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Violante Placido è la nostra Françoise Hardy a cui non possiamo che volere bene

Ispirata da musiciste come Marianne Faithfull, Carmen Consoli e Patty Pravo, l'attrice e cantautrice è tornata con un nuovo singolo, 'Tu stai bene con me', per ricordarci l'importanza di vivere con leggerezza e «stare nel presente»

Violante Placido

Violante Placido

Foto press

La prima cosa che Violante Placido decide di fare è mostrarmi la vista dalla sua camera d’hotel, da cui si vede il mare di Taormina estendersi verso l’infinito. Lei è sorridente, affascinante e delicata come quando, da adolescente, l’ho vista per la prima volta nei panni di Adelaide in Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Dallo schermo della televisione di allora a quello del computer di oggi, i suoi occhi sognanti sono però rimasti gli stessi.

Violante ha da poco terminato le riprese di Improvvisamente Natale, un film di Francesco Patierno con Diego Abatantuono e Lodo Guenzi («È la seconda volta che lavoro con lui, ci troviamo bene perché entrambi ci dividiamo tra musica e cinema») e mentre ci sentiamo è a Taormina per il Nations Award, dove si è esibita in alcuni brani del suo spettacolo Femme Fatales, nel quale omaggia cinque grandi donne della musica: Yoko Ono, Marianne Faithfull, Françoise Hardy, Nico e Patty Pravo. A noi la scelta pare coerente, in fondo: Violante Placido non è un po’ la nostra Françoise Hardy?

Partiamo proprio da Femme Fatales. Come hai scelto queste cinque artiste? Che legame hai con loro?
Yoko Ono è la mia infanzia, a casa ascoltavamo molto Lennon e quando uscì Double Fantasy la scoprii come artista. Nello spettacolo porto la sua Kiss Kiss Kiss, un brano con un finale delirante: finisce con un orgasmo! Nico invece mi ricorda il periodo in cui registravamo il mio primo disco, uno dei momenti più stimolanti della mia carriera. Negli anni, poi, queste donne le ho viste attraverso un’altra luce, capendo quanto è stato difficile per molte di loro farsi valere come artiste, uscendo dall’etichetta di “fidanzata di”. Penso a Marianne Faithfull, ad esempio. Questo spettacolo, inoltre, vuole andare oltre l’etichetta di femme fatale che circonda queste artiste. E poi c’è Patty Pravo, una fenice, una trasformista coraggiosa, sempre un passo avanti a tutti.

Per la prima volta, da cantante, ti presenti come Violante Placido e non più come Viola. Ho sempre pensato che avessi scelto Viola per allontanarti dal mondo di Violante come attrice. Cosa è cambiato? Hai fatto pace con queste due anime?
Forse dovrei fare una seduta psicanalitica per trovare la risposta più corretta (ride). All’inizio scelsi Viola perché cercavo un nome intimo, Violante Placido era troppo formale e si portava dietro un’idea di me che gli altri potevano proiettare. Viola era una me senza personaggio, con meno maschere possibili. Io con la musica mi metto a nudo, anche se è un percorso che negli anni ho fatto in sordina. Spesso ai festival del cinema mi invitano anche a suonare chitarra e voce. Quella è stata la mia gavetta, visto che non ho avuto possibilità di fare tanto palco. Così mi sono scoperta, mi sono conosciuta, e queste due anime si sono finalmente incontrate.

Il tuo ultimo disco, Sheepwolf, ha quasi dieci anni. Cos’è successo fino a oggi nella tua carriera musicale?
Mi sono impegnata a trovare una mia forma espressiva attraverso l’italiano. Non è una cosa che mi veniva immediata. Ho faticato parecchio all’inizio. Far scorrere l’italiano è molto difficile ma è possibile, a volte bisogna però rompere gli schemi, anche nella metrica, prendendosi delle libertà. Oggi il nostro orecchio si è evoluto e c’è più libertà da questo punto di vista grazie al lavoro fatto, ad esempio, da artiste come Carmen Consoli. Lei è veramente piena di talento.

Per il futuro hai quindi deciso di abbandonare l’inglese e darti solamente all’italiano?
No, no, ho anche nuovi brani scritti in inglese. A volte mi chiedono di provarli a riscrivere in italiano, ma tradurre certi brani dall’inglese all’italiano è molto difficile, sono due lingue che hanno suoni molto diversi. È più facile farlo tra francese e italiano. Lo dico perché, tornando a Femme Fatales, dal vivo suono un brano di Françoise Hardy, Voilà, che ho tradotto in E già.

Negli anni ’50 e ’60 era prassi tradurre i brani da lingua a lingua. La stessa Hardy l’ha fatto continuamente nella sua carriera.
Sì, è vero, ai tempi della Hardy si faceva molto, pensiamo alla stessa Patty Pravo con I giardini di Kensington. Ma erano altri tempi, spesso non si conosceva nemmeno l’originale.

Parliamo adesso del tuo nuovo singolo, Tu stai bene con me, che abbiamo inserito come bonus track nella nostra classifica dei non-tormentoni estivi. Cosa significa questo brano per te?
È nato nella prima estate post-pandemia, quando finalmente potevamo uscire di casa, ma c’era ancora molta paura nel viaggiare. In quel periodo ero in campagna – io sono cresciuta in campagna e conosco e apprezzo quel tipo di solitudine – e star lì con la mia chitarra è stato un modo per dare voce al mio inconscio. Questa canzone è nata in maniera molto immediata, in mezzo alla natura. Una parte sotto un salice, un pezzo dopo un temporale di quelli che fanno ammutolire i suoni della campagna, avvenimenti che noti quando sei in contatto con ciò che ti circonda, quando non sei distratto. Tu stai bene con me racchiude proprio questi concetti di leggerezza e consapevolezza, cose che si provano quando si vive il presente.

Come mai hai scelto di ritornare proprio ora con questo brano?
In questo brano sentivo una certa immediatezza. Ha un vestito pop che mi diverte.

Tu stai bene con me è accompagnata da un videoclip che cita il film del 1964 di Marco Ferrari La donna scimmia. Come è nata l’idea?
L’idea è di Massimiliano D’Epiro, che, oltre ad essere il mio compagno, è un regista. Avevamo già lavorato assieme per il video di Precipitazioni, in cui citavamo L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski. Questa commistione tra cinema e musica mi piace. So che sono dei video controtendenza, il linguaggio del videoclip oggi è molto veloce, immediato e con poco contenuto: è cambiata l’esigenza. A me invece piace fare le cose a modo mio, dargli un’importanza. Il video parla della necessità di star bene con se stessi, di capire che la propria diversità è un valore. Se tu trovi la forza di vivere la tua diversità e fare le tue scelte, alla fine c’è anche chi riesce a gioire insieme a te. Mi piace che il video sia molto aperto; che lasci, a chi lo guarda, lo spazio di conferirgli un proprio significato.

E per te cosa significa? Come lo leghi alla tua vita personale?
Quando dico che ognuno può dargli un significato intendo che la diversità, i nostri scogli, le nostre paure possono prendere tante forme: non devi per forza essere la donna barbuta. A volte dall’esterno tutto sembra ok, ma ognuno di noi può far fatica a trovare la propria voce e a fare le proprie scelte al di fuori delle pressioni e dei condizionamenti esterni.

Mi hai raccontato di come il cinema entra nella tua musica. Ora mi dici come la musica entra nel tuo cinema?
Mi viene in mente quando Giovanni Veronesi, per Che ne sarà di noi, mi chiese di consigliargli della musica per il film. Alla fine, in una scena, scelse una canzone che gli mandai, Little Arithmetics dei dEUS. In un altro momento, invece, ho scritto un brano, Hey Sister, per un film, Cose cattive, prodotto da Luca Argentero. Quella canzone entrò nella cinquina dei David, ancora non ci credo (ride). Ora invece, con Boosta dei Subsonica, ho preparato un brano per il nuovo film del mio compagno, La classe migliore, di prossima uscita. Non ho fatto diventare la musica la parte più preponderante della mia vita, ma è sempre al mio fianco e spero di continuare a farla.

Hai mai utilizzato la musica per entrare in un ruolo, in un personaggio?
Lo facevo molto in passato, ora meno. La uso per concentrarmi prima di arrivare sul set, per entrare in un mood, ma è difficile riuscire ad ascoltare con attenzione e isolarsi quando si è sul set. I set sono una macchina delirante di gente e voci.

Quali sono i progetti futuri di Violante Placido, la cantautrice?
Ho voglia di continuare a lavorare su nuovi brani, mi piacerebbe arrivare a raccogliere tutto in un album.

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