Vegas Jones: «La carriera nel rap prima o poi finisce per tutti, inutile comprarsi 3000 scarpe, bisogna saper investire» | Rolling Stone Italia
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Vegas Jones: «La carriera nel rap prima o poi finisce per tutti, inutile comprarsi 3000 scarpe, bisogna saper investire»

Il rapper di Cinisello torna con un nuovo album, ‘Jones’, in uscita venerdì e pensa al futuro: «Non puoi far rap a 60 anni, quindi ho smesso con le spese stupide. Questo ambiente logora e io voglio arrivare alla vecchiaia rilassato»

Vegas Jones: «La carriera nel rap prima o poi finisce per tutti, inutile comprarsi 3000 scarpe, bisogna saper investire»

Vegas Jones

Foto: press

Non un album, ma un mixtape: Vegas Jones vuole presentare la sua nuova release Jones così. Scelta bizzarra, considerato invece quanto l’album sia curato, ben confezionato ed anche molto ben lavorato sui testi: non un divertissement da battaglia e da strada come di regola sono i mixtape insomma, ma un prodotto fatto e finito stando attento a mille particolari. Come dice lui stesso, a fine chiacchierata: «In Jones, ogni singola parola che dico al microfono è fondamentale. In passato non era così». In effetti, il rap si è fatto meno serrato e acrobatico ma più incisivo ed essenziale, pur senza perdere nulla in tecnica (sì, Vegas Jones è uno di quelli ipertecnici: e della grande wave degli ultimi anni non sono in tantissimi). Ma in quasi un’ora di intervista, si sono toccati molti temi. Il ragazzo ha voglia di parlare. E di raccontare il come e il perché per lui sia iniziata una nuova fase della propria carriera e, forse, anche della propria vita.

Insomma: strano definire questa release come mixtape, no?
Ti è piaciuto, il disco? Come l’hai trovato?

Mi è piaciuto sì. Trovo sia piuttosto maturo. E, per vari motivi, penso sia un nitido salto in avanti rispetto ad altre cose che hai fatto uscire in passato.
Grazie mille. Mi fa piacere tu lo dica. Ci tengo, a questo disco.

Ma se ci tieni e se effettivamente anche per te vuole essere un salto di qualità, perché diavolo la hai chiamato mixtape e non album?
Pensa che in origine il titolo era addirittura Jones Mixtape, invece che solo Jones

Andiamo bene.
Vero: ha tutta l’aria di essere un vero e proprio album. Riascoltandolo questa cosa è chiara. E direi che lo è, effettivamente lo è. Ma ho scelto apposta di non chiamarlo album per dei motivi ben precisi. Il primo, è che è stato fatto in pochissimo tempo: due, tre mesi, non di più. E questo dopo che erano almeno quattro anni che non facevo uscire qualcosa di sostanzioso – vabbé, c’era Giro veloce che è un EP ma anche quello ormai ha tre anni – ma ecco, tutto il materiale accumulato negli anni alla fine non l’ho quasi usato.

Era tanto?
Quasi un centinaio di tracce.

Tantissimo. Ma perché hai buttato a mare tutta questa abbondanza?
Perché a ottobre, novembre ho iniziato a lavorare con un nuovo team. Ho tenuto due o tre cose fatte in precedenza, ma per il resto è tutta roba fresca. Avevo bisogno di ritrovare il mio focus. Prima mi ero speso tantissimo, avevo appunto creato tantissimi pezzi, però devo dire che sentivo che non mi corrispondevano al 100%. Era materiale buono, eh, non è che non fossi ispirato: tant’è che a un certo punto mi sono messo anche io a offrire rime per gli altri, a fare insomma l’autore conto terzi, mi sono aperto a questa cosa qua visto che la produzione di rime non mi mancava. Ma ad un certo punto c’è stato il cambiamento che ti dicevo, e c’era proprio bisogno di un taglio netto per quanto riguarda le cose mie, quelle dove mi espongo in prima persona. L’ho chiamato poi mixtape e non album prima di tutto perché è un lavoro 100% hip hop. Niente cassa dritta, niente afro-reggaeton, niente di niente. Nessuna commistione di vari generi musicali. O meglio, la commistione c’è: ma è tutta all’interno del suono hip hop. Abbiamo infatti attraversato stili diversi: c’è quello di Toronto, quello del Michigan, quello di Atlanta… E poi, Jones mi piace considerarlo un mixtape per un altro motivo ancora.

Quale?
Perché come ti dicevo, per me è un ricominciare. In questi giorni ho la fotta dell’emergente, di quello che si deve far conoscere. Di quello che appunto inizia con i mixtape.

Ma emergente non sei.
Però voglio fare un disco di cui essere orgoglioso anche se me lo ascolto tra dieci anni, e che sia fedele alle mie radici hip hop – per quanto ovviamente in evoluzione e con la consapevolezza che ho accumulato negli anni. Sia chiaro, ho anche altre cose in cantiere che avranno contaminazioni con altri generi musicali, arriveranno; ma penso che in questo momento sia i miei fan che io per primo avessimo bisogno di un prodotto di questo tipo.

A questo punto te lo devo chiedere: cosa c’era di così sbagliato prima, se ora ti sei ritrovato a ricominciare da zero e con così tanto entusiasmo?
Principalmente le persone che stavano attorno a me. Non tutte, ovviamente. Ma mi è successo esattamente quello che è successo a tanti artisti della mia generazione: i cambi di management, il finire in situazioni in cui realtà non volevi finire e non ti trovavi del tutto a tuo agio, queste cose qua. Tante volte sentivo di dover portare un peso che non era mio, e combattere delle battaglie che in realtà non avevo voglia di combattere. È che non è facile interfacciarsi con questo mondo dell’industria musicale. Soprattutto quando hai 22, 23 anni. Ti fai notare, il pubblico inizia a regalarti affetto ed emozioni, tu fai del tuo meglio per restituire tutto questo; ma se da un lato è vero che la musica la fai prima di tutto per te stesso è anche vero che attorno inizi ad avere tutta una serie di persone che si aspettano qualcosa da te. Ecco, il consiglio migliore che posso dare è: cercate sempre di circondarvi di persone che credono in quello che fate, che credono nel viaggio che vi fate. Perché alla fine, il viaggio è il tuo. E non può non esserlo: perché ciascuno ha il proprio. Altrimenti saremmo tutti uguali e invece no, non lo siamo. Io mi sono preso delle gran inculate, ma fortunatamente ho investito molto bene i miei soldi, e infatti sotto quel punto di vista sono tranquillo, ma ti posso dire che è la prima volta che sono stato così sereno nel percorso che porta all’uscita di un disco.

Ah sì?
Me l’hanno detto in tanti, fra quelli che mi conoscono bene. Prima non era mai stato così semplice e naturale, non ero mai stato così sereno. E questo per via delle persone che mi circondavano.

Ti avevano portato a fare delle scelte artisticamente sbagliate?
No. Quello no. Quello mai. Perché io sono minuzioso allo sfinimento, e ho sempre avuto il pieno controllo su quello che facevo. E in generale, tutto quanto fatto col vecchio team mi piaceva, era materiale di qualità, te lo dicevo già prima. Il problema è stato un altro.

Quale?
La sinergia. Il rapporto personale. Perché ad un certo punto succede che vieni a scoprire delle cose che non sono tanto piacevoli… Ne parlo proprio, in Jones. Ma non ne parlo lamentandomi. Per me lamentarsi è una perdita di tempo. Quando scrivo cerco sempre di essere positivo: così la gente sa che si possono trovare i lati belli anche nelle situazioni più difficili.

Vegas Jones - Il mio dawg (Lyrics video)

Ma la nostalgia può essere positiva? Perché in Cry Me a River a un certo punto dici di aver nostalgia della piazza, del ritrovarsi insomma tutti insieme…
Una volta stavamo sempre in piazza, tutti insieme, fissi, ogni giorno, sulle panchine, al parchetto… Oggi? Adesso quando esco e provo a sentire i miei amici per beccarsi c’è chi è al lavoro, chi ha vari sbattimenti, chi sta penando per la propria relazione. E poi le discussioni sulla società, anche quelle sono diventate un problema: nel momento in cui cresci finisci coll’avere meno pazienza, e ti schieri parecchio.

Questo è interessante.
E non parlo di schieramento politico, attenzione, perché hanno fatto di tutto per far disinteressare la nostra generazione alla politica. È più il fatto che ciascuno pensa alla sua vita, al suo culo, a quello che gli conviene. Quindi sì, la «nostalgia per la piazza» è nostalgia verso tempi e mondi che non ci sono più. Ma sono tempi e mondi che ci hanno formato, che ci hanno reso quello che siamo. Impossibile dimenticarsene, impossibile quindi non provarne comunque nostalgia.

Ma vorresti tornassero, questi tempi e questo mondi?
No. È pura, semplice nostalgia. Punto. Non vorrei mai tornare alla vita prima. Mai. Prendo la nostalgia giusto come un sentimento costruttivo: un modo per capire quanta strada hai fatto.

Una traccia che mi è piaciuta è 500 bianca. Cazzona, sì, ma in realtà tecnicamente fatta benissimo e poi in fondo anche il personaggio della canzone non è, come dire, un personaggio standard. A partire dal fatto che è una donna.
Esistono cinque versioni di quella traccia lì. È dal 2019 che gira, che mi capita di farla dal vivo… E a furia di continuare a farla in giro, beh, ho capito che funziona, che la gente ci si riconosce. Del resto anche la mia ragazza guida una 500 bianca.

Ti faccio una domanda che sembra una battuta, ma in realtà è serissima: la Fiat ti ha pagato per citare la 500 in un pezzo?
No, assolutamente. Tant’è che ad un certo punto cito anche un’altra marca, e si capisce lì un po’ da che parte sto… (risate, nda).

Te l’ho chiesto perché ormai questa cosa dei rapper che citano marchi nelle loro canzoni e in generale collaborano coi brand è diventata una industria. Una catena di montaggio. Perché quando lo facevano i Run-DMC per la prima volta, con Adidas, era una genialata, ma ora…
Ora siamo arrivati all’esagerazione, vero. Ok: ora mi vedi con una t-shirt con un marchio famoso ben visibile.

In effetti.
Ma ti posso assicurare che mi sono messo addosso la prima maglietta che ho visto nell’armadio. E sempre nel mio armadio, la maggioranza oggi sono t-shirt no logo e monocolore. Ci sono passato, dall’era delle marche, del consumismo estremo. Non lo nego. 2018, 2019: andavi in Via Montenapoleone e spendevi, spendevi una quantità senza senso di soldi. Ma ultimamente ho capito che è molto meglio concentrarsi su investimenti di altro tipo: investimenti che ti garantiscono un futuro. Perché prima o poi questa cosa del rap finirà, almeno per me. È vero che se compri 1000 magliette, 2000 pantaloni, 3000 scarpe poi ti può servire per scaricare dal fisco, ok, ma in realtà stai buttando via i tuoi soldi. Non stai costruendo niente per il tuo futuro. Questa è la verità.

In quanti stanno iniziando a capirla questa verità?
Soprattutto delle nuove generazioni, tanti. Sì: sono più svegli di noi. Anche i ragazzi immigrati di seconda generazione: perché va bene il riscatto sociale tramite i simboli, ok, ma hanno capito che il messaggio in questo momento è più importante. Sono epoche che girano, sai. Alla fine è sempre così. Magari la prossima generazione tornerà invece con i marchi, le collane, che è quello con cui ci siamo fatti largo noi. Io almeno a un certo punto sono stato guidato bene e ho capito che c’era ben di più. Ci sono persone che mi hanno salvato il culo, e ce ne sono invece che mi hanno messo in difficoltà. Ho tenuto solo le prime. Che sono quelle che mi stanno facendo fare delle buone scelte, tra cui quelle che riguardano il denaro. Perché noi del rap siamo come i calciatori: non potremo continuare a fare questa roba qua anche quando avremo 60 anni. Pensione? Non parliamone: facile che non ce l’avremo e basta. In più è il nostro è un ambiente che consuma, che logora, e io voglio arrivare alla vecchiaia con la capacità e la possibilità di vivere in maniera rilassata. Quindi: avere chiaro il punto della situazione, già ora. E basta spese stupide.

Ma quanto continua a piacerti, il rap game?
Mi piace molto più adesso che cinque fa, a dire il vero.

Ah, ok.
Non rimpiango nulla di quello che ho fatto e detto in passato, attenzione, ma sicuramente sono stato indottrinato verso un certo tipo di chiusura. Attitudine che io di mio non avrei, perché io sono una persona socievole, aperta. E poi, diciamolo: i contatti sono importanti. Lo sai pure tu: puoi essere bravo quanto vuoi, ma se non sei in grado di entrare in determinati circoli e non sai muoverti nella maniera migliore risulta sempre molto difficile arrivare all’obiettivo. Non impossibile, sia chiaro; ma molto più difficile sì. A me a lungo avevano detto «È tutta una merda» o «Quell’artista è uno stronzo»: poi però quando ho iniziato a seguire e indagare le cose secondo il mio istinto, ho scoperto che le cose non stavano esattamente così. In questo ambiente ci siamo dentro tutti, non esiste nessuna cupola che comanda su tutto. Siamo delle persone umane, che arrivano spesso da un background condiviso di un certo tipo e ci troviamo a che fare con un mondo iperconsumista: un mondo che oggi ci sei, domani chissà. Ci sono tanti modi di affrontare tutto questo. C’è chi diventa stronzo, chi se la mena, chi resta umile. Ognuno reagisce a suo modo. Ma questo lo capisci solo se ti poni in modo aperto, e se parti dal presupposto che non possiamo essere tutti uguali: è in questo modo che capisci meglio le cose.

Durante il Covid ho avuto a che fare con persone più grandi di me, imprenditori che mi hanno spiegato come si sta al mondo a livello di business, fuori dal contesto della musica. Mi è servito moltissimo. Ho capito molto meglio cosa significa realmente il mondo del lavoro; e poi ho capito pure che la musica, in fondo, è un mondo del lavoro anch’esso, alla fin fine, devi prenderlo come tale. Certo, è un mondo bastardo, complicato; ma non è che altri settori siano meno bastardi e complicati. La vera complicazione che c’è nel nostro ambiente e nelle sue dinamiche è la fama: ed è un casino, perché la fama è davvero qualcosa che ti dà al cervello. Quello che mi ha fatto scattare qualcosa è quando ho capito quanto male fa la fama se va sopra i soldi. E nel nostro ambiente, questo succede troppo spesso.

Vero.
Sia come sia, ora la nostra scena e la nostra industria si sta riempiendo di soldi come mai prima. Chi ha seminato meglio, invece di perdere il tempo in cazzate, è quello che raccoglierà di più.

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