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Vagabon, l’informatica solitaria che ha imparato a suonare di nascosto

Nata e cresciuta in Camerun, Laetitia Tamko ha studiato la musica con un DVD e una Fender per bambini. Ora, nel suo studio di Brooklyn, scrive canzoni contemplative che sfuggono ogni classificazione

Vagabon

Foto: Learon Coleman per Rolling Stone USA

Costco vende di tutto, dai pannolini alle bare, una sorta di ciclo della vita racchiuso in un negozio. L’acquisto più importante della vita di Laetitia Tamko è a metà strada tra l’infanzia e l’età adulta: una goffa Fender per dilettanti che ha recuperato quando aveva 17 anni.

«Amo Costco», dice Tamko, che scrive e registra canzoni contemplative con il nome Vagabon, mentre passeggia in una delle sedi del negozio, da qualche parte a Brooklyn, un venerdì sera. Il suo passo è molto più rilassato di quello delle persone che le stanno intorno, affrettate con i loro carrelli pieni di pollo da rosticceria, cesti di mele e bottiglie formato famiglia di olio d’oliva. Nell’aria si respira odore di torta di mele, tutti i suoni sono sovrastati dal pianto dei bambini nei passeggini.

Tamko, 26 anni, cammina allegra nel mare di prodotti, i capelli dello stesso colore della giacca arancione della NASA che indossa. Ha appena pubblicato il suo secondo album, Vagabon, con cui è passata dall’indie rock da cameretta al pop con tinte africane, per poi tornare alla trap e ancora all’indie. In un’intervista per NPR l’ha definito un esercizio di scrittura di musica eclettica. Ha suonato e cantato ogni nota dell’album, alternando la sei corde con ogni possibile plugin disponibile nella libreria di Logic.

Stasera, però, è a caccia dello stesso modello di chitarra che i suoi genitori le comprarono in un Costco della sua città natale, Yonkers, New York. Quello strumento ha contribuito a trasformare un’aspirante musicista in un’artista totalmente autosufficiente, che lavora con i mezzi che ha a disposizione con una precisione incredibile, senza lasciare indietro nemmeno una nota.

«Quando impari a suonare su strumenti di bassa qualità, puoi diventare piuttosto brava», dice sulla scala mobile che porta al secondo piano. È convinta che la piccola Fender che sta cercando sia vicino al gigantesco reparto frigo. «C’era anche un DVD di lezioni davvero utile. Non ho imparato tanto dallo strumento, in realtà, ma è stato tutto merito del DVD. I miei genitori non potevano permettersi di più».

Tamko è nata e cresciuta in Camerun, poi, a 13 anni, la sua famiglia di accademici si è trasferita negli Stati Uniti, così che la madre potesse prendere un diploma in legge. Voleva andare in una scuola di musica, ma i suoi genitori l’hanno indirizzata verso i computer e l’ingegneria. La famiglia ha passato un po’ di tempo nel Bronx, poi si è spostata fuori da New York City, a Yonkers, dove la ragazza ha iniziato a fare musica. Di notte, dopo aver finito i compiti, Tamko si chiudeva nella sua stanza e cercava di imparare le canzoni che sentiva alla radio – Taylor Swift, e tutto quello che funzionava con la chitarra.

Al college studiava ingegneria, e si impratichiva con strumenti di migliore qualità – prima una chitarra Danelectro, e poi una vera Stratocaster. «Quella è la chitarra giusta per me», dice mentre esplora una foresta di scheletri di Halloween e alberi di Natale di plastica. Superata una macchina per il karaoke, racconta com’è diventata Vagabon. La prima canzone che ha scritto con quel nome è Cold Apartment, un brano sobrio che mette in mostra la sua voce ricca e profonda, accompagnata da un arrangiamento caotico di chitarre e batteria; è diventata una delle canzoni più apprezzate di Infinite Worlds, il debutto uscito nel 2017.

«Fare musica significa inseguire qualcosa che mi parla, che è importante, e portarlo a tutti», dice. «Scrivo quello che l’istinto mi grida di scrivere».

Tamko lavora principalmente nella sua camera-studio a Brooklyn. Si sveglia presto al mattino e quando il sole cala si ferma. Per rilassarsi, a volte fa un po’ di calcoli e cura progetti online. È il suo modo per gettarsi alle spalle una giornata di lavoro. Conserva tutto quello che produce. «Non ci sono outtake», dice. «Lavoro a ogni canzone finché non arrivo al punto in cui è finita. Solo così riesco a esplorarne il vero significato. Di solito riesco a portare tutti i brani al punto in cui suonano come dovrebbero. Porto tutto a termine».

Quest’attenzione ai dettagli è evidente ascoltando la sua musica. Ogni canzone sembra ragionata e autosufficiente, dalle riflessioni su come sarebbe vivere nel corpo di un pesce (Sharks, dall’EP del 2014 Persian Garden), fino alle canzoni su razza e identità (Wits About You, dal suo ultimo album). Sono canzoni belle e intelligenti.

Tamko ha costruito il suo suono attraverso la scena DIY di Brooklyn, suonando in posti come il Silent Barn e cercando di capire come portare sul palco il suo progetto solista. «Mi sembrava di vedere il mio potenziale, era l’inizio. Un inizio umile». Presto ha lasciato il suo lavoro da tecnico informatico ed è partita in tour per la promozione di Infinte Worlds. Si sentiva sempre più sicura della sua musica e della sua capacità di esibirsi sul palco. Con il nuovo album, dice di aver trovato il suo posto. «L’ho scritto sentendomi sicura», dice. «L’esordio era figlio di un processo di comprensione dei miei sentimenti. Con questo mi sono presa spazio per me stessa, per scrivere musica su quell’esperienza».

Finalmente, Tamko arriva alla fine del reparto. Nessuna chitarra in vista, ma c’è un ragazzino che gioca con un sintetizzatore. Forse se lo porterà a casa, e lo suonerà ogni notte mentre i genitori dormono. Forse lo lascerà lì.

«Ne vale la pena, perché sei indipendente e hai autonomia nella scrittura della musica», dice Tamko del suo approccio solitario. «Vale la pena fare esattamente quello che vuoi fare. Vale la pena essere fedeli alla propria visione. È lungo e doloroso, e forse non sarà per sempre, ma questo è il mio secondo disco. Sto ancora cercando la mia voce, e credo sia importante non metterla a tacere troppo presto».

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