Volete fare musica su Twitch? Seguite l'esempio di Mike Shinoda | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Volete fare musica su Twitch? Seguite l’esempio di Mike Shinoda




I brani prodotti in diretta coi fan, i singoli pubblicati come NFT, il senso di comunità: il co-fondatore dei Linkin Park racconta come ha trasformato il lockdown in un’opportunità creativa

Mike Shinoda

Foto: Simone Joyner/Getty Images

All’inizio del lockdown Mike Shinoda si sentiva intrappolato. A differenza di altri colleghi, il co-fondatore dei Linkin Park non considerava i concerti virtuali sufficientemente interessanti. «Vedendo altri artisti che suonavano in streaming ho capito subito che non faceva per me», spiega. «Voglio che l’esperienza dello show sia personale, perciò mi sono chiesto: cosa posso fare per dare ai fan qualcosa di figo, divertente e nuovo ogni giorno?».

La risposta è arrivata da Twitch. Grazie alla qualità audio superiore e alle possibilità di gestire una diretta con più punti camera, la piattaforma di streaming dei gamer si è rivelata perfetta per i bisogni di Shinoda. Nell’ultimo anno, l’autore e produttore ha trasmesso due ore al giorno, dal lunedì al venerdì, per un pubblico di circa mille spettatori. Un giorno alla settimana si dedicava alle arti visive, gli altri a creare tracce strumentali da zero.

«A volte la gente dimentica quanto sia diverso l’approccio tra scrivere un disco in studio, in privato, con una scadenza indefinita, e farlo pensando: devo fare qualcosa di ascoltabile nei prossimi 60 o 120 minuti», spiega in diretta su Zoom, dallo stesso studio casalingo da cui tramette su Twitch. Nel 2020 ha pubblicato tre compilation, la serie Dropped Frames, nate dai più di 150 strumentali che ha creato in diretta con l’aiuto dei fan, che davano suggerimenti nella chat dello stream. Il pubblico di Twitch ha anche ascoltato per la prima volta il suo ultimo singolo, Happy Endings, una riflessione affascinante su un anno spaventoso che prima ha pubblicato come NFT, poi sulle piattaforme streaming.

Di recente, Shinoda ha cambiato le carte in tavola. Ha lanciato la serie #ShinodaProduceMe, che dà ai fan la possibilità di farsi produrre una demo in diretta su Twitch. Quando un brano è completato, l’artista riceve strumentali e stem da usare come meglio crede. «Ci sono tanti artisti nuovi che vengono fuori in ogni momento, spesso hanno solo bisogno di qualcuno che creda in loro e dica: so che hai solo 700 follower, ma la tua musica è buona», dice Shinoda.

Il musicista ha raccontato a Rolling Stone come il lockdown ha trasformato il suo processo creativo, e cosa significa condividere i suoi segreti in tempo reale con i fan.

La programmazione dei tuoi stream è costante. Com’è cambiato il tuo processo creativo nell’ultimo anno?
La pandemia ci ha fatto capire che non abbiamo il controllo sulle cose. Io andavo spesso al ristorante, facevo concerti o andavo a vederli. Ovviamente il lockdown ha reso tutto questo impossibile, almeno per chi si preoccupava di non diffondere il virus. Misurarmi con una cosa che potevo controllare è stato benefico. Adesso posso pensare: andrò in diretta dalle 10 a mezzogiorno ogni giorno, e farò qualcosa di nuovo da zero. Nell’ultimo anno la mia missione è stata questa. Adesso ho bisogno di più momenti creativi liberi, quindi mi sono preso il lunedì e il mercoledì. Devi fare le cose per stare bene, devi essere consapevole di cosa ti sta succedendo.

Cosa volevi trasmettere al pubblico che ti segue?
Innanzitutto volevo tenere insieme la community. Volevo creare un piccolo nucleo – una community nella community, forse – in cui tutti sono i benvenuti. E in verità, considerando il format e la lunghezza delle dirette, buona parte della gente non è disposta a darti tutto quel tempo. Non è per tutti. Ma volevo farlo perché pensavo che, per chi non conosce bene il processo di creazione di una canzone, sarebbe stato utile. Oppure per chi aveva bisogno di sentirsi in contatto con altre persone. Per chi aveva bisogno di sentirsi ascoltato, posso offrire suggerimenti, o dire che fa schifo, o altro.

Sembra quasi una master class in produzione. Se guardi abbastanza dirette, finisci per imparare qualcosa…

Assolutamente. Me l’hanno detto. Mi chiedono: «Non hai paura di condividere i tuoi segreti?». Io rispondo sempre che è impossibile. Ogni canzone richiede una cassetta degli attrezzi diversa, i fan mi prendono sempre in giro per questa cosa. Se hai tanti strumenti, allora hai anche tante soluzioni per risolvere un problema, per fare diversamente qualcosa che sai che non sta funzionando. Se usi sempre la stessa cartella di suoni di rullante e le 808… io non potrei farlo per più di due settimane. Amo poter dire: per questo pezzo facciamo la batteria dal vivo, ma registriamola in maniera super strana, assurda, giriamola al contrario, facciamola passare attraverso un plugin, facciamo passare questo suono attraverso un hardware diverso.

Negli stream hai anche prodotto le demo dei fan. Cos’è che ti soddisfa di più nel far crescere nuovi artisti con questo metodo? 

È divertente, perché è ancora tutto da scoprire. Ho fatto 30 pezzi con altri cantanti, ma solo 10 sono già usciti. Non credo che li pubblicherò tutti, alcuni potrebbero non uscire mai, ma sarà interessante vedere cosa succederà a questi artisti. Alcuni stanno lavorando sulle visual e non voglio averci niente a che fare. È la loro arte, la loro carriera e il loro brand, non voglio fare il manager. Ho le mie cose a cui pensare. Ma sarà divertente vedere come si svilupperanno, che scelte artistiche faranno. Wax//Wane è uno dei primi artisti che ho prodotto in diretta, e la sua estetica era già sviluppata prima che lavorassi a un suo pezzo (The Way Down). Ma ho visto cosa ha fatto dopo, il suo disco è uscito come NFT, l’artwork è spettacolare.

I fan che vogliono essere prodotti pubblicano le demo su Twitter con l’hashtag #ShinodaProduceMe. Cosa attira la tua attenzione, quando devi scegliere una canzone su cui lavorare? 

Non c’è alcuna differenza tra il mio approccio a #ShinodaProduceMe e quello che ho abitualmente. Scelgo un pezzo se si crea una connessione o se in quel brano c’è una visione che l’artista non è riuscito a realizzare. Spesso è più una questione di sensazioni che di idee specifiche. Ascolto un brano, magari pianoforte e voce. So che la canzone è già tutta lì, non cerco di cambiare il testo o le melodie. La prima cosa che faccio, da produttore, è mutare il pianoforte e ascoltare come la batteria completa la voce o che effetto farebbero suoni diversi. A volte ho già una visione. Altre devo sperimentare finché non trovo qualcosa. Nel secondo caso il processo è più libero e caotico. È bello farlo in diretta, perché posso coinvolgere i fan. Una volta, per esempio, avevo un pezzo che non riuscivo a capire. Sapevo cosa volevo fare con il basso e l’ho suonato in diretta. Poi ho registrato una versione alternativa con un basso pop-rock, un’altra con una specie di basso-tastiera alla George Clinton, e infine con le 808. Poi ho fatto scegliere al pubblico l’idea migliore.

È un sistema equo. Non è come un contest in cui il vincitore viene prodotto da te…

Non è una competizione. È tutto molto libero. C’è stato un tempo in cui scrivevo e producevo musica per altri, ma per varie ragioni non usciva mai nulla. Magari vedevo cose che loro non vedevano, o non eravamo compatibili, o le canzoni facevano schifo. Ci sta. In quei casi, sai che i fan vorrebbero ascoltare quei pezzi. Anche se l’unica versione esistente è quella che nasce in quelle due ore di diretta su Twitch, i fan la ascoltano e resterà da qualche parte su Internet.

Quando torni a lavorare alle tue cose in solitaria, ti porti dietro qualcosa da questa esperienza? 

L’unica cosa che mi preoccupa è diventare troppo impaziente. Nello stream semplifico ogni decisione per rendere il tutto più veloce. Per esempio, se ho una traccia di voce, inizio a provare a rotazione vari plugin. Faccio così finché non trovo quello che mi piace di più e poi stop. Se dovessi fare la stessa cosa da solo, senza diretta, lavorerei in maniera più meticolosa, mi prenderei più tempo. Con lo streaming, però, devo fare tutto velocemente. Devo resettare le mie aspettative e il mio cervello. Lontano da Twitch, invece, ho l’opportunità di esplorare e trovare idee uniche e insolite.

Raccontami com’è nato il tuo ultimo singolo, Happy Endings, con Iann Dior e Upsahl. 

Io, Sam Ronson, Upsahl e Pete Nappi abbiamo scritto Happy Endings su Zoom, verso la fine dell’anno scorso. Scherzavamo su quanto facesse schifo quel periodo, e soprattutto sul fatto che non fosse ancora finito. Alla fine abbiamo capito che tutto dipende dalla tua attitudine e la nostra non era negativa. Ridevamo del fatto che ci fossero esempi infiniti di quanto le cose andassero male e abbiamo canalizzato quell’energia nella canzone. Alla fine ho incrociato Iann, e gli ho chiesto di partecipare.

Perché l’hai pubblicata come NFT?
Mi piace fare sempre qualcosa di diverso con le nuove uscite, se si presenta l’opportunità. Una volta ho organizzato una caccia al tesoro mondiale per i singoli dei Linkin Park. Quando ho pubblicato Welcome, un pezzo di Fort Minor, avevo uno dei primi video a 360° della storia di YouTube. Fare cose nuove e innovare è divertente ed è un grande strumento di marketing. Nessuno dei musicisti coinvolti nel pezzo sapeva bene come funzionassero gli NFT. Il mio manager è dovuto andare da Warner e Disney e dire: «Mike vuole fare questa cosa. Ma prima che tutti vadano fuori di testa, sappiate che donerà tutti i soldi in beneficenza. Se ci saranno problemi di diritti, ne parleremo». Per ora è andato tutto bene.

Per convincere i fan a comprare un prodotto del genere ci dev’essere un rapporto forte, no? 

Gli NFT non sono finiti sui giornali grazie agli ascoltatori casuali di musica, ai normali fan o consumatori. Si tratta di un gruppo specifico di fanatici, sono loro che spendono davvero per gli NFT. Non c’è molta differenza con chi gioca in borsa o acquista opere d’arte. Le blockchain sono molto simili al mercato dell’arte. E le persone normali non possiedono un’opera di Damien Hirst. Gli NFT non sono che file con un possessore verificabile. Tutti capiscono che se Michael Jordan indossa un paio di scarpe in una finale NBA, vince la partita, le firma e le vende all’asta, allora quelle scarpe hanno un valore enorme. Beh, cosa succederebbe se il Michael Jordan di Call of Duty facesse la stessa cosa con una skin usata in partita? Magari quella skin ha un significato particolare per i suoi fan. Alcune persone sono disposte a spendere un milione di dollari per le scarpe di Michael Jordan, ad altre non frega nulla.

Qual è il prossimo passo di questa tua nuova fase creativa? 

Sto sviluppando tante idee diverse, ho tante cose in ballo. Il mio obiettivo è dedicare il tempo necessario alle idee più interessanti e divertenti. Ho appena annunciato la collaborazione con un’azienda che fa musica con l’Intelligenza Artificiale. Lavoro con Authentic Artists da mesi. Siamo ancora in fase sperimentale, ma la prima demo è andata online l’altro giorno, proprio su Twitch. L’idea è vedere questi personaggi sullo schermo che suonano musica. La cosa che la gente fatica a capire è che quella musica è generata sul momento. È una cosa nuova, diversa, è una grande sfida.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Mike Shinoda