«Vivere il presente è la forza dei Green Day» | Rolling Stone Italia
Attenti a quei tre

«Vivere il presente è la forza dei Green Day»

In una lunga intervista Mike Dirnt parla di ‘Saviors’, racconta trionfi e casini, evoca le radici autenticamente popolari del trio. «Non ci siamo bruciati perché non abbiamo mai scordato che quando abbiamo iniziato non avevamo nulla»

«Vivere il presente è la forza dei Green Day»

Mike Dirnt dal vivo coi Green Day

Foto: Kevin Winter/Getty Images

Mike Dirnt ha iniziato il 2024 sapendo che i Green Day sarebbero diventati un argomento di conversazione nel corso dell’anno grazie all’album Saviors e al tour estivo che comprende la celebrazione degli anniversari di due dischi che ne hanno segnato la loro carriera, i 30 anni di Dookie e 20 di American Idiot. Quel che Mike non sapeva è che il trio ha attirato gli strali della destra americana pochi secondi dopo l’inizio dell’anno, quando Billie Joe Armstrong ha cambiato leggermente il testo di American Idiot da “I’m not part of the redneck agenda” a “I’m not part of a MAGA agenda” durante un’esibizione al Dick Clark’s New Year’s Rockin’ Eve with Ryan Seacrest. “I Green Day sono passati dall’infuriarsi col sistema all’assecondarlo”, ha scritto Elon Musk su X ai suoi 168,8 milioni di follower.

A casa sua in California, una settimana dopo, Dirnt si dice ancora sorpreso dalle reazioni. «La canzone è di 20 anni fa e noi siamo i Green Day», dice via Zoom. «Che vi aspettavate? Comunque abbiamo dato il via a un dibattito. Quella cosa ha fatto parlare la gente. Dopo le prime reazioni retoriche si è aperto un dialogo. Succede quando riesci a far parlare la gente: le prime voci che senti sono quelle che fanno casino, ma poi arrivano tutti gli altri, quelli che capiscono di cosa si sta parlando».

E la sua reazione al fatto che l’uomo più ricco del mondo abbia detto che loro, in qualche modo, sono parte del sistema? «Ma se è Elon Musk il sistema», replica Dirnt. «Non riesco a dire nient’altro su quella faccenda se non che lui non è uno che si tira indietro quando si tratta di scrivere cazzate su Internet».

Non è certo l’unica cosa di cui abbiamo parlato col bassista, che ha risposto alle nostre domande su Saviors, la lunga amicizia con Armstrong, gli esordi dei Green Day, la pressione affrontata dopo il successo di American Idiot, il ritorno del produttore di Dookie Rob Cavallo, la lunga attesa per scrivere una canzone sull’era Trump e dei loro programmi per il nuovo anno e il futuro.

Anni fa Billie mi ha detto che se la tua scuola media non si fosse fusa con la sua, per problemi di bilancio, voi due non sareste diventati amici e la sua vita sarebbe stata diversa. Vale anche per te?
Ha perfettamente ragione. È stato il destino, un colpo di fortuna, chissà. Ma non l’abbiamo mai dato per scontato. Appena ’’ho incontrato ho capito che, musicalmente, era molto più avanti di tutti i nostri coetanei. Siamo stati spiriti affini fin da subito, a livello musicale. Eravamo anche entrambi ragazzini lasciati a se stessi: suo padre era morto (quando lui aveva 10 anni, nda) e io venivo da una famiglia turbolenta, con mia madre e il mio patrigno. Ci siamo aggrappati l’uno all’altro e la musica è diventata importantissima per noi.

Nella tua prima intervista con Rolling Stone, nel 1995, hai detto di avere dei valori da classe operaia. Come pensi che ti abbiano plasmato?
Li ho imparati, quei valori. Ho lavorato per UPS a Richmond, California. Per campare ho fatto il cuoco. Ho lavorato sodo da ragazzino. Ma, a parte questo, abbiamo una nostra etica del lavoro anche come band. Fino a dopo la trilogia (del 2012, nda), ci siamo esercitati da quattro a sei volte alla settimana. Lo abbiamo fatto per tutta la nostra carriera.

È una cosa inconsueta per band del vostro calibro. La maggior parte dei grandi gruppi finisce un tour e poi si prende qualche anno di pausa.
A me questa cosa ha sempre stupito. Ricordo che molto tempo fa parlavo con altre band e mi dicevano: «Fra un paio di mesi ci chiederemo in studio e inizieremo a scrivere». E io: «Ma non scrivete e provate tutti i giorni?». I Green Day hanno una memoria muscolare: credo che gran parte dell’energia venga da lì. E dal piede di Tré.

Quando avete iniziato a pubblicare musica, nel 1990, non c’era nulla di simile ai Green Day nelle classifiche o su MTV. C’erano solo band di hair metal, i Milli Vanilli e Paula Abdul. Immaginavate che ci un giorno ci sarebbe stato un posto per la vostra musica nel mainstream?
Da un lato sì, perché band come Nirvana e Smashing Pumpkins scrivevano grandi canzoni e c’era roba buona che stava emergendo. Sapevo che stavamo già scrivendo dei grandi dischi, però volevo registrarli in modo che avessero il giusto impatto sonoro. La lavorazione di Dookie è stata un processo di apprendimento. Volevamo imparare a conoscere lo studio e le attrezzature. Chiedevamo: ccome si registra? E Rob sapeva già benissimo come far suonare bene un disco rock. È stata una grande esperienza. Lavorando con lui abbiamo imparato molto velocemente.

C’è stato un momento in cui il successo di Dookie vi ha spaventati? Eravate giovanissimi e, all’improvviso, siete diventati onnipresenti su MTV, nelle radio rock e sulle copertine delle riviste.
Oh, certo. Ci stavamo lasciando alle spalle la scena punk perché gli show erano diventati troppo grandi. Ma cosa avremmo dovuto fare? Mollare tutto e tornare a lavorare per UPS o andare a cuocere hamburger? No, era l’unica opzione che avevamo. Ma capisco che la gente ce l’abbia con noi. Prima eravamo la loro band, ora eravamo la band di tutti. Mi ha spaventato anche perché non è che fossimo mai stati con le mani in mano prima. Ci siamo fatti il culo fino a Dookie, ma da lì in poi abbiamo iniziato a lavorare davvero. Fino ad allora, guidavamo, suonavamo, facevamo quello che capitava. Ma da quel momento sono iniziate le interviste, i programmi radiofonici, i meeting con le etichette, gli avvocati, le registrazioni fatte sotto pressione, cose così.

In quell’intervista del 1995 con Rolling Stone dicevi quant’era duro andare in tour, dato che c’era ben poco da fare nelle 23 ore al giorno in cui non eravate sul palco.
Vero. Abbiamo iniziato a cedere. Durante il tour di Insomniac, in Europa, abbiamo avuto un crollo, non ce la facevamo più. In questi casi la domanda diventa: come affrontiamo il problema? Ci siamo sempre stati l’uno per l’altro e siamo riusciti a parlare di come ci sentivamo. Non sempre le cose sono andate via lisce, ma l’obiettivo è sempre stato lo stesso: come facciamo a ottenere la migliore versione possibile dei Green Day?

Essendo il volto della band, Billie era molto sotto pressione in quel periodo. La gente si presentava persino a casa sua e ha dovuto trasferirsi. È stato più facile per te?
Sì. Prima di tutto, il cognome Dirnt è difficile da ricordare. E poi, seconda cosa, ho l’aspetto dell’uomo bianco medio. Se mi faccio crescere la barba, divento invisibile. Non ho gli occhi più riconoscibili del mondo, come quelli di Billie. Lui è molto emotivo, ed è una benedizione per tutti noi, ma è un carico pesante da gestire.

La maggior parte dei gruppi punk non è nata per durare nel tempo. Molti dei più grandi, come i Sex Pistols e i Clash, si sono bruciati velocemente. Come avete fatto a evitarlo?
La cosa che ci tiene coi piedi a terra è che veniamo dallo stesso luogo. Non avevamo nulla fino a quando abbiamo fondato la band e non volevamo rovinare tutto. Anche se avessimo suonato nei club per il resto della vita, questa cosa sarebbe rimasta nostra. È sacra per noi. Per tanto tempo abbiamo sentito una vocina che ci diceva: non incasinatevi con le droghe, on iniziate a farvi di eroina, niente cazzate. Abbiamo anche avuto fortuna, ma credo che un altro aspetto importante sia il fatto di essere un gruppo di tre persone. È più facile tenere sotto controllo tutti quanti. In una band più grande, c’è sempre un ingranaggio che può guastarsi. È un aspetto fondamentale, questo.

Nelle band che non hanno funzionato, come i Cream, i Police o i Clash, non c’erano amicizie profonde. Voi vi conoscete da quando eravate bambini. Questo aiuta, quando il gioco si fa duro.
Credo che questo ci abbia fatto superare la paura del fallimento. Abbiamo fallito insieme e abbiamo avuto successo insieme. Per me, band significa che ci si unisce per uno scopo, giusto? Siamo una gang quando siamo in sala prove. Non è che ci esercitiamo da quattro a sei giorni alla settimana per niente. Il mondo là fuori è spaventoso, ma la sala prove è un posto sicuro dove affrontare le nostre paure, e lo facciamo ogni santo giorno. Se continui a lavorare duramente, alla fine riuscirai a tirare fuori qualcosa di buono.

Il successo pazzesco di American Idiot vi ha colti di sorpresa? A quel punto tu eri nella band già da 15 anni. La maggior parte dei gruppi non ha una storia del genere.
Ho inciso i miei ultimi cori e abbiamo finito il disco. Siamo andati in questo piccolo loft dello studio della Capitol, ci siamo seduti e abbiamo parlato. Ci siamo detti: non leggiamo la stampa, freghiamoce di cosa ne pensa il mondo, amiamo il disco e ne siamo orgogliosi. E così abbiamo fatto. Col senno di poi, probabilmente avremmo dovuto leggerla, la stampa. È stata l’unica volta in cui avremmo dovuto farlo, ma alla fine è stato positivo anche non farlo, è un bene rimanere umili. Ma avevamo davvero paura di suonare i pezzi nuovi davanti al pubblico. La prima volta ero terrorizzato. La gente stava lì a pensare: «Cosa cazzo è?». Ma dopo qualche canzone ci hanno preso gusto.

Quell’album vi ha portati negli stadi.
Ricordo di aver pensato agli artisti hip hop e al fatto che puntano sempre alle stelle. E nel rock significa arrivare a stare, con la chitarra in mano, davanti a 50 mila persone. Quando abbiamo finito il disco, sentivamo di aver sviluppato un nuovo modo di scrivere, con suite come Jesus of Suburbia. Ecco perché penso che 21st Century Breakdown sia una sorta di seguito. Se vogliamo, lo si potrebbe quasi definire un doppio album (abbinato ad American Idiot, nda). È la continuazione di quello stile di scrittura. Che è diventato nostro perché noi siamo stati in grado di conciliarlo col nostro passato più remoto. E, francamente, Saviors chiude il cerchio.

Foto: Emmie America

Vi sentivate sotto pressione prima di 21st Century Breakdown?
È stato un disco difficile da scrivere. Avevamo 75 canzoni, solo Billie ne aveva scritte 68, 69. E c’erano altre idee con cui cazzeggiavamo. Ma non riuscivamo a metterlo a fuoco. Alla fine abbiamo coinvolto Butch Vig, che ha portato la quiete dopo la tempesta. Ci ha detto quali erano secondo lui i pezzi che veda bene assieme. Noi non avevamo maturato il giusto distacco dal materiale. E poi tutto ha iniziato ad avere un senso. Siamo riusciti a capire il disco e a terminarlo, ma è stato un periodo difficile. Abbiamo dovuto accettare il fatto che l’unico modo per dare un seguito ad American Idiot… be’, gli unici che potevano farlo eravamo noi, e sarebbe stato un lavoro duro, ma andava fatto.

Quanto è stato frustrante pubblicare un grande disco come Father of All Motherfuckers, nel 2020, per poi vedere esplodere il Covid dopo poche settimane e non potere andare in tour?
È stato frustrante, volevamo davvero portare in giro il disco, per la gente, perché avevamo un’idea chiara di cosa rappresentava. Era decisamente più sperimentale e il pubblico ha dato di matto per una ragione o per l’altra: si sono scatenati sia a favore che contro. Ma non abbiamo mai avuto la possibilità di mostrare i pregi di quell’album. La cosa bella, per me, è che mi sembra che ora quel disco sia tutto da scoprire, per il pubblico.

Sicuro. La maggior parte delle canzoni non è mai stata suonata dal vivo.
Qualche mese fa a Las Vegas abbiamo fatto Graffitia per la prima volta in assoluto ed è stato fantastico. Abbiamo suonato Father of All…, ma abbiamo appena finito nel 2023 le date del 2020. Vogliamo parlare di ritardi?

Ero alla serata di apertura dell’Hella Mega Tour a Dallas, nel 2021. Non mi trovavo in mezzo a una folla del genere da prima della pandemia. E, come me, penso anche gli altri. Com’è stato salire su quel palco e rivedere tutta quella gente?
È stato catartico per il pubblico, la band, tutti. È stato come non essere mai stato in mezzo a una gran folla e, improvvisamente, trovarsi in mezzo a 50 mila persone. È stato bellissimo e spaventoso, ma credo che la parte migliore sia stata lasciare tutti i problemi fuori dalla porta e venire a cantare e ballare fregandosene di tutto.

Quando siete entrati in studio per iniziare a lavorare a Saviors, quali erano i vostri piani?
All’inizio volevamo solo trovarci e suonare insieme. Ricordo che Billie continuava a dire: «Andiamo in sala prove». Ci eravamo scambiati dei demo e avevamo elaborato una manciata di idee che pensavamo fossero il punto di partenza di un buon disco. Poi, a un certo punto, Billie è andato in Inghilterra per fare dei demo, ha trovato uno studio, i RAK, quando avevamo cinque o sei canzoni. Si parlava di andare in tour per il resto del 2023, ma alla fine abbiamo deciso che non aveva senso. Ci siamo detti: le canzoni sono buone, vediamo se riusciamo a scrivere un grande disco, importante. Un grande tour dura l’arco di un’estate, ma il primo obiettivo è fare un grande album, che è eterno.

È bello sentirvi di nuovo con Rob Cavallo, voi quattro avete una tale intesa…
Il punto è trovare il momento giusto. Altre volte abbiamo lavorato con Rob senza fare scintille. Ci siamo presi una pausa dalle registrazioni dopo il 2020 e questo ha dato a Billie il tempo di riflettere e di lavorare a fondo sui testi e sulle canzoni, e a noi il tempo di costruirle. Credo si senta anche il desiderio di tornare a stare assieme in una stanza a suonare, è ciò che abbiamo di più caro e ci mancava davvero tanto.

Perché avete registrato in Inghilterra?
Billie aveva trascorso del tempo con la famiglia laggiù. Ha buttato lì l’idea e ci è parsa buona. Molti dei nostri eroi musicali sono inglesi, che si parli di British Invasion, di punk-rock degli inizi o di Brit pop. C’è tanta buona musica laggiù e lo si capisce subito girando per l’Inghilterra. È un posto fantastico, ha un’atmosfera tutta sua. Siamo riusciti a chiuderci in una stanza, senza distrazioni, suonare insieme in uno studio e registrare dal vivo.

Father of All aveva un’atmosfera molto glam rock. Era più pop. Saviors è più ruvido, un po’ più punk. È così che lo vedete anche voi?
Assolutamente sì. Ci piacciono il glam rock, il garage rock, le buone canzoni pop presentate in modi diversi, e dobbiamo allargare il nostro raggio d’azione. Dobbiamo spiegare le ali e provare cose nuove, come band. Non vorrei mai cercare di scrivere Dookie 14 volte. Sarebbe una follia. Dobbiamo cercare di crescere come band, e questo è il nostro lavoro. Non è compito dell’ascoltatore crescere. Ricordo che, quando abbiamo fatto Insomniac, la gente diceva che non avdva avuto lo stesso successo del precedente e invece ha venduto quattro milioni e mezzo di copie. Ci siamo detti: ok, non è Dookie, ma i fan amano quel disco. Poi abbiamo fatto Nimrod, che è più complesso. È lì che abbiamo iniziato a imparare cose diverse. Arrivati a Warning la gente pensava ci fossimo rammolliti. E adesso riscoprono quel disco e pensano sia un grande album. Be’, può capitare che l’ascoltatore non si trovi allo stesso punto della progressione della nostra band, ma questo è il nostro lavoro.

I fan desiderano che i loro beniamini rifacciano di continuo i loro album preferiti, ma in realtà non lo vogliono davvero.
Mi piace riscoprire i dischi. Adoro prendere un gruppo che mi piace, ascoltare un album e dire: all’epoca non avevo capito questo disco, ora sì.

Quando Trump nel 2016 è diventato presidente molti hanno pensato che avreste fatto subito un disco alla American Idiot e invece non è successo.
È buffo che tu lo dica, perché The American Dream Is Killing Me è stato scritto da Billie quasi quattro anni fa. Ma sapevamo che era un bersaglio troppo facile. Non siamo una parodia di noi stessi e canzoni come questa hanno bisogno di tempo per maturare. Se questo significa sedersi e lasciare che la vita proceda, va bene così. È stata una delle ultime cose che abbiamo registrato. Rob ha chiesto cos’altro avessimo. Alla fine delle session ci restavano due canzoni, quella e Father to a Son. Rob ha detto che dovevamo inciderle. Così Billie si è messo al lavoro su American Dream, approfondendo il testo e modificando alcune cose qua e là, ma “the American Dream is killing me” era una frase che avevamo da tempo, solo che non era ancora il momento giusto.

Mi pare che ora lo sia.
Parla di qualcosa di più importante di Trump. È una presa di posizione più articolata. Parla del fatto che il padre di Billie era camionista e la madre cameriera, ma comunque sono riusciti a crescere cinque figli e a comprare una casa. Oggi invece le cose non funzionano più così per tutti. Stiamo regredendo.

Parliamo di qualche canzone e partiamo da 1981. Mi è piaciuta molto.
È una bomba. È divertentissima da suonare e ricorda il primo periodo di MTV. Ti fa pensare a Billy Idol che alza il pugno e dice «Voglio la mia MTV», quando la musica era accessibile e divertente e la ballavi nella tua stanza.

Dilemma è una grande ballad.
Mi piace l’onestà di quella canzone, la sua serietà. È una dichiarazione molto forte in cui tante persone possono riconoscersi.

In che senso?
Parla di quando sei in difficoltà con le droghe, l’alcol o l’amore. Dice: “Ero sobrio, ma sono di nuovo ubriaco. Sono di nuovo nei guai e innamorato”. Ognuno di noi ha le sue dipendenze e fa paura riconoscerle e metterle nero su bianco così che il mondo intero le veda. Farlo però è importante perché  si scopre di non essere soli e si imbocca la strada per un luogo migliore.

Corvette Summer spaccherà dal vivo.
L’adoro, è un pezzo da sballo. Ti viene voglia di alzare il volume dello stereo, abbassare la capote dell’auto e partire a razzo. Ha un po’ di quello spirito rock glam anni ’70.

Fancy Sauce è un bel modo di chiudere il disco.
Anche per me. Se c’è un filo conduttore nel disco, è dare un senso al caos che ci circonda e rendersi conto che sì, sarò anche pazzo, ma questo non cambia il fatto che il mondo mi ha fatto gaslighting, negli ultimi quattro anni. La situazione è assurda là fuori. Quando ascolto questa canzone, forse per la parte sulla stanza imbottita o che ne so, mi torna in mente Basket Case.

Perché il titolo Fancy Sauce? È un riferimento a Fratellastri a 40 anni?
Non l’ho chiesto a Billie, ma ci starebbe, è un film geniale. Avremmo potuto chiamare la canzone Shark Week.

Pensi che i Green Day potrebbero sfondare se iniziassero oggi?
Avremmo fatto un percorso  diverso. Ai nostri tempi, tutti i nostri eroi erano ancora in radio. Io ascoltavo Beatles, Stones, Led Zeppelin, AC/DC. C’erano il classic rock, l’R&B classico, il soul, le hit moderne, di tutto. E tutto ciò mi ha esposto a quello che considero un periodo fantastico per il songwriting.

Ti pare mai strano sintonizzarti su una stazione di classic rock e sentire Back in Black, Stairway to Heaven e poi Basket Case?
Lo adoro. Scherzi? Siamo in ottima compagnia. La cosa più bella è che abbiamo appena lanciato una stazione SiriusXM dedicata ai Green Day. È fantastico ascoltare lì certe nostre canzoni che non erano mai passate in radio. Ti assicuro che ci sono persino nostri fan, là fuori, che si chiedono «e questa roba cos’è?» perché non l’hanno mai sentita prima.

Ho visto gli Stones qualche mese fa e mi hanno lasciato a bocca aperta. So che te ne mancano ancora 30, ma pensi che a 80 anni farai ancora concerti come loro?
Non lo so. Io sono un’auto da corsa, non una safety car. A quel punto potrebbe essermi saltata una guarnizione. Ma credo che uno dei punti di forza di questa band sia che viviamo il presente. Non guardiamo indietro e non guardiamo troppo avanti. Restiamo nel presente e lo apprezziamo.

Da Rolling Stone US.

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