Vicio: «Se siete egocentrici, non fate i bassisti» | Rolling Stone Italia
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Vicio: «Se siete egocentrici, non fate i bassisti»

Nel libro ‘Viaggio al centro del basso’ il musicista dei Subsonica condivide le sue esperienze. Qui racconta perché quella del bassista è una vita da mediano, un ruolo fondamentale, spesso sottovalutato

Luca 'Vicio' Vicini, il bassista dei Subsonica

Foto: Luca Carlino

Era arrivato dopo le registrazioni di Microchip emozionale, nel 1999. E agli altri dei Subsonica aveva detto: «Faccio con voi il tour estivo, poi vediamo». Invece è finita che Luca Vicini – nome «d’assalto» Vicio – dopo ventuno anni è ancora il bassista della band torinese, nonché uno dei più influenti in Italia. Non per altro, «perché ho sperimentato tanto con pedali ed effetti, e certo non sono l’unico ad averlo fatto, ma qui da noi il mio suono è abbastanza conosciuto proprio per questo», ci spiega.

Nel 2020 avrebbe avuto un tour in programma col gruppo, ma la pandemia ha rimandato tutto e l’ha riportato a casa. Dove è tornato a dedicarsi allo studio dello strumento di sempre e dove ha scritto una serie tv in cinque puntate a tema («di cui due già registrate: vediamo che succede») e il libro Viaggio al centro del basso (Arcana), un po’ più di 100 pagine a metà fra un atlante sentimentale e una raccolta di dritte ed esercizi per musicisti in erba. Del resto «negli anni ho distorto e sminuzzato il suono del basso», ci dice lui, «e allora ecco spiegato il titolo e la filosofia à la Jules Verne».

Però torniamo all’inizio: perché scegliesti il basso?
Avrei due risposte. Parto da quella meno seria: perché ha meno corde della chitarra (ride). Avevo 16 anni, ero in ritardo per imparare a suonare e il fatto che avesse solo quattro corde rispetto alle sei della chitarra mi ha convinto a iniziare. Di più, il basso non ha neanche gli accordi, si suona nota per nota.

Ok, ti interrompo con la prima di tante domande for dummies che ti farò: quindi è più facile da suonare della chitarra?
Se ci riferiamo ai rudimenti, sì. E proprio per i motivi che ti ho detto: ti basta il senso del ritmo. Poi, chiaro, se se vuoi intraprendere una carriera da bassista vero allora è un altro discorso, e diventa uno strumento molto complicato.

Veniamo alla risposta seria.
Ho scelto il basso perché probabilmente ce l’ho dentro da sempre. Sono cresciuto coi Police, e mi ha sempre affascinato la foto del retro di Reggatta De Blanc, con Sting seduto su un contrabbasso enorme. Mi dicevo: se il basso elettrico, così piccolo, deve tenere il passo di questo così grande, allora deve essere uno strumento davvero potente. E poi ha un suono che smuove i primi chakra: il legame con la terra, e il sesso. Roba d’istinto.

Ecco: che strumento è il basso?
Uno di quelli che sta nelle retrovie. Se lo suoni, è come giocare da mediano o difensore centrale a calcio. Nel senso: se hai velleità egocentriche, lascia stare. Ci sono eccezioni, certo, ma quasi tutte riguardano i frontman che comunque suonano il basso, e che spesso non vengono neanche ricordati per quello. Magari non è il caso di Sting, ma di Morgan sì. Lui è un bassista di livello assoluto, ma sa fare talmente tante altre cose (cantare, scrivere) che poi non lo si ricorda neanche per quello, è sottovalutato. Se non hai l’orecchio, il basso sfugge. Molta gente non sa neanche che suono abbia.

E che suono ha?
Quello che senti insieme alla batteria. È questione di precisione e senso del tempo, il basso fa l’amore con la cassa. Ogni tanto lo riconosci eh, penso a Walking on the Moon dei Police o all’attacco di Around the World dei Daft Punk, che pur non essendo suonato da un basso elettrico è comunque un basso. In generale, serve da collante fra la batteria e gli strumenti armonici, cioè chitarra, voce, tastiere. Si nasconde dietro di loro, ma costituisce l’impalcatura della canzone: se toglie una nota, crolla tutto. Rappresenta le fondamenta di un pezzo, a livello armonico (gli accordi di chitarra che vengono suonati dipendono dalle note che esegue il bassista) e a livello ritmico.

Ci sono altri motivi per cui, soprattutto in Italia, in molti – fra i profani – ne ignorano il suono?
Credo dipenda dalla cultura mediterranea, da sempre più attenta alla melodia che alla ritmica. Al contrario in Africa, in Sud America e negli Stati Uniti si fa molto più caso al basso, perché hanno una musica ritmica, in cui il suo ruolo è centrale, si mette in mostra.

Al momento della scrittura di una canzone, il basso quando arriva?
Se parliamo dei Subsonica, all’inizio. Anche se di solito la linea non è mia, magari è di Casacci o dello stesso Samuel. In generale in qualsiasi musica ritmica, compresa la nostra, è fondamentale. Per Sting, se azzecchi riff di basso e riff di voce hai una hit. Nel pop invece spesso si parte dal pianoforte e lo si aggiunge solo dopo, a servizio delle linee armoniche individuate al piano. E rimane, come dicevo, nascosto. Se esce fuori, in genere è soprattutto come controcanto alla voce del cantante, tipo nei pezzi di Paul McCartney o in Pet Sounds dei Beach Boys.

Nel libro scrivi che Macca è uno molto sottovalutato come bassista. Oltre a lui, quali sono i fondamentali?
Jaco Pastorius. Poi il resto (ride).

Perché sta su un altro piano rispetto agli altri?
Per la differenza che c’è fra fare ed essere. Molti hanno fatto i grandi bassisti. Lui era il basso elettrico: faceva cose al limite dell’impossibile, ma con naturalezza. Ha tolto i tasti allo strumento, per avvicinarlo a un contrabbasso e al sax, per assimilarlo alla voce. Insomma: l’ha trasformato in qualcosa di diverso.

Poi, chi?
Marcus Miller, che negli anni ’80 ha prodotto i dischi di Miles Davis. Steve Harris degli Iron Maiden per il metal, Peter Hook dei Joy Division per il post punk. Nel pop, John Taylor dei Duran Duran ha segnato un decennio. Quindi Louis Johnson, Graham Parker, Bernard Edwards degli Chic. Ah, ovviamente pure Lemmy Kilmister dei Motörhead, che è un grande innovatore. E poi Flea dei Red Hot Chili Peppers.

Cos’è che li rende grandi?
Quanto il loro suono sia capace di rendere bella la musica che sta suonando, non per forza giocando da protagonista. Ed è il caso, per esempio, di Flea. È questione di tocco, sensibilità, invisibilità. Anche Roger Waters è un fuoriclasse, in questo senso.

Però non mi fai esempi molto moderni. Come mai?
Credo dipenda dal mio interesse, che negli ultimi anni è un po’ scemato visto che mi occupo più di produzione che del resto. Fammi pensare… Fra gli ultimi mi affascina molto Thundercat, un innovatore che lavora con un microfono midi, per collegarsi con suoni elettronici e trasformare il suo basso in qualcosa di diverso. E il bello è che non è un virtuoso, ma uno che accompagna la voce. Poi anche Guy Berryman dei Coldplay è sottovalutato: in Magic è spaventoso, e comunque parliamo di un pezzo pop.

Altri pezzi pop con un basso da antologia?
Ma che mania di Pino Daniele mi fa perdere la testa, con Alphonso Johnson sugli scudi; un classico come Another Brick in the Wall dei Pink Floyd; e Appetite dei Prefab Sprout.

Visto che hai citato un pezzo italiano: da noi esempi virtuosi di bassisti quali sono?
Oltre a Morgan, nel pop c’è Max Gazzè che scrive delle linee bellissime pur rimanendo discreto. Poi vari session man come Cesare Chiodo. E, ovviamente, Saturnino, che negli anni ’90 ha fatto conoscere il basso al grande pubblico. È un grandissimo musicista, ma anche un personaggio, uno che si sa vendere, un influencer a giudicare dai numeri. Ha il merito di aver reso il basso pop: tutt’ora se chiedi a mia madre il nome di un bassista, ti dice il suo.

Gianni Maroccolo no?
Non lo so, forse sì, ma in maniera più silenziosa. In certi dischi in cui ha suonato o che ha prodotto si sente davvero tanto, e alcuni di questi lavori hanno pure raggiunto il grande pubblico, è vero. Forma e sostanza andrebbe fatta studiare a scuola, come pure le linee di 17 re. Però, ripeto, non so. Forse rimane più confinato agli appassionati di musica che al grande pubblico. Fermo restando che è un maestro assoluto, e io mi inchino come a uno dei motivi per cui ho iniziato a suonare – quel sound di marca al post punk ci ha fatti innamorare in tanti. Ah, e mi ha pure scritto l’introduzione del libro!

Oggi il basso elettrico è in disuso?
Sì, decisamente. Per esempio la trap si affida ai bassi, sì, ma programmati, non suonati dal basso elettrico. Ma ci sta: sono degli zarri, e lo dico in senso positivo; in macchina il pezzo che producono deve spaccare, con le casse a tutto volume mentre sei fermo al semaforo, e allora quel suono è perfetto. In generale, la tecnica ha ormai raggiunto livelli spaventosi, ben oltre Pastorius. Ma lui resta lui, e l’autenticità del suo suono andrà sempre oltre tutto ciò, e difficilmente si ripeterà. Ah, e adesso in Europa c’è più attenzione al groove – anche nei Subsonica, per dire – rispetto a trent’anni fa.

Che consigli ti senti di dare a un bassista in erba?
Devi cercare di essere tutt’uno col basso. Devi ballare con lui e far ballare gli altri. Quando suoni qualcosa, anche se ti fai sentire solo dai genitori, gli devi far battere il piede a tempo. Bada bene a quello. E ricorda: una bella linea di basso non disturba, è sempre figa ma discreta.

Com’è la vita di un bassista professionista in Italia?
Io sono un’eccezione, perché sono membro di una band famosa, quasi una rockstar. Mi ricordo gli anni 2000, quando uscì Terrestre eravamo a quel livello di immagine. Che dire: la vita in tour è stancante ma divertente come una gita, si sta insieme e si viaggia in hotel favolosi. Hai persino i tempi morti per leggere, studiare, guardare le serie – e in questo Boosta è un divoratore (ride). Chiaro: dopo vent’anni come in tutti i matrimoni inizia a darti fastidio come quello ti guarda, tira su il naso ecc., ma è fisiologico, e i live restano comunque divertenti. Intanto mi sono fatto uno studio a casa, e lavoro come autore e produttore.

Dal vivo coi Subsonica nel 2016. Foto di Pasquale Modica

Però sei stato un privilegiato, come dici, a entrare nei Subsonica.
Sì, senz’altro. Chi non ha questo privilegio, lavora come session man, produttore, autore (proprio perché molti brani partono dalla linea di basso), oltre a suonare in studio e sul palco con gli artisti. Conta il nome che ti fai. Chiodo, mio grande amico e fra i numeri uno in Italia, sta suonando il basso nel nuovo disco di Vasco Rossi. Nell’ultima ballatona, Una canzone d’amore buttata via, la sua mano si sente parecchio, con un intermezzo di basso plettrato strafico.

Eh, lì come funziona: ti chiamano per delle partite già scritte o hai libertà di suonare?
Dipende dal produttore. In questo caso c’è Celso Valli, che adora Chiodo e l’ha chiamato proprio per dargli libertà, perché vuole il suo tocco. Non ha senso limitarlo, e i bassisti non sono uno uguale all’altro. E per farsi notare, occorre un suono bellissimo… e discreto. Sennò poi qualcuno rompe le palle (ride).

Un bassista deve saper stare al proprio posto, insomma.
Esatto! Per esempio quando entri in un team di studio, a meno che non ti abbiano chiamato per fare il giullare, devi essere preciso e puntuale. Un bassista deve andare a tempo per definizione; ti pare che non rispetta gli orari? Soprattutto, mai in anticipo: suonare davanti agli altri comporta un effetto bruttissimo sulla musica; meglio, come consigliano gli americani, stare un minimo in ritardo. Ma come in tutte le cose della vita, eh. Pensa al sesso: se uno gioca d’anticipo, non piace a nessuno dei due.

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