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Vasco Brondi spegne Le Luci

Non ha alcun piano Vasco Brondi, che chiude dopo 10 anni Le luci della Centrale Elettrica. Ora un ultimo tour nei teatri, lo yoga e i viaggi in posti dove non c’è Internet. E poi chissà.

Vasco Brondi

«Vivo in un appartamento vicino a un centro commerciale su cui svetta la gigantesca scritta Coop, come quella di una delle canzoni più iconiche delle Luci della centrale elettrica, che fa “i CCCP non ci sono più da un bel po’”. Mi ci sono trasferito poco prima che Vasco Brondi annunciasse la fine del suo progetto artistico, durante i festeggiamenti del decennale. A proposito di appartamenti, ce n’era un altro in cui uno dei miei vicini suonava tutto il santo giorno quelle canzoni, senza risparmiarsi sulle parti più strillate. Era diventata una specie di tortura. È la prima cosa che mi viene in mente: come se l’è cavata agli inizi, con il vicinato e tutti quegli strilli? «Vivevo in una stanza a Ferrara, le parole le immaginavo o comunque non le urlavo a squarciagola. Ora che ci penso, delle ragazze che vivevano sul mio pianerottolo mi dissero che quando vennero a vedere la casa prima di affittarla, già dalla strada mi sentirono che suonavo, quindi forse non ero proprio così discreto».

Era più di un decennio fa, ai tempi di Myspace, del lavoro al bar. «Non lo dico con autocompiacimento, registrammo quel demo in un giorno, e sentivo che c’era qualcosa che avrebbe funzionato. In realtà per qualche mese non successe assolutamente niente, finché Umberto Maria Giardini (vero nome di Moltheni, ndr) non mi chiese di aprirgli i concerti». Oggi sembra assurdo ripensare con nostalgia all’era dei blog e del download selvaggio su eMule, portale in cui entrarono in circolo gli MP3 del suo esordio, che per molti arrivò come una manna grezza e potente dal cielo. «Una volta suonai prima degli Zen Circus e c’era anche Giorgio Canali, che con le sue solite esagerazioni mi disse “è la cosa più figa che ho visto negli ultimi dieci anni”. In realtà gli avevo già dato il demo quando venne al bar dove lavoravo, ma lui mi disse di aver pensato “uno che fa da bere così male, non può fare musica decente”. In effetti ero davvero negato come barista».

Per chi ha lasciato un pezzo di adolescenza negli “Anni Zero” è impossibile non ripensare a quel periodo come un momento di disagio e vuoto generazionale, iniziato col G8 di Genova – che si percepì più come una fine –, l’11 settembre e le guerre in Medio Oriente, poi la crisi economica, la disoccupazione, un movimento giovanile debole se non pressoché inesistente. Le luci della centrale elettrica, fin a partire dal nome, arrivarono come una forza collettivizzante, mentre parecchi facevano l’università e alcuni si impiccavano in garage. A riascoltarlo oggi, un pezzo come “Fare i camerieri” sembra l’inno di una nuova Internazionale del Lavoro. Dentro c’erano call center, lavori interinali, precari, sindacati, e tutti i sentimenti che crescevano tra gli ecomostri e i cambiamenti climatici, narrati con un’attitudine che è complicato riportare se non si è vissuto in quegli anni. «È molto difficile per me ripercorrere quel periodo: non ho mai capito quanto fosse solo una mia percezione intima e quanto il contesto reale, però ho un ricordo abbastanza buio. Anche se mi sono successe cose bellissime». Si trattava di una specie di rassegnazione dentro la quale era possibile una cronaca romantica, in un certo senso si poteva percepire una speranza nel futuro, ci stavamo solo prendendo una piccola pausa. È stato un grosso errore. «Rimango molto perplesso quando sento canzoni che non hanno dentro neanche un minimo della realtà circostante. I miei pezzi avevano le radici nei ’90 e nel Novecento; neanche negli Anni Zero era cool parlare di metalmeccanici, però oggi c’è un’estetica “del carino” per cui il massimo che puoi dire è “la birra, la canna, la tipa”, e probabilmente è il risultato degli ultimi vent’anni di cultura fatta di intrattenimento».

Forse è solo una percezione distorta della mia adolescenza, ma se ripenso a quel periodo, involontariamente, me lo immagino tipo Blade Runner, con una pioggia acida costante, un’epoca di sconfitte, dove hanno radici tutti i mali orribili di questa contemporaneità. Brondi, invece, è molto più fiducioso di me: «Non sono una persona che vive la realtà facendosi accecare dai problemi, perché questo impedisce di vedere le possibilità che ci sono. In questo momento di semplicismo rabbioso, che tradisce la debolezza, gli atti di gentilezza sono tornati ad avere un valore fondamentale e non scontato». Prosegue: «Sono contrario alla logica della lamentela, perché la lamentela è sterile e fa sopportare le cose senza cambiarle, spesso implica il rivendicare i propri diritti come se dovessero cadere dall’alto senza pensare alle proprie responsabilità, ai propri doveri. Penso che la realtà sia sempre complessa e difficile da giudicare, ovviamente sono costernato quando ci troviamo davanti a episodi di razzismo e violenza fisica e verbale».

A questo punto viene spontaneo a entrambi aprire il capitolo Internet, «le persone nella vita non sono il loro corrispettivo online. C’è una mancanza di empatia sul Web che contribuisce a dipingere un’Italia peggiore di quello che è, sono convinto che molte delle persone di cui si leggono commenti orribili sarebbero le prime a buttarsi in una casa in fiamme per salvare qualcuno, indipendentemente dal colore della pelle». Mantengo un certo scetticismo al riguardo, ma provo a fidarmi, visto che la Rete è una tematica ricorrente nelle canzoni delle Luci e anche oggetto di studi di Brondi. «Bisognerebbe introdurre nelle scuole l’educazione a Internet. Se vai nella foresta o in mezzo al mare devi sapere come usare la bussola, per me anche nell’uso di Internet è importante conoscere le dinamiche, sapere cosa succede al cervello, che è plastico e quindi cambia in relazione a queste cose. Il rilascio di endorfine causato dalla notifica, il fatto che i social siano sviluppati per creare compulsione, da persone che si sono specializzate in informatica, psicologia applicata ed economia comportamentale, discipline che permettono di sfruttare le debolezze umane per realizzare prodotti legati ai comportamenti compulsivi».

Il percorso di crescita compositiva di Vasco Brondi è andato di pari passo con la generazione che racconta. Nell’ultimo disco, Terra, i protagonisti sono dei trentenni. «Mi sono accorto che sono un ricercatore, attraverso la musica, con i viaggi o con i libri. Che sia De Gregori o il Dalai Lama o Grotowski, io ricerco dei maestri che possano insegnarmi qualcosa. Credo nella forza evolutiva che abbiamo, è questo che mi guida».

È il viaggio, o meglio, il cammino inesorabile verso qualcosa da scoprire: «Sono cresciuto con il mito delle grandi città: appena ho potuto le ho visitate tutte, poi un settembre sono andato in Corsica per caso, e non ero mai stato in un luogo dove la natura fosse così forte, dormivo per terra all’aperto. Da lì qualcosa è cambiato e ho iniziato a viaggiare verso luoghi in cui stare lontano da Internet, dall’asfalto e anche un po’ dalle altre persone. Faccio questi viaggi pensando di scrivere chissà cosa e alla fine non scrivo una riga, ho quasi smesso di portarmi la chitarra, perché tanto poi torno a Ferrara e le canzoni nascono sempre lì». E la meditazione? «Dopo il secondo tour sono stato in viaggio sei mesi tra Stati Uniti ed Europa e ho fatto dei workshop di teatro, in cui molti dei training riguardavano la parte di asana (le varie posizioni, ndr) dello yoga: lì tutti miei pregiudizi sono spariti e ho iniziato a farlo tutti i giorni. E quindi grande fatica, acrobazie di ogni tipo e rientri nel corpo, nel nostro alloggio di fortuna. Senti il corpo che diventa più forte e flessibile e misteriosamente lo diventa anche la mente.
Ho sempre molto pudore a parlarne, non vorrei sembrasse una roba fricchettona new age, però per me è importante e mi fa piacere condividerlo».

Riferisco a Vasco Brondi che fa piacere anche a me se lo condivide, visto che cerco di buttarmi per terra un paio di volte al giorno, mischiando esercizi di ogni tipo per fermare l’ansia. Anche questo credo faccia parte di un racconto generazionale. «Nello specifico pratico la meditazione vipassana theravada che è antichissima. Può non avere una connotazione religiosa, è molto pratica. Si tratta di fermare un attimo la ruota del criceto e la corsa all’espansione senza fine e senza senso. In un periodo come il tour, durante il quale torno a casa una volta in tre mesi, mi concedo un’ora al giorno di questo spazio che è la mia casa ovunque sono, ma non è una roba che risolve i problemi del mondo o che mi rende meno nervoso, fa uscire un po’ più di verità. Semplicemente ci vedo meglio, sto meglio, anche se mi capita di incazzarmi uguale».

Davvero non c’è nessun piano per il futuro? «Non vivo con la paura di rimanere col culo per terra, neanche all’inizio ce l’avevo. Ti dico la verità, il mio unico pensiero è stato questo: “è l’ultimo disco con questo nome, poi in qualche modo mi arrangerò”». In effetti non è così importante pensarci ora; all’ultimo concerto delle Luci al quale assisto, l’Auditorium è pieno di ragazzi che nel 2008 avevano 10 anni, e indossano le Dr Martens come Vasco sul palco. Ho tirato un sospiro di sollievo: fra qualche anno, qualcuno in una canzone strillerà “le Luci della centrale elettrica non ci sono più da un bel po’”.