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Vampire Weekend: «In ogni popolo c’è un sentimento nazionalista che può portare al peggio»

Lo ha capito bene il cantante Ezra Koenig, che nell'ultimo album "Father of the Bride" ha avuto modo di ripercorrere le proprie radici ebraiche e americane. La band sarà a Milano il 9 luglio per l'unica data italiana

Era il maggio 2008 quando i Vampire Weekend suonarono l’ultima volta in Italia. Sono trascorsi undici anni da allora, ma al telefono dagli States Ezra Koenig – leader e anima della band americana – ci tiene a sottolineare che lui verso il nostro Paese prova un interesse viscerale. «Ho amici cresciuti lì, mi ha sempre incuriosito quello che combinavano da quelle parti: la cultura italiana mi affascina». Che è più o meno quello che potrebbe dire qualunque artista impegnato nella promozione di un tour nello Stivale, ma in questo caso la dichiarazione si sposa bene con Bambina, tra le tracce di Father of The Bride, quarto disco (doppio) dei Vampire Weekend uscito poco più di un mese fa.

In questa canzone il 35enne Koenig si prodiga in un italianissimo «ciao ciao bambina», omaggio al classico di Domenico Modugno. «Molti americani conoscono quell’espressione e alle mie orecchie quelle tre parole suonano così bene, hanno un sapore talmente dolce e particolare…», spiega il musicista e songwriter oggi di stanza a Los Angeles. Poi aggiunge: «Durante i concerti che abbiamo fatto finora negli Stati Uniti, però, ho constatato che molti americani dicono “cia cia” invece che “ciao ciao”: non fa proprio lo stesso effetto!».

Non ci sarà questo problema il prossimo 9 luglio al Magnolia di Milano, dove Koenig e i suoi soci Chris Tomson e Chris Baio approderanno per l’unica data italiana legata a Father of The Bride, album di ben 18 pezzi, prevalentemente arioso nel sound, riflessivo nei testi, ambizioso nel suo mescolare innumerevoli influenze per dar vita a un indie pop virato – a seconda – verso il folk, il country, il prog, il jazz, Paul Simon, i Beatles, i Grateful Dead.

Ezra, con questo disco vi confermate amanti dei contrasti: This Life, che porta anche la firma di Mark Ronson, è un brano solare, fa venire voglia di ballare, ma in realtà parla dell’onnipresenza del dolore nelle nostre esistenze. «Baby, I know pain is as natural as the rain», canti.
Nei nostri dischi c’è sempre un contrasto tra musica e parole, tra musica e testi legati a sensazioni negative come la paura e l’ansia. Questa volta ciò che è cambiato è l’approccio alla narrazione: le emozioni che mi hanno ispirato sono molto simili a quelle del passato, la differenza è che la scrittura è diventata più diretta. Ma a parte questo la vita è fatta di sfumature, non si è mai del tutto felici o del tutto tristi.

Eppure siamo nell’epoca dell’ostentazione della felicità a mezzo social, e l’impressione è che spesso dietro ai sorrisi si nascondano altre verità.
Oh, verissimo. I social e Internet sono un aggeggio strano, mi hanno anche costretto ad affrontare una situazione che non mi sarei mai immaginato: non è un segreto che abbia avuto un figlio (Isaiah; ndr), ma m’inquieta un po’ vedere che c’è gente che ne parla. Non so, forse è anche divertente, ma di fatto mentre lavoravo ai nuovi brani non ero ancora padre, invece prima dell’uscita del disco tante persone su Internet non facevano che parlare di quello, di me, della mia compagna…

Rashida Jones, modella, attrice, figlia nientemeno che di Quincy Jones, nonché co-regista di “Quincy”, documentario sulla carriera di suo padre che dopo il debutto su Netflix dello scorso settembre si è aggiudicato un Grammy. Non è normale che tutto ciò desti curiosità?
Ci ho riflettuto parecchio e mi sono reso conto che era qualcosa che mi sarei ritrovato ad affrontare anche nelle interviste. Ma non è tanto il fatto che si parli della mia vita privata, è come se ne parla: ora Ezra Koenig è papà, quindi è felice… È strano sentire gli altri dire che vita fai, come stai. Non mi va di lamentarmi, però, semplicemente è la prima volta che mi sento così esposto. Allo stesso tempo mi ha colpito che tanta gente mi abbia detto che “Father of The Bride” è un disco che denota una maggiore maturità, legando questo giudizio alla paternità. In realtà – ripeto – non sapevo nemmeno che sarei diventato padre quando ho scritto i nuovi pezzi, ma chissà, probabilmente fa tutto parte di un percorso di crescita personale che alla fine mi ha portato lì. Insomma, a 35 anni – quanti ne ho adesso – sei diverso rispetto a quando ne hai poco meno di 30, ossia l’età in cui scrissi i brani di “Modern Vampires of The City”. Il bello dei Vampire Weekend è che siamo cresciuti assieme al nostro pubblico.

In che senso?
Ricevo tanti messaggi da parte di fan che mi dicono che ai tempi del nostro primo album stavano sui banchi di scuola e che quando abbiamo pubblicato il secondo avevano iniziato a lavorare e stavano decidendo cosa fare della loro vita. E così via. Adesso mi scrivono che anche loro sono diventati genitori. È ciò che accade quando nelle canzoni metti la vita. Quando con la musica che fai non cerchi di restare adolescente a tutti i costi.

Relazioni interpersonali a parte, uno dei temi dell’album è l’ecologia, in tal senso l’immagine del nostro pianeta piazzata in copertina è eloquente.
Alcuni brani, così come la scelta dell’artwork, sono nati da ricordi risalenti agli anni Novanta, i tempi della mia adolescenza. Allora i movimenti ambientalisti erano piuttosto attivi, importanti, ma rispetto a quelli di oggi c’era più ottimismo, c’era la convinzione che si potesse andare nella direzione giusta e proteggere il pianeta. Adesso la gente che scende in piazza per la salvaguardia dell’ambiente c’è, ma la sensazione è che sia troppo tardi, ormai. È questa la ragione di quell’immagine di copertina con lo sfondo bianco, graficamente grezza: non volevamo una bella fotografia della Terra, ma qualcosa che evidenziasse la tensione che stiamo vivendo rispetto al futuro di questo mondo. Sotto questo profilo una delle canzoni più significative dell’album è Spring Now.

«But here comes the sun, those toxic old rays», recita il testo. Pensi che la battaglia contro i cambiamenti climatici sia la più importante, oggi, per la tua generazione? Il candidato dei Democratici Bernie Sanders, che hai appoggiato in passato e detto che sosterrai di nuovo in vista delle presidenziali Usa del 2020, l’ha definita una «responsabilità morale».
Sicuramente è la battaglia che riguarda il maggior numero di persone e un pericolo che mette a rischio la vita di tutti, nessuno escluso. Ma non sono certo sia la più importante, penso che in questo periodo storico serva una riflessione seria sul modo in cui le persone interagiscono, sui rapporti interpersonali e sulla competizione che in quei rapporti si insinua di continuo. Per me questo viene prima di tutto.

Dalle relazioni tra individui l’album allarga lo sguardo a quelle tra i popoli, oggi come ieri condizionate dalla religione. Il tema si ritrova in Bambina, il cui protagonista si definisce cristiano, e torna nella vigorosa Sympathy. Mentre nella traccia di chiusura Jerusalem, New York, Berlin parli delle origini ebraiche della tua famiglia: come mai hai avvertito questo bisogno?
L’ebraismo è il mio background, ed è qualcosa che definisce ciò che sono. Sia chiaro, non credo che la nostra identità personale sia legata strettamente al luogo, alla città o al Paese dove siamo nati: non è che tu sei così perché sei italiana e io così perché sono americano. Però penso che il modo in cui viviamo il legame con la nostra nazionalità ci condizioni. Così come ciò che siamo non dipende dai nostri genitori, ma dal tipo di legame che abbiamo instaurato con loro. È una differenza sottile, ma fondamentale. Quindi…



Quindi?
Le mie origini ebraiche non mi definiscono, ma fanno parte della mia identità, e questa consapevolezza mi ha spinto a una riflessione. Far parte di una famiglia ebrea-americana significa avere una grossa quantità di informazioni da assimilare sin dall’infanzia. Fin da quando sei bambino ti vengono raccontate le persecuzioni nei confronti degli ebrei, la storia di Israele, e pian piano inizi a mettere assieme degli elementi della tua, di storia. Poi diventi adulto e leggi, studi, impari e immagazzini sempre di più, e realizzi che di quella storia così complessa esistono narrazioni differenti, ed è a quel punto che ti ritrovi ad affrontare qualcosa di più grande di te. Ecco, tutto questo mi ha formato sotto il profilo intellettuale e mi ha spinto a scrivere un pezzo come Jerusalem, New York, Berlin: quando canto di un «genocidal feeling that beats in every heart» mi riferisco al fatto che in ciascuno di noi, in ogni gruppo di persone, in ogni popolo, c’è un sentimento nazionalista che può portare al peggio, bisogna starci attenti.

Father of The Bride segna un momento significativo per i Vampire Weekend, vista l’uscita di Rostam Batmanglij dalla band, che pure ha messo lo zampino in alcuni brani. In compenso ci sono svariati ospiti, tra cui Danielle Haim delle Haim e Steve Lacy dei The Internet, e si passa da pezzi orecchiabili, immediati, ad altri più sperimentali, come se il disco andasse in due direzioni.
Sono d’accordo, è qualcosa che ho cercato. E sono convinto che scrivere una canzone pop sia un’operazione di pura avanguardia tanto quanto cercare un sound diverso, innovativo.

Ora che hai collaborato con Beyoncé per la sua Hold Up puoi dirlo. Non è che una delle cose che hai fatto nei sei anni trascorsi dal precedente album a oggi: hai anche ideato e sceneggiato la serie animata Neo Yokio per Netflix, oltre a condurre il programma radiofonico Time Crisis su Beats 1. Che effetto ti fa pensare al periodo in cui, dopo la laurea in letteratura inglese alla Columbia University, hai insegnato inglese in una scuola superiore a Brooklyn?
Mi fa venire in mente lo stress che ho provato quando sono uscito dal college. Perché non sapevo bene cosa fare della mia vita e d’un tratto vedevo i miei amici prendere ciascuno la propria strada: chi iniziava a fare questo lavoro, chi quell’altro; molti che si dedicavano a professioni che portavano a grandi guadagni, alla finanza, che è uno sbocco abbastanza classico per chi si laurea in quel tipo di atenei. Ma non faceva per me, mentre insegnare mi sembrava un’attività utile. Ora posso dire che è stato bello, sono rimasto in contatto con diversi studenti. È stato anche faticoso, perché quello dell’insegnante è un mestiere intensissimo e contemporaneamente avevo le prove con la band, le registrazioni, i concerti: per un periodo non ho fatto che correre da una parte all’altra. 

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