostante si sia goduto la vita da rockstar, prima dei 30 anni era già pronto a uscirne. «Quando sei giovane fai parte di un movimento. Mi faceva stare bene, ma non vedevo l’ora di liberarmene».

È entrato nel mondo del cinema – ha recitato in Tommy e altri film non particolarmente degni di nota – ma ha subito scoperto che era solo un altro incubo. «Mi sentivo come un pinguino che affoga. Non mi piace essere idolatrato. Non mi piace essere trascinato nelle cose. Siamo stati trascinati per tutte le nostre vite».

Adesso cerca di essere un buon esempio per i giovani. Qualche anno fa ha organizzato un concerto di beneficienza con Pete Doherty, un autore figlio della tradizione Townshend e dipendente dall’eroina. Daltrey ha cercato di raccontargli diverse storie di amici persi per colpa della droga, di vite rovinate, ma Doherty non era ricettivo. «Faresti prima a parlare col muro», dice sollevando le spalle. Poi ci ha ripensato. Doherty è ancora qui con noi. «Hai bisogno di trovare le parole giuste, quelle che gli daranno da pensare più avanti. È come infilare la chiave nella serratura».

Mentre Daltrey vive felicemente proiettato verso il futuro, Townshend continua a osservare il passato. E non lo fa solo con la musica. Ha appena pubblicato un romanzo, The Age of Anxiety, dopo averlo rimandato per anni (come il mai completato progetto Lifehouse, il romanzo dovrebbe far parte di una grande opera multimediale).

Nel libro c’è un personaggio di nome Louis. È un gallerista che ha casualmente la stessa età di Townshend. È accusato di un orrendo crimine sessuale, l’aggressione di una teenager sotto l’effetto di droghe, una cosa che potrebbe aver fatto oppure no. È l’eco di un momento profondamente disturbante della vita del chitarrista. Nel 2003, Townshend è stato arrestato per aver acquistato l’accesso a un sito di pornografia infantile. Ha sempre detto che era alla ricerca di prove per accusare un giro di pedofili e le banche che autorizzavano i loro affari. Daltrey si è subito detto dalla sua parte, e alla fine Townshend non è mai stato incriminato. Ma invece di dimenticare, ha scritto un romanzo in cui sfida i lettori a ricostruire la storia.

«Ha reso tutto più reale», dice abbassando il tono di voce. Poi rientra nella classica modalità orgogliosa: «La cosa interessante è che ho anticipato il movimento MeToo. Louis non è davvero basato su di me, io sono da qualche altra parte».

Il libro parla anche di una rockstar che vende il suo catalogo a un’azienda di trasporti così da potersi ritirare e rimettere in sesto la sua vita. Questo è un parallelo facile: Townshend è stato attaccato per anni per aver venduto i diritti delle canzoni degli Who a CSI, fabbricanti di camion e altre aziende (mentre scrivo, in televisione c’è una partita di baseball, e l’apertura di Baba O’Riley accompagna uno spot di T-Mobile). Il chitarrista dice che la band è stata ingannata per 20 anni e che doveva recuperare il tempo perso. Oggi non gli interessa più granché. «Non me ne è mai fregato un cazzo», dice. «Ho sempre pensato che a comandare fosse il compositore. È la mia musica, non la vostra». Non gli interessa nemmeno se alcuni colleghi lo considerano un venduto. «Un’altra differenza tra me e Lou Reed e Iggy Pop e tutti i cervelloni della scena artistica di New York è che io ho previsto Internet, cazzo. Sapevo che la musica sarebbe stata venduta così, loro no».

Questa combinazione di speranza e disgusto è al centro del nuovo album di Townshend e Daltrey. Un tempo, il chitarrista si chiedeva se questo disco sarebbe uscito davvero; dopo aver mandato le demo a Daltrey, sono passati mesi prima che il cantante dicesse cosa pensava. Daltrey dice che aveva le sue buone ragioni per chiudersi nel silenzio: «Erano grandi canzoni, ma cosa avrei dovuto dire? Mi sembrava uno splendido album solista di Pete Townshend. Cosa potevo fare per renderle migliori?».

Quando glielo racconto, Townshend solleva gli occhi al cielo. A quanto pare Daltrey ha raccontato la stessa storia sul palco, durante una delle date del tour. «Non credo l’avesse ascoltato davvero», dice Townshend ridendo.

L’album ti sfida a smettere di ascoltare dopo solo 10 secondi. All This Music Must Fade inizia con Daltrey che dice: “I don’t care / I know you’re gonna hate this song”. «All’inizio odiavo quell’attacco», dice Daltrey. «Ma è una canzone così orecchiabile». È molto orgoglioso del suo lavoro da editor. «Nella demo c’era un passaggio rap. Beh, col cazzo che mi metto a rappare. Non esiste. Lasciamo che lo facciano i giovani». Quando dico a Townshend che l’album inizia con un pezzo difficile, risponde acidamente: «Non è una canzone per gli ascoltatori, è una canzone per un altro autore». Poi parla di una regina del pop impegnata a combattere per il copyright e i diritti dei suoi album. «Guardare Taylor Swift affrontare quello che sta affrontando mi spezza il cuore. Lei non possiede la musica, cazzo. Non possiede le parole. È convinta di avere dei diritti di tipo finanziario, ma non dovrebbe preoccuparsi di questa roba. Sono solo canzoni, e che cazzo».

Il pezzo più bello del disco è Street Song, dedicata all’incendio della Grenfell Tower di Londra che nel 2017 ha ucciso 72 persone. Daltrey non voleva cantare il testo originale. «Aveva un sacco di passaggi politici e accuse, e ho pensato: “Non è questo il momento di puntare il dito, quando l’inchiesta sarà finita giudicheremo quello che è successo davvero”». Townshend ha capito, e la performance di Daltrey è tra le più commoventi di tutta la sua carriera.

«Pensavo: “Beh, è grandioso, la canto io”», dice Townshend con un pizzico d’invidia. «Poi, all’improvviso, ha registrato una parte di voce incredibile». Il chitarrista poi racconta un vecchio aneddoto per spiegare come mai lui e Daltrey siano una coppia tanto straordinaria quanto problematica. «Quando abbiamo registrato Quadrophenia… è brutale, lo so, ma non mi interessava cosa pensasse Roger», dice. «Aveva registrato una versione di Love Reign O’er Me che sembrava l’urlo di una strega. Mi sono girato verso il mio fonico Ron Nevison e ho detto: “È come un bambino attaccato a uno scoglio. È fradicio, ha freddo. Ha vissuto la peggior giornata della sua vita. Ha perso tutto. L’ultima cosa che farà sarà urlare. Piangerà”».

Nevison gli ha chiesto di ascoltare ancora una volta.

«Roger era in sala d’incisione, non potevo vederlo», dice Townshend. «Sentivo tutto dalla regia. Ho riascoltato e ho pensato: “Cazzo, è perfetta. È perfetta perché è come una voce interiore”».

Townshend sorride e alza le mani.

«Roger diventa un attore. È come se fosse un attore che segue il Metodo di fine anni ’50, uno di quei tipi che quando dici “Ecco la sceneggiatura”, rispondono “Oh, oh…” e i registi rispondono: “Che cazzo, dì le tue battute”».

Scoppia a ridere.

Sono riuscito a salutare Daltrey alla fine delle prove all’Hollywood Bowl, prove in cui i due hanno fatto finta che l’altro non esistesse. Indossa gli stessi pantaloni corti blu che aveva a Dallas. Di recente la band ha cancellato alcune date perché durante il concerto a Houston ha avuto un calo di voce. Gli chiedo come sta adesso. Mi interrompe subito.

«Non era la mia voce», dice freddamente. «Era allergia». Mi scuso per l’incomprensione, e sorride. Indica l’orchestra, dove ci sono un’arpista e un tizio che suona i piatti. Agita le mani: «Puoi avere tutta questa roba». Poi si indica la gola. «Ma senza questa, è come se non avessi nulla». Poi scompare a destra del palco bevendo una tazza di tè.

Lo show, quella sera, è stato fantastico per tutti quelli che hanno creduto a Townshend quando ha detto che gli Who non sono più una band. Coppie di mezza età facevano picnic con piatti senza carboidrati e champagne acquistato per quasi 200 dollari al bar dell’Hollywood Bowl. È passato mezzo secolo, e diverse ondate di sgravi fiscali, dagli anni ’70 e dal refettorio della Leeds University. La scaletta era meravigliosa: alla chitarra c’era Simon, il fratello di Townshend, e alla batteria Zak Starkey, impegnato in una versione controllata della follia dello stile Moon.

Alcune scelte restano discutibili. Eminence Front aveva davvero bisogno di un’arpa gigante? Liam Gallagher, l’ex frontman degli Oasis e opening act del concerto, ha visto il concerto dal lato del palco. Abbracciava suo figlio Gene, un giovane musicista. Entrambi indossavano parka nonostante il caldo di ottobre. Per Gallagher quella era come una lezione, indicava al figlio tutto quello che c’era da imparare dai suoi idoli. I due scuotevano la testa all’unisono, sorridendo come ragazzini a Natale quando Daltrey getta via il microfono per la milionesima volta.

E i nostri due amici? Tutto è andato come previsto. Townshend si è infuriato con alcuni iperzelanti uomini della security che hanno allontanato alcuni fan. «Di solito Pete si arrabbia con me», scherza Daltrey. Townshend lo guarda per un attimo. «Oh oh», dice Daltrey. «Sono nei guai».

A volte, la gestualità di Townshend rischia di scontrarsi con quella del cantante, ma alla fine di ogni canzone i due tornano nei rispettivi angoli del ring. Alla fine l’orchestra lascia il palco, così come il resto della band. In scena ci sono solo Daltrey e Townshend, pronti a suonare Won’t Get Fooled Again, ancora oggi la miglior risposta all’idealismo della civiltà occidentale. Soli sul palco, i due sono costretti a guardarsi.

Townshend aveva dei dubbi, non era sicuro che la versione acustica potesse funzionare. «Mi sembrava di gettare via uno dei più grandi inni della storia del rock», mi ha detto prima dello show. «È una canzone che riempie la sala da sola, anche se chi la suona resta immobile come un cesto di verdura».

Daltrey inizia il brano tenendo il tempo con il piede. Townshend gli va dietro con una ritmica sublime. La canzone sboccia in un crescendo fantastico, non importa se il pubblico l’ha sentito un milione di volte. Poi Daltrey grida.

Meet the new boss, same as the old boss.

In quel momento, dell’amore tra i due non importa più a nessuno.