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Vroom! Boom! Crash! Charli XCX è un magnifico incidente pop

‘Crash’ è l’album di un’artista che ha fatto un patto col diavolo e ha deciso di essere popstar fino in fondo. Cosa significa svendersi oggi? Esiste l’autenticità nella musica? «Più invecchio e più me ne frego»

Foto: Emily Lipson

La genietta del pop vuol diventare una vera star. Il 18 marzo Charli XCX pubblicherà Crash, un album di ritornelli killer che funziona anche come riassunto di decenni di musica pop. Ma più d’ogni altra cosa, come accade sempre con Charli, Crash è un vero spasso. «La gente che mi conosce sa che per metà del tempo sono serissima e per l’altra metà sono una specie di troll», dice al telefono dall’Inghilterra.

Crash arriva due anni dopo How I’m Feeling Now, il disco del lockdown di Charli le cui session sono ora oggetto del documentario Alone Together. Disco e film erano faccende piuttosto personali, davano modo di spiare la sua vita privata, lo sconquasso emotivo creato dalla pandemia, la tabella di marcia che Charli s’era imposta per realizzare l’album. «A volte la gente non ci arriva proprio», dice della sua musica. «A volte non le piace proprio. Ma è quel che faccio».

Ho appena visto il documentario…
Oddio…

Perché «oddio»?
Racconta un tempo diverso, una vita diversa. Onestamente? Non è facile rivedersi tanto turbata. In più, non sto più con la persona con cui stavo allora. E quindi è tutto particolarmente forte. Mi sa che non lo riguarderò più.

Il film è un’istantanea del tuo 2020. Mi chiedo quindi: com’è stato il tuo 2021?
Allora, avevo cominciato a fare Crash prima di How I’m Feeling Now, ma ho deciso di dedicarmi a quest’ultimo quand’è scoppiata la pandemia e s’è capito come sarebbero andate le cose. Tornare a Crash non è stato facile dopo aver fatto quell’album, la cosa più low-fi da quando avevo tipo 14 anni e facevo musica in cameretta. Non è stata una passeggiata passare da video fatti nel seminterrato col green screen a volare a Città del Messico con Hannah Lux Davis. Ma ci sta, ho sempre voluto fare progetti radicalmente diversi l’uno dall’altro.

Crash è un concept su una popstar malvagia che stinge un patto col diavolo. È un’idea che avevi fin dal principio?
Mi ha sempre interessato il concetto di “vendersi” riferito agli artisti pop, che cosa significa, se davvero ha senso oggigiorno. È da quando avevo 16 anni che sono sotto contratto con una major. Ho avuto un percorso strano per essere un’artista di una major ed è stato interessante. Da qui derivano il disco e il suo immaginario. Ha a che fare anche col concerto di autenticità. Gli artisti desiderano dimostrare che scrivono le loro canzoni, che dirigono i loro video, che sono loro le menti dietro a tutto quanto. Più invecchio e meno me ne frega perché che posso scrivere un grande pezzo pop e so che sono in grado di comunicare la mia visione.

Quand’è che hai capito che non dovevi per forza provare quanto vali? C’è un stato un momento particolare in cui ti sei detta: fanculo a quello che la gente pensa del pop, di me, della mia musica?
È la mia missione da dopo Sucker, da quando ho cominciato a lavorare con Sophie e A. G. Cook. Da allora e fino a oggi, e pure in futuro direi, è andata così. Non è facile. E poi sono una che cambia continuamente idea, il che non aiuta. Ma avevo la sensazione che la gente s’aspettasse un certo tipo di sound da me. Fare Crash è stato bello proprio perché sfida le aspettative della gente. È quando sfido la gente, magari confondendola, che mi sento me stessa.

La copertina di ‘Crash’

Il titolo e la copertina fanno riferimento alle auto. Qualcuno pensa c’entri Crash di David Cronenberg. È così?
Mi piace il suo della parola Crash. È onomatopeica. Ed è qualcosa che c’è sempre stata nei titoli dei miei pezzi, pensa a Boom Clap o Vroom Vroom. Nota che nella copertina non sono alla guida dell’auto. Su questa cosa mi piacerebbe leggere qualche teoria. Dall’immagine sembra che io sia viva, però ferita. Allo stesso tempo domino la situazione. È molto art school. E poi nella foto sono una gran figa.

Sei amica di Christine and the Queens e di Caroline Polachek, che sono su New Shapes. Come si è sviluppata la vostra relazione nel tempo?
Ne abbiamo passate tante assieme, sia dal punto di vista musicale che personale. Caroline è stata da me per tre mesi prima di trovare casa a Los Angeles. Io e la persona con cui sta abbiamo frequentato la stessa scuola d’arte. E Christine mi ha aiutata a districarmi tra relazioni e sesso. Di questo parla New Shapes, almeno in parte.

Dovevano esserci anche loro al SNL a dicembre, prima che l’episodio venisse cancellato a causa del Covid. Ci tornerete?
Non so. Mi piacerebbe, sarebbe iconico, no? Non ci vado dal 2015. Che tristezza comunque, era l’episodio con Paul Rudd, che leggenda. Avremmo spaccato. Volevo che fosse la mia migliore performance tv di sempre. È stata una botta accettare la cancellazione. Sarebbe stato il mio grande momento da popstar. Magari lo faremo in futuro, incrocio le dita.

Questo è il tuo ultimo disco con l’Atlantic. Cosa farai dopo?
Vorrei dirtelo in esclusiva, ma non lo farò. Resta sintonizzata.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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