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I Verdena vogliono essere pop

A pochi giorni dall’uscita di “Endkadenz Vol. II”, e nel bel mezzo di un tour che va avanti dallo scorso inverno, abbiamo portato gli ombrosi Verdena su un set a giocare come rockstar vanitose. E gli è piaciuto un sacco

Roberta, Alberto, Luca. Total look: GUCCI. Foto di Fabio Leidi

Roberta, Alberto, Luca. Total look: GUCCI. Foto di Fabio Leidi

Avevano ragione loro, Luca, Alberto e Roberta. 40 minuti di musica in più rispetto al disco precedente (che era un doppio) e la dimostrazione che puoi fare le cose come ti pare, se sei convinto e sai come si fa. I Verdena hanno trovato il loro suono e la libertà, fanno dischi per loro stessi e si ritrovano con un pubblico fedele e una reputazione inattaccabile, graffiante e decisa come le loro canzoni.

Dopo Wow del 2011 (27 canzoni e un grande successo, nonostante il panico discografico iniziale), i Verdena hanno replicato, impassibili, con due album da 13 canzoni l’uno, Endkadenz Vol.1 e Vol.2, che hanno fatto uscire a distanza di qualche mese, solo perché così gli hanno chiesto di fare: «Ma per noi è tutto insieme: è Endkadenz. L’unica differenza è che adesso devo imparare i testi del secondo per suonarlo dal vivo», dice Alberto.

«Un po’ come i Guns N’Roses con Use Your Illusion I e II. A modo nostro, però», precisa Roberta. «Da ottobre metteremo in scaletta tutto il Vol. 2, dall’inizio alla fine. Sarà avventuroso», aggiunge Luca, che di solito se ne sta muto, ma stavolta ha fatto un’eccezione. «I singoli? Non lo so, non ci interessano». «Più che altro, li abbiamo sempre sbagliati», aggiunge Alberto.

Luca. Total look: PRADA (occhiali da sole e scarpe vintage)

Luca. Total look: PRADA (occhiali da sole e scarpe vintage)

Questi sono i Verdena, sospesi tra l’ironia e il disincanto di chi non pensa ad altro che alla musica e la visione precisa di una band che sa dove vuole stare, poche parole, ma definitive. Anche in uno studio fotografico, dove si mettono bei vestiti, giocano alle rockstar, si divertono e commentano gli scatti così: «Bella questa, sembro Ozzy». «Ozzy è un tipo strano e ci piace per quello», spiega Luca, che su Endkadenz Vol.2 ha dedicato proprio al principe delle tenebre il pezzo strumentale Natale con Ozzy, «mi fa pensare a un delirio non positivo, a qualcosa di un po’ depravato».

In questa foto sembro Ozzy

Ha usato un loop di batteria elettronica: «Mi sono stancato delle batterie pesanti, in futuro vorrei fare cose più bizzarre» .Anche elettroniche? «No, l’elettronica è complicata, se succede qualcosa sei fottuto. La batteria è essenziale, aggiusti una vite e sei a posto», taglia corto.

Ai Verdena piace il rock. Roberta si è fatta accompagnare a Milano da un nipote adolescente appassionato di rap: «Ma se ti metti a fare il rapper non ti parlo più», gli dice. Endkadenz Vol. 2 è il loro suono («Anche se non è ancora quello che mi piace», dice Alberto, «arriverà con il prossimo disco, spero»): spirito sognante e distorsione, chitarra al centro, claustrofobia e aria, come se a ogni pezzo aprissero la porta del loro studio, il Pollaio in cui suonano da quando sono ragazzini, ormai saturo di strumenti e cose, e uscissero fuori a respirare tra i boschi delle montagne di casa loro, sopra Bergamo.

Ogni disco inizia e finisce
è un percorso

«Quando entriamo nel Pollaio, non sentiamo il peso delle cose. C’è lo stesso odore di quando abbiamo iniziato. È una nuvola in cui non esistono i problemi. Ogni disco inizia e finisce, è un percorso». Dopo quattro anni chiusi là dentro, i Verdena si sono ritrovati con una marea di idee, raccolte in 12 cd da 30 pezzi l’uno. Un vortice da cui è difficile uscire, soprattutto se hai un’ossessione che ti spinge a cercare la perfezione. «A quel punto cominciano i problemi», ride Alberto. Perché, dopo due anni senza tour, i soldi finiscono in fretta.

Roberta. Abito in crêpe di seta: PHILOSOPHY di LORENZO SERAFINI

Roberta. Abito in crêpe di seta: PHILOSOPHY di LORENZO SERAFINI

 

Roberta nel frattempo ha fatto la cameriera in un pub, «a spillare birre, grande esperienza», Alberto e Luca si sono immersi in un universo di sovraincisioni, voci distorte («composte usando dei pedalini che mi hanno regalato dei ragazzi di Roma. Poi non puoi tornare indietro e fare le cose pulite»), sperimentazioni e suoni feroci.

Hanno provato tutti i pezzi, uno a uno, alla fine hanno scelto quelli che venivano fuori in modo più naturale: «Non è necessario il ritornello, neanche la strofa, forse niente è davvero necessario», dice Alberto. «Abbiamo preso questa strada, che non è assolutamente pop, anche se noi vogliamo essere pop. Cerchiamo di fare la melodia più bella in assoluto».

Il risultato, appunto, sono le 26 canzoni di Endkadenz: «E, per la prima volta, ho sentito dire ad Alberto che ce n’è una che va bene», ride Roberta. «È vero. È Waltz del Bounty» ammette lui: «Una su 26 è una buona media». Quindi sei riuscito a trovare l’equilibrio? Risposta secca: «No. Potrei andare avanti in eterno».

Alberto. Total look: PRADA (cappello e scarpe vintage)

Alberto. Total look: PRADA (cappello e scarpe vintage)

 

Il successo nel mondo dei Verdena è un’altra cosa: «L’obiettivo è la qualità. Se poi quello che facciamo piace a tutti e diventiamo grandissimi, ben venga. Per ora non passiamo in radio, ma non ce ne frega molto». Il desiderio, semmai, è fare concerti all’estero, magari a Berlino. Roberta è appena stata là: «Endkadenz potrebbe essere l’album giusto da portare in giro in Europa». Almeno non sarà necessario tornare a fare la cameriera: «Non è mica detto», ride, «ma anche fosse non c’è problema».

Endkadenz potrebbe essere l’album giusto da portare in giro in Europa

Il punto è che con questo talento, la dedizione e la cura maniacale delle melodie e delle atmosfere, un giorno ai Verdena potrebbe capitare di scrivere il singolo perfetto, quello che ti proietta in un’altra dimensione.

E allora, che si fa? La risposta è nelle parole di Luca, quello che parla poco, ma ha un’ironia tagliente e distorta, come Ozzy: «Noi ci proviamo sempre a fare il pezzo dell’anno, solo che non ci riusciamo mai. Abbiamo qualcosa di corrotto dentro che ce lo impedisce».

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
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