Home Musica Interviste Musica

I veri artisti sono tutti dei “Nemici”

Un viaggio che parte da "Supercafone" e arriva ad Afrika Bambaataa: Piotta racconta il suo nuovo album, tra i talent show e l'amore per Roma

Il rapper romano Piotta, che ha appena pubblicato l'album "Nemici". Foto: Alfredo Villa

Il rapper romano Piotta, che ha appena pubblicato l'album "Nemici". Foto: Alfredo Villa

Chiaro, determinato, preciso. Piotta ha pubblicato da un paio di settimane il suo nuovo album Nemici e in testa aveva obiettivi ben precisi. Produrre un lavoro maturo, senza sbavature, che unisse nel miglior modo possibile i generi da lui amati da sempre: rock, reggae, e naturalmente l’hip hop.

Archiviato l’ER prima del suo nome per enfatizzare una certa romanità (a questo fatto aveva dedicato anche un album: Senza Er, nel 2013) e soprattutto il Supercafone e La Grande Onda, si può dire che Tommaso Zanello aka Il Piotta ce l’abbia fatta alla grande.

Senza alcuna nostalgia per quelli che erano stati gli anni del suo lancio, i ’90, e col coinvolgimento di personaggi di livello in quel periodo: da Afrika Bambaataa a Captain Sensible al suo sodale di sempre, Brusco. E poi Muro del Canto e Modena City Ramblers.

Non riesco a immaginare bene il pubblico che viene ai tuoi concerti: sono di più i fan della prima ora o i ragazzini invaghiti del rap?
Agli inizi avevo un pubblico totalmente hip hop ovviamente, mentre ora è piuttosto vario. Sempre più spesso mi capita di vedere padri piuttosto giovani che portano i figli sui dieci anni ai concerti e dicono loro: «Guarda, quando ero più giovane ascoltavo ‘sto pezzo. Senti che bello!». Poi, in realtà, i miei concerti non sono propriamente hip hop, sono molto “suonati”, mi accompagnano sempre basso, batteria, chitarra. In particolar modo per i pezzi più arrabbiati, dove voglio sottolineare determinati aspetti politici, sono ricorso ad altri generi, spesso al rock.

A proposito di pezzi “politici”, Barbara, con i Modena City Ramblers, sembra nata dopo che avevi letto mille episodi recenti di cronaca nera.
Mi sembra un modo per dare spazio ad alcuni argomenti troppo spesso trascurati da molti rapper italiani. Per prendere le distanze da chi parla di Dompe e privè, per esempio. Anche se il bello dell’hip hop di oggi è che ognuno può parlare di quello che vuole.

Tra le diverse collaborazioni salta all’occhio quella con Afrika Bambaataa, immagino fosse un tuo mito anni fa, come hai fatto a coinvolgerlo?
Sì, chiaro. La cosa buffa è che è nato tutto per caso. Io l’avevo incontrato a settembre, in un Autogrill vicino a Torino, dove avevo appena suonato. All’inizio non ci avevo neppure creduto: il mio tour manager era arrivato e mi aveva detto di averlo visto seduto al ristorante e io gli avevo detto «Eh sì, come no!» Poi l’ho visto davvero e, facendomi coraggio, sono andato a salutare Donald D che era lì con lui. Abbiamo scambiato due parole e via. Poi qualche mese dopo, ero a Roma, stavo tornando dal mare, e ho visto un’ombra gigantesca che attraversava la strada: era Bambaataa! Era destino, lì l’ho fermato con entusiasmo e anche lui si ricordava tutto. Così è nata la collaborazione, in totale spontaneità.

Con Brusco invece?
Lo conosco da anni, abbiamo frequentato anche le stesse scuole a Roma.

A Roma hai anche dedicato il pezzo 7 Vizi Capitali.
La cosa bella di Roma in questo momento è che la povertà così diffusa ha fatto passare in secondo piano principi come mors tua, vita mea. Le persone, e anche gli artisti, ora hanno capito che ciò che conviene di più è collaborare. Così poi si sono sviluppate sempre di più realtà come Il Cinema Palazzo a San Lorenzo che riuniscono artisti di provenienza molto diversa: dagli Assalti Frontali a Zero Calcare e a Elio Germano, anche con il suo gruppo Bestie Rare, e poi Muro del Canto, Chef Rubio, Elio Germano.
Roma mi sembra una città di un film di Ken Loach, dall’atmosfera decisamente più proletaria ma più solidale, e devo ammettere che a Roma i centri sociali sono ancora molto attivi. Magari non c’è molto dialogo tra di loro perché hanno interessi diversi.

Il titolo Nemici, scritto con lo stesso carattere del talent della De Filippi è solo una critica a quel mondo?
Ma no, ci mancherebbe! A me i talent non piacciono per niente e penso che non siano necessari per sfondare, anche al giorno d’oggi. Però ognuno fa quello che vuole. Devo ammettere che quando vidi Moreno ad Amici rimasi basito col telecomando in mano e mi chiesi: ma perché?! Penso che l’hip hop e il reggae non siano generi adatti a un talent. Poi quello che non apprezzo per niente è quella che definisco una sorta di “prostituzione emotiva”: che sia tutto un pianto, una disperazione, una ricerca di emozioni a tutti i costi.
Il titolo Nemici non si riferisce a quello, è perché credo che i veri artisti nella storia della musica siano dei nemici, degli antagonisti, come Frank Zappa, Run DMC, i Rage Against The Machine, Manu Chao, Public Enemy. Sono riusciti anche a smontare il loro percorso e ha cambiarlo in maniera decisa.

Ora che sono passati … quanto è pesato sulla tua carriera Supercafone?
Mah è un po’ un cane che si morde la coda, mi ha fatto conoscere a tante persone che ovviamente ignoravamo la mia musica, però in tanti non sono andati oltre quel pezzo e non ne hanno neanche capito l’ironia. Devo dire che il tutto mi è stato di grande stimolo, però, in questi anni: ho proprio voluto dire, vedete un po’ quello che posso fare in realtà! Penso di aver fatto molto dagli anni ’90 in poi e che si veda.

Hai nostalgia degli anni ’90?
No, per niente! Ho grande affetto nei confronti di quegli anni però non mi mancano per niente e sai perché? Quando usciva una mia intervista e magari veniva travisato il mio pensiero non avevo nessuna possibilità per scriverlo da qualche parte, mentre ora non è così… per fortuna. Se c’è qualcosa che non va posso comunicarlo a tutti in mille modi. E poi non ho nostalgia mai di niente, tanto meno per gli anni ’90. Ho nostalgia solo per quello che non potrò vivere: gli anni ’70 li posso recuperare in qualche modo, il 2090 non lo vedrò mai.

Leggi anche