L’intervista con la compositrice canadese Kara-Lis Coverdale è stata rimandata un paio di volte. Non per un capriccio d’artista, ma per una grande nevicata in Canada che le ha scombinato i piani impedendole di partire per l’Europa, dove è arrivata solo in questi giorni per il nuovo tour. Ci siamo inseguiti, sì, ma nell’effimerità delle mail. I corpi bloccati, il tempo sospeso. A suo modo, una descrizione perfetta per il suono della compositrice: una musica che non forza mai il movimento, lo aspetta. Fatta di rallentamenti, ascolto profondo, spiritualità.
Kara-Lis Coverdale è una pianista e compositrice che ha sempre abitato una zona laterale della musica contemporanea. Non abbastanza ambient per diventare sottofondo, non dogmatica e accademica per restare confinata nei circuiti colti, non eccessivamente elettronica per essere ridotta a una scena. Prima di una pausa discografica lunga nove anni, il suo nome si era fatto conoscere grazie ad album come Aftertouches e Grafts, quest’ultimo esaltato dalla critica come uno dei lavori più radicali e intensi della nuova musica strumentale degli anni Dieci.
Quella improvvisa attenzione, però, è stata piuttosto stressante per la compositrice. Di quel periodo parla apertamente, facendo riferimento a un esaurimento fisico e creativo, a orecchie stanche, a un bisogno radicale di silenzio. «Dopo un lungo periodo di concerti e tournée ho sentito un effetto quasi atomizzante sulla mia visione musicale», racconta. Troppo rumore, troppo spostamento. Il bisogno non era produrre di più, ma fermarsi: «Avevo bisogno di radicarmi in un luogo, di ritrovare una dimensione di quiete nella mia pratica».
In questi anni di silenzio discografico, però, Coverdale non ha mai smesso di comporre. Ha scritto musiche per archi, coro ed ensemble, oltre a colonne sonore per film, documentari e installazioni. Ha sonorizzato anche una saune norvegese e lavorato per delle librerie sonore per terapie psichedeliche: «Ho imparato a definire cosa significhi “estremo” nel suono e a riflettere su come certi estremi possano essere dannosi non solo per lo spirito, ma anche per le nostre strutture mentali. Nell’era elettrica e del software questi estremi diventano sempre più pronunciati».
Foto: Norman Wong / courtesy of Inner_Spaces
Nel frattempo ha studiato a fondo l’Harmonices Mundi di Keplero, alla ricerca di un rapporto tra proporzione, materia e cosmo che potesse offrire una nuova grammatica del suono. E ha continuato a suonare l’organo in chiesa: una pratica che l’accompagna fin dagli inizi e che non ha mai abbandonato. «La musica è una pratica profondamente spirituale per me», dice. «È un modo di comunicare con gli altri, ma anche con me stessa. Un modo per connettermi al mondo e all’universo attraverso la fisica, il soprannaturale, l’invisibile. È la più grande espressione umana che conosca».
È in questo tempo di mezzo, alla ricerca del proprio spazio, che Coverdale ha ripensato il suo rapporto con il suono. «Sono da sempre affascinata dalle musiche che sanno ascoltare. Credo che i miei lavori più riusciti riescano a tirare fuori qualcosa dall’ascoltatore tanto quanto offrono. Il silenzio e l’immobilità nel processo di scrittura creano uno spazio in cui si può ascoltare il suono in sé, analizzare la musica in modo oggettivo». Continua: «La quiete e l’uso di strumenti acustici hanno riacceso in me un senso di immediatezza e presenza, di effimerità. Tornare alla natura spoglia di uno strumento solista, completamente non mediato né processato, è ancora oggi una sfida: devo trattenermi dal fare di più. Mi piace questa disciplina della sottrazione, lasciare che lo strumento semplicemente sia, nella sua forma più essenziale».
Il silenzio discografico è stato rotto dalla pubblicazione di tre album in un solo anno. Un gesto netto. Lavori diversi ma complementari, nati dallo stesso lungo periodo di ascolto e sedimentazione. From Where You Came è «epico e avventuroso», A Series of Actions in a Sphere of Forever è «un lavoro per pianoforte solo, costruito su limitazioni modali e su un’attenzione radicale all’ascolto e al decadimento del suono». Changes in Air, invece, è «musica senza fretta, sensibile al clima, pensata per essere vissuta dall’interno».
C’è molto pianoforte in questi album, un ritorno a una relazione più tattile e strumentale con la musica, un altro modo — stavolta sonoro — di radicarsi. «Con il pianoforte c’è un’immediatezza, una naturalezza che nasce dal tempo che abbiamo passato insieme. In questo momento sto apprezzando molto la fisicità degli strumenti acustici, il loro aspetto incarnato. Sta diventando quasi un privilegio poter esistere nel mondo reale». Perché, come afferma con semplicità: «Il suono è vita».
Negli ultimi mesi si è registrato un rinnovato interesse per la musica classica anche al di fuori dei suoi contesti tradizionali, grazie soprattutto a un lavoro inaspettato come Lux di Rosalía. «Per me “classica” indica soprattutto una profondità di comprensione e di formazione: un impegno allo studio che dura tutta la vita. Rosalía è una studentessa della musica in senso ampio, ma anche profondo. Di recente ho letto una sua dichiarazione in cui diceva che per lei è fondamentale che la sua musica raggiunga un pubblico vasto, altrimenti la vivrebbe come un fallimento. Non so se definirei quello un fallimento, ma capisco e condivido il desiderio di comunicare in modo ampio: crea una comprensione comune. È qualcosa di bellissimo riuscire a creare un momento in cui tante persone possano vivere insieme un’esperienza significativa. Affidarsi all’amore è il modo migliore per farlo».
Lasciata alle spalle la storica nevicata, Coverdale è arrivata in Italia per esibirsi ieri a Pordenone. Replicherà lunedì 31 gennaio all’interno della rassegna Inner_Spaces all’Auditorium San Fedele di Milano, là dove ambient, elettronica sperimentale e musica sacra sono di casa. Ovvero tutto ciò che fa parte del suo repertorio e della sua traiettoria, che per l’occasione prenderà forma in un live focalizzato sulla prima delle tre uscite del 2025, From Where You Came.
Sarà l’occasione per rivederla dal vivo e assaporare, nei silenzi e nella materia, la sua idea di suono: «Ogni oggetto ha una voce. L’armonia è intrinseca alla materia, alla proporzione, alla forma. Anche gli esseri viventi come gli alberi hanno una voce, ma bisogna allenare le orecchie e l’anima per ascoltarla. Se ci apriamo a considerare la musica come un’espressione dei sensi, il mondo intero prende vita nella musica».
