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Volevate un intero album in 8D? È arrivato, e fa venire la nausea

Flavio Ferri dei Delta V non si offende se gli dite che ascoltare 'Altered Reality' è come avere il mal di mare nello spazio. «Non volevo essere conciliante, né stupire, ma provare a riflettere su una realtà spiazzante»

Flavio Ferri

Qualche settimana fa, mentre passeggiava per andare a fare la spesa, Flavio Ferri ha avuto la netta impressione di camminare sulla gomma. La città era vuota, desertificata dal lockdown per il coronavirus, e sembrava di essere in un’altra realtà. «Qui a Barcellona di solito c’è un caos pazzesco, invece nel quartiere accanto al mio c’erano i cinghiali per strada. Quando vivi una situazione così, l’unica cosa che puoi fare è comunicare come ti senti», dice Ferri al telefono a proposito di Altered Reality, un disco scritto e registrato per raccontare gli assurdi mesi del lockdown sfruttando al massimo la tecnologia dell’8D di cui si è parlato tanto.

Ferri, produttore, compositore e fondatore dei Delta V, si è imbattuto nell’audio in 8D al momento giusto, subito dopo aver pubblicato l’ultimo episodio di Fast Forward, una serie di cinque album di musica strumentale. «Ho lo studio sotto casa ma non potevo aprirlo al pubblico, quindi mi sono buttato a capofitto nelle mie cose, senza alcuna velleità commerciale», dice. «Quando ho finito quei dischi mi sono imbattuto in queste canzoni che in cuffia suonavano da sopra, da sotto, o anche da un punto molto distante. Mi è sembrata una cazzata molto divertente». Tutti i file audio che giravano lo scorso marzo, però, erano canzoni già registrate e rielaborate da un software: Hallelujah di Leonard Cohen cantata da un coro, bury a friend di Billie Eilish e così via. «Erano esercizi di stile, operazioni piene di un fascino che di solito dura poco: ascoltare un brano che rotea senza motivo è sorprendente, ma non aggiunge molto. Anzi, a volte i pezzi ne venivano snaturati. Quello che volevo fare io, invece, era musica che non potesse avere un’altra collocazione. Poi, dopo aver visto Stati di allucinazione di Ken Russell, ho deciso di studiare».

Dopo aver recuperato la storia dell’olofonia e delle registrazioni binaurali, The Bells di Lou Reed e una serie con audio immersivo della BBC, Ferri ha deciso che l’8D era perfetto per mettere in musica la «versione spiazzante della realtà» che stava vivendo. Così ha contattato due colleghi, Simone Cicconi ed Elle, e ha chiesto loro di collaborare al progetto. «Simone ha un sistema modulare di synth molto esteso, l’aveva appena finito ed era il momento perfetto per usarlo: mi sono fatto mandare droni, glitch e tutte le cose strane che gli venivano in mente, a cui poi ho aggiunto le mie», dice. «Elle, invece, mi ha mandato una parte di voce che ho smembrato e spalmato in tutti i pezzi, ed è un po’ una voce narrante».

Il risultato è Altered Reality, un disco che sembra ritrovato nello spazio, musica scritta e suonata da un gruppo di strambi alieni. È un trionfo di sintetizzatori, glitch, droni, ritmi scomposti e distorsioni digitali: è musica straniante, che si scompone dentro alla testa di chi ascolta. A volte sembra che di assistere a una conversazione di strumenti lontanissimi, altre sembra un assalto. È un ascolto strano, quasi un inseguimento.

Anche registrarlo e mixarlo è stato molto diverso dal solito: «Non ti nascondo che un po’ ho sofferto», dice Ferri. «La sensazione di movimento continuo di tutti gli strumenti è spiazzante, angosciante. E bisogna fare attenzione, perché i suoni possono sparire: cambiando continuamente di fase e posizione, a volte si annullano a vicenda. A volte avevo anche l’impressione di sentire rumori fuori dallo studio, come se qualcuno stesse appendendo un quadro, ma in realtà era solo un beat che era sfuggito dall’arrangiamento». Per questo, Altered Reality va ascoltato rigorosamente in cuffia – come tutti i contenuti in 8D – e possibilmente senza muoversi troppo. «Non mettetelo mai in macchina o mentre fate qualcosa, perché è strano, sembra che ti accadano delle cose attorno. Magari senti questo rumore molto reale, ti giri e puoi fare qualche stronzata».

Quando gli confesso che ascoltare il disco mi ha fatto sentire come se avessi il mal di mare nello spazio, Ferri è entusiasta. «La nausea, esatto! Quando ho mandato il materiale ai collaboratori, gli ho detto: se vi viene da vomitare, è venuto bene», dice. «Non volevo trasmettere sensazioni concilianti, non mi interessano e ci sono tanti altri modi per farlo. Non volevo neanche stupire con gli effetti speciali, ma provare a riflettere su una realtà spiazzante. Durante il mix facevo tantissime pause, perché mi veniva da vomitare. Ma era proprio quello che volevo: Altered Reality è un esperimento di musica applicata a una sensazione brutta. Farlo è stato utile, è stata una grande soddisfazione». Forse è per questo che secondo Ferri il pezzo più riuscito è anche il più disturbante: Raining Bombs. «È un brano crudo, che infastidisce, e il testo non aiuta. Quando l’ho sentito per la prima volta ho pensato che fosse come una foto del mondo».

Finito di ascoltare Altered Reality, viene spontaneo farsi una domanda: la musica in 8D resterà confinata a esperimenti simili o avrà un ruolo più ampio? Per Ferri ci sono due strade: la prima è creare versioni alternative delle canzoni che possono sfruttare la maggiore spazialità della tecnologia. La seconda è creare esperienze immersive che ci permetteranno di ascoltare la musica da nuovi punti di vista: «Vorrei scrivere una piccola suite, magari di 20 minuti, registrando solo strumenti acustici con i microfoni olofonici. Con questa musica hai left, right, front e back, mi piacerebbe sfruttarli tutti e registrare cose strane. Magari un fill di batteria che ti attraversa la testa, sarebbe bello».

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