‘Vesuvia’ è la parte «più profonda, creativa, istintiva e selvatica» di Meg | Rolling Stone Italia
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‘Vesuvia’ è la parte «più profonda, creativa, istintiva e selvatica» di Meg

Dialogo attorno al nuovo album: le radici napoletane, lo spirito apolide, l'underground (che esiste ancora, basta andarlo a cercare), la rottura coi 99 Posse. E la Meloni: «Sembra l’alba dei morti viventi»

Meg

Foto: Mattia Guolo

Nel 1994 Silvio Berlusconi scendeva in campo. No, non dovrebbe essere questo l’attacco di un articolo su Meg, ma mentre ci si appresta a intervistare la cantante napoletana è difficile sfuggire al pensiero che nell’anno in cui lei debuttava con i 99 Posse, gruppo simbolo di una militanza politica legata al mondo dei centri sociali e della sinistra più radicale, il fondatore di Forza Italia entrava per la prima volta nell’agone politico e che quasi 30 anni dopo, nella settimana in cui la stessa cantante pubblica il suo nuovo album solista Vesuvia, non solo il succitato è ancora in Parlamento, ma è ancora al governo, in una maggioranza di destra-destra che a breve incoronerà alla sua guida Giorgia Meloni, una donna, la leader di Fratelli d’Italia.

Così la mattina del 26 settembre, a spoglio ancora in corso, ma con i risultati delle elezioni del 25 già noti, dopo aver salutato Maria Di Donna in arte Meg in videochiamata su Zoom, proviamo a dirle che non si può non commentare. E lei: «Sembra l’alba dei morti viventi, speriamo non sia l’inizio di un film horror». È l’incipit di una conversazione che toccherà più temi, dal femminismo alla libertà d’espressione, oltre a sviscerare la genesi di questo quarto album della vocalist e musicista partenopea, fresca 50enne che non si vergogna affatto di parlare di anni che passano ed esperienze che si accumulano. Con questo suo nuovo lavoro arricchito dalla presenza di una selezione eterogenea di ospiti (Elisa ed Emma, Thru Collected, Nziria, la pianista francese Katia Labèque), Meg rinnova l’amore per un synth pop ricercato, infarcito di ritmi jungle, drum’n’bass, dub, indubbiamente debitore della lezione di Björk, questa volta sotto il marchio Asian Fake, l’etichetta di Coma_Cose e Venerus, per intenderci. Ma prima c’è una questione aperta: «Me l’aspettavo, che avrebbe vinto la Meloni», dice l’ex 99 Posse.

Nessuna meraviglia?
No, purtroppo, e aggiungerei che mi spiace che non ci sia stata un’alternativa valida, che la destra abbia potuto avvantaggiarsi di una sinistra al momento abbastanza confusa e assente. È una tragedia, e la mia paura è che siano in pericolo i diritti fondamentali. Per me è stato paradossale sentire la Meloni affermare che dobbiamo difendere il diritto a non abortire. Cosa?! Quello c’è già! Semmai bisogna fare in modo che il diritto all’aborto sia reale, ossia far sì che in ogni ospedale ci siano medici non obiettori di coscienza.

Stiamo parlando della prima premier donna nella storia della Repubblica italiana: come la metti col femminismo?
Non mi sento rappresentata. Anche la campagna basata sullo slogan «sono una donna, sono una madre» l’ho trovata fuori luogo, vergognosa. È chiaro che l’obiettivo della Meloni fosse anche attrarre il voto delle donne, ma ciò che dice non ha assolutamente niente di femminista. Voglio dire, uno dei capisaldi del femminismo è il diritto delle donne di gestire il proprio corpo come vogliono… Ma oggi è facile usare la parola femminismo anche per fare tutto il contrario di quello che sarebbe il femminismo.

Non mi addentrerei su questo terreno, però potrei chiederti se trasformare il Vesuvio in Vesuvia è un gesto che definiresti femminista?
Le tracce di questo album sono innanzitutto canzoni che traggono ispirazione dalla terra in cui sono cresciuta. Più precisamente da Torre del Greco, la mia città. Vivere schiacciata tra il mare e il vulcano ha sicuramente contato, rispetto a ciò che sono oggi, mi ha condizionata. Basti pensare che, quando ero piccola, la domenica o si andava in spiaggia oppure si faceva la scampagnata per andare a vedere il cratere: sono quelli i miei ricordi d’infanzia. Al tempo stesso, per chi ci abita vicino il Vesuvio è una presenza costante, una onnipresenza, lo vedi sempre e se da un lato può infondere un senso di protezione, dall’altro ne percepisci costantemente la natura minacciosa, il fatto che sia parte di te, ma che da un momento all’altro potrebbe levarti tutto. Ecco, per rispondere alla tua domanda, quest’ultimo aspetto nel disco l’ho un po’ capovolto e il motivo è che mi piaceva l’idea di parlare di liberazione e quindi di Vesuvia, appunto, come di un’entità anche femminista, un’entità da cui eruttasse musica e che rappresentasse la mia parte più profonda, creativa, istintiva e selvatica. Contro il luogo comune che vede la donna fragile, indifesa, dolce, remissiva, e a favore di una rappresentazione della donna come unione di aspetti ritenuti inconciliabili dai benpensanti, ma che invece sono la nostra ricchezza, la nostra verità.

Quanto conta l’educazione, in questo ambito?
Molto. Io sono cresciuta con una madre che mentre lavorava e faceva la mamma andava alle manifestazioni per i diritti delle donne, in un contesto di sinistra portava avanti quella battaglia politica. Ma ho anche avuto la fortuna di avere un padre che, per esempio, a casa voleva lavare i piatti, e ci teneva, perché, diceva, «io sono femminista». Non dimenticherò mai quando, durante un incontro con l’amministratore di condominio in cui quest’ultimo aveva risposto a un intervento di mia madre offendendola, dicendole che in quanto donna non doveva impicciarsi, mio padre prese le sue difese.

Ossia?
Chiese gentilmente all’amministratore di alzarsi e di andarsene.

Foto: Mattia Guolo

A questo punto Meg deve interrompere la chiacchierata per far entrare nella stanza i suoi gatti: «Ne ho due», racconta, «due fratelli adottati da un’associazione, si chiamano Bowie e Ziggy, perché hanno caratteri completamente diversi e anche un aspetto diverso, però si vede che sono fratelli, per cui mi sono fatta questo viaggio che uno era Bowie e l’altro il suo alter ego».

Parlavamo di tuo papà: era marinaio, vero? Capitano di coperta sulle navi, mi risulta.
Già, padre marinaio, perché un tempo a Torre del Greco gli uomini avevano due opzioni: o navigavano o lavoravano il corallo. Mio padre aveva scelto di navigare, ma poi ha dovuto smettere perché – so che sembra assurdo – soffriva il mare, per cui si è laureato in Economia e commercio ed è tornato sulla terra ferma. Mia madre, invece, è stata professoressa di italiano e da laureata in Lettere classiche ha sempre provato un amore spasmodico per la letteratura, per l’uso delle parole, amore che mi ha trasmesso.

E la passione per la musica, com’è nata?
Anche quella la devo ai miei genitori. A casa mia si sono sempre organizzate serate musicali con amici e parenti, in cui ognuno suonava qualcosa – il pianoforte, la chitarra – e poi si cantava e a tutti i bambini veniva dato uno strumento: la sezione percussioni era molto ricca. In famiglia si ascoltava ogni genere di musica e credo che anche questo mi abbia influenzata nel mio mestiere, perché è anche da lì che deriva il mio bisogno di mescolare stili differenti per creare qualcosa di ancora diverso e di mio.

Tornando a Vesuvia, la natura è un elemento ovviamente molto presente, data la fonte d’ispirazione del disco. Ma non lo è solo come sfondo, è come se si fosse insinuata nel tuo vocabolario: queste canzoni sono tutto un susseguirsi di boschi, rami, aquile, formiche, elementi che evocano un immaginario anche un po’ fantasy. Che cosa puoi dirci di questo?
Penso che in questo disco la natura sia entrata prepotentemente, ma solo man mano che l’album prendeva forma davanti ai miei occhi ho capito che parlava di radici. In realtà inizialmente il titolo doveva essere Napolide, che è poi diventato il titolo di un brano, e la ragione era che mi sono sempre sentita apolide, perché amo viaggiare e prima che italiana mi sento cittadina del mondo. E però, contemporaneamente, la napoletanità è parte di me, l’imprinting che fa sì che ovunque vada osservi tutto attraverso la lente della tradizione e della cultura napoletane. Solo che ho scoperto che l’espressione “napolide” era già stata utilizzata da Erri De Luca, lo scrittore, così sono passata a Vesuvia, per dare l’idea di quelle radici che sentivo molto presenti nei nuovi brani. Quanto ai testi, ora che ci penso potrebbe avermi influenzata Chandra Candiani, anche lei inseriva molta natura nelle sue poesie.

Da tempo vivi tra l’Italia e New York: che tipo di radice è Napoli, per te?
Una radice estremamente forte, ma con due facce: quella materna, che mi ha nutrita e protetta, e un’altra associata al pericolo, alla minaccia, alla precarietà. È strano, perché, come dicevo, ovunque vada mi porto dietro Napoli, addirittura me la sogno di notte, però ogni volta che torno a Napoli vorrei scappare. Perché mi fa soffrire, mi fa arrabbiare, ha troppe contraddizioni laceranti. Ciò che mi fa stare peggio è lo stato di abbandono, della città come del Meridione in genere. Il malfunzionamento dei mezzi di trasporto, degli ospedali, delle scuole, e ancora la criminalità, come vivi la quotidianità: sono tante le cose che mi fanno male. Giù sei sempre sul chi va là, non puoi mai rilassarti un attimo, devi sempre guardarti alle spalle, stare con le antenne alzate, ed è faticoso. Non è un caso che tanti giovani debbano andarsene via, avviare un’attività è complicatissimo ed è vero che al Sud siamo creativi, ci arrangiamo, ma, ripeto, è tutto estremamente faticoso.

Dal punto di vista del sound, hai messo le ritmiche al centro producendo l’album con, tra gli altri, Frenetik, che di Asian Fake è il direttore artistico, e i fratelli Fugazza, già al fianco di Mahmood come di Achille Lauro.
Volevo che le ritmiche fossero parte preponderante del sound sia per suggerire un sapore quasi ancestrale, sia per richiamare il ribollire del magma creativo che sta sottoterra, nell’underground, quel qualcosa che non vediamo, né sentiamo, ma che è lì, pronto per uscire allo scoperto. E volevo delle ritmiche potenti, in primo piano, al punto che quando abbiamo fatto il mix e il master con il bravissimo Andrea Suriani continuavo a dirgli “tira su le (frequenze, nda) basse, tira su le basse!”, ed era lui a chiedermi se fossi sicura, che a furia di tirare su si sarebbe distorto tutto (ride, nda).

Hai usato il termine underground, quindi per te l’underground esiste ancora, giusto?
L’underground esiste eccome, è solo che c’è più pigrizia nell’andarselo a cercare. Ma lo devi cercare, non puoi aspettare che arrivi da te. L’unico momento in cui l’underground si era magicamente, quasi miracolosamente, trasformato in overground è stato negli anni 90, quando un gruppo come il nostro – mi riferisco ai 99 Posse – che proponeva una musica stranissima per il mainstream, fatta con i campionatori e tutto il resto, è diventato pop. E con quel gruppo altri artisti e band provenienti da quello stesso mondo… Ma è stata una coincidenza, ciclicamente accade che qualcosa da sotto si smussi per entrare negli ambienti mainstream, e come sempre ci sono i più radicali che in quei frangenti estremizzano ancora di più la loro identità lontana da quello stesso mainstream.

E tu dove ti collochi?
Da nessuna parte. Tant’è che in Vesuvia ospito due nomi pop come Elisa ed Emma (in Aquila, nda), ma anche Thru Collected e Nziria, due artisti underground. Perché mi sento in mezzo a questi due mondi, e mi diverte anche, non poter essere catalogata da una parte o dall’altra. Non lo faccio volontariamente, a smarcarmi, sono fatta così per indole. Uno psicanalista direbbe che essendo io introversa, non voglio uscire dall’underground, perché non voglio che mi si veda troppo.

Potrebbe essere stato un limite per la tua carriera, questo?
No, penso sia giusto che ognuno vada dove trova naturale andare. Non sono nemmeno invidiosa in queste cose. Durante una carriera si compiono delle scelte e sono quelle scelte a stabilire il percorso. Da ragazzina ero ancora più radicale, quindi figuriamoci, non ascoltavo nulla che fosse minimamente radiofonico, perché sarebbe stato un ascolto passivo e non sarebbe stata una ricerca.

Dei Thru Collected che mi dici?
Sono ragazzi e ragazze giovanissimi, e che la quota rosa sia rappresentata per me è importante, visto che quando ho iniziato a lavorare io ero sempre l’unica donna in qualsiasi ambito mi affacciassi: i musicisti erano tutti maschi, i giornalisti tutti maschi, i tecnici del suono tutti maschi, i discografici pure… È stata dura, adesso per fortuna le cose sono migliorate. Dei Thru Collected poi mi piace che siano multidisciplinari, fanno musica, video, foto, grafica, scrivono, producono, e il tutto come una realtà aperta, nel senso che ognuno ha il suo progetto solista, collaborano con altri. Insomma, in loro ho rivisto la Meg ragazzina, o forse ciò che sarei oggi se cominciassi adesso. Anche perché passano con nonchalance dalla drum’n’bass al punk, sono freschi.

E Nziria? Il brano con lei trasmette un calore particolare.
Lei la volevo su quella traccia, Napolide, perché come me è divisa, nel senso che è figlia di napoletani emigrati a Ravenna, dov’è nata, ma grazie al nonno materno patito di musica napoletana e che parlava napoletano ha imparato a switchare dal romagnolo al napoletano. E poi ha questa voce profonda, davvero lavica, vesuviana.

Hai da poco compiuto 50 anni, ti senti la loro madrina? O l’idea ti fa rabbrividire?
No, non è male, è una bella sensazione. Io poi sono nata a settembre, mese che sancisce l’arrivo dell’autunno e il momento del raccolto. Quindi raccogliamo i frutti, perché no? Per me che ho sempre vissuto il presente, il da farsi, è una sensazione nuova, però mi inorgoglisce sapere che dei giovani mi considerano un punto di riferimento, mi vedono come una sorella maggiore, è un’immagine che loro proiettano su di me in cui mi riconosco. Non parlo solo dei Thru Collected o di Nziria, in generale ricevo tanti messaggi di ringraziamento per quanto fatto in tutti questi anni, e mi serve, mi serve per fare un bilancio, il punto della mia vita. In fondo Vesuvia rappresenta anche questo, questo mio essere donna, sorella maggiore, figlia, anche persona che dà e riceve, perché amo lo scambio. Ho amato anche quello che si è creato con i fratelli Fugazza, che hanno un gusto raffinatissimo. Me li ha presentati Frenetik e anche loro avevano questo atteggiamento reverenziale, mi dicevano di avere consumato i miei dischi e si sono fatti raccontare la nascita della jungle.

E dire che tu all’epoca studiavi filologia dantesca…
Ma alla fine non mi sono laureata, colpa dei maledetti 99 Posse (ride, nda).

Come andò?
Ero in Inghilterra per triennalizzare l’esame di Filologia dantesca e avevo già iniziato a scrivere la tesi di laurea, s’intitolava Il sogno nella commedia. Era l’anno accademico 1993-94 e capitai a Londra proprio nel momento cruciale dell’avvento della jungle e di dischi come The Fat of The Land dei Prodigy, Debut di Björk, e poi i Massive Attack, gli Orb di Little Fluffy Clouds. Una cosa folle: stavo lì a studiare Dante, dopodiché uscivo, incrociavo un negozio di dischi, mi ci infilavo dentro e ci passavo ore e ore. Studiavo! Senza contare tutta la cultura dei rave illegali, bellissimo. A un certo punto, però, torno in Italia per fare le carte e i documenti per tornare nel Regno Unito e laurearmi lì, ma trovo la facoltà occupata per protesta contro l’aumento delle tasse universitarie. E mi dico “cavoli, però in Inghilterra queste cose non succedono”. In ogni caso la segreteria era chiusa, occupata appunto. In compenso conobbi i 99 Posse.

Perché con loro è finita? Non ti andava più di fare parte di una band militante?
A fare la cantante militante c’ero praticamente solo io all’epoca, ed è stata dura. Sappiamo tutti quanto l’assassinio di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova 2001 abbia ucciso quel movimento, sancendo un momento di terrore dopo il quale ci si è sfaldati. È subentrata la paura ed è comprensibile, perché il messaggio era stato chiaro, andare in piazza a manifestare era diventato pericoloso e tra l’altro non è che fosse avvenuto tutto d’un tratto, c’era stata un’escalation: prima Seattle, poi Praga, poi Napoli e Genova. È andata così… Quanto a me, se sono uscita dai 99 è stato per vari motivi, su tutti il fatto che non potevo più condividere la scrittura con loro, stavamo andando sempre più su strade diverse e io, che in realtà avevo sempre usato un altro registro, volevo parlare a nome mio e non anche a nome di altri. È una questione complessa, di mezzo c’era anche la convivenza con altre persone e con regole del gruppo che non mi stavano più bene, ma di sicuro il linguaggio politico per me rischiava di essere più una gabbia che un’arma creativa. Quindi ho continuato da sola, assecondando la mia maniera di stare al mondo. Avevo bisogno di essere corale, sì, ma in un altro modo.

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