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Un’altra trap è possibile: ascoltate i Tauro Boys

Alla sboronaggine preferiscono l’ironia, ricordano più i Brockhampton che i Migos, ribaltano i preconcetti sul genere. «Non recitiamo una parte, non ci identifichiamo con una scena»

I Tauro Boys

Foto: Simone Biavati

I Tauro Boys non c’entrano nulla con lo stereotipo del trapper che certi media vorrebbero diffondere e imporre come modello unico. Anzi, in sé hanno qualcosa di irresistibilmente hippy: il nome, che ricorda più l’era dell’Acquario che quella della lean (il celeberrimo bibitone viola reso famoso da molti brani), le facce pulite da liceali romani, le foto ufficiali che tendenzialmente esprimono più serenità che disagio. Sono anche persone colte, educate e piene di interessi, il che non guasta mai. Il loro è uno sguardo più intimista/ironico e meno sborone rispetto a quello di tanti altri loro colleghi: se dovessimo fare un paragone con l’America, ricordano più crew come i Brokhampton o gli Odd Future che i Migos o Chief Keef, per intenderci. Tanto che (anche) per loro è stato coniato il termine post trap, come se fossero già a un livello successivo di questo gigantesco videogame che è ormai il rap italiano.

Classe 1996, romani, attivi dal 2017, attualmente sono un trio (Maximilian, Yang Pava e Prince), ma in passato del loro gruppo facevano parte anche altri giovani artisti, tra cui Tutti Fenomeni. Si sono conosciuti a scuola, e da allora li lega un’amicizia che è sfociata in una collaborazione musicale che partendo dalla trap li ha portati a creare uno stile tutto loro. Il famoso nuovo pop che pesca da tutto per non assomigliare a niente. «Beh, già partivamo come un misto tra trap e indie pop, quindi certo, perché no, siamo il nuovo pop», conferma Maximilian. «La musica, però, ormai si evolve a tale velocità che ormai non ha più senso classificare per generi». Anche Yang Pava non crede tanto nelle etichette: «Non abbiamo mai voluto identificarci con una scena, fin dai primi singoli. Abbiamo puntato a creare qualcosa che fosse solo nostro». Una cosa è certa: l’amore per le rime e i testi «emotivi, che raccontano le nostre esperienze filtrate attraverso il nostro gusto musicale personale» è sempre stato presente nella loro poetica. «A noi piacciono le parole, e il rap lo facciamo da prima che fosse popolare e di moda», racconta Prince. «Ecco perché alcune barre restano così incisive e diverse dalla trap che senti in giro».

Dopo il primo album ufficiale Alpha Centauri del 2019, i Tauro Boys hanno scelto di tornare a chiudere con il terzo capitolo la saga che li aveva lanciati. È uscito ieri il Tauro Tape 3, un lavoro che a tratti suona un po’ malinconico e riflessivo e mette più in ombra il carattere solare e orecchiabile della loro musica. «Un po’ malinconici lo siamo sempre stati, anche in molte delle nostre cose precedenti», precisa Maximilian. «Sicuramente, però, ha influito il fatto che alcune tracce sono state scritte in pieno lockdown». In quel periodo sono stati forzatamente separati, ma «appena abbiamo potuto siamo rientrati in studio», dice Yang Pava. «Ci passavamo anche due o tre giorni a settimana, alla fine e abbiamo registrato circa 30 tracce». L’idea è quella di sviluppare e fare uscire con il tempo tutte quelle che non hanno incluso in questo Tauro Tape 3, che colpisce per le metafore incisive e sincere da poesia cruda e postmoderna: “È come una droga buona ma senza il down / un circo gigante, ma senza il clown” dicono ad esempio in Clown. «Sicuramente un sacco di artisti nostri colleghi recitano un personaggio, facendo finta che vada tutto bene», riflette Prince. «Noi, invece, cerchiamo sempre di rappresentarci come persone vere, nel bene e nel male».

A volte è difficile capire esattamente di cosa parlino i Tauro Boys nelle loro canzoni. Loro stessi lo ammettono. «Ce ne sono alcune che hanno un senso compiuto, ma i nostri pezzi, più che un tema, hanno un focus», spiega Prince. «Cominciamo a mettere insieme varie immagini e ci lasciamo trasportare dall’atmosfera. Non ci mettiamo a tavolino a decidere se parlare di questo o di quell’altro». «Esatto, non abbiamo uno schema fisso: è tutto molto naturale, per noi», aggiunge Maximilian. «E poi ci sentiamo molto liberi di declinare i temi in tre modi diversi», dice Yang Pava. Tre spicchi della stessa mela che vanno a comporre un quadro generazionale molto interessante, come in XElisa2, dove insieme ad Ariete rappano “Trust me, baby, Internet non rende felici / quelli non sono tuoi amici”. «È un concetto che portiamo avanti fin dal primo tape», racconta Maximilian. «È una critica al mondo dei social, a quanto venga facilmente frainteso e a quanto facilmente se ne abusi. Ci si ritrova a nutrire e ad accrescere un ego digitale che poi non combacia per niente con il quotidiano». I social li usano anche loro ma, spiega Yang Pava, «cerchiamo di postare in modo diverso. Prendi il nostro modo di fare le stories: raramente stiamo davanti alla camera a parlare, come fanno molti altri. I monologhi preferiamo farli quando incontriamo le persone dal vivo», ride.

Nonostante la loro solarità e la positività del loro approccio, spesso dai loro testi emerge un disagio che in parte è personale e in parte generazionale: versi come “Quanti anni hai e quanti pensi me ne restino”, “Quanto costa la serotonina” o brani come Tossico, una canzone in cui dicono letteralmente “Per molte persone io sono un tossico”, lasciano ampio spazio all’interpretazione, ma è difficile non chiudere gli occhi sulla scelta delle metafore, soprattutto considerando che in questo periodo storico la trap è diventata anche sinonimo di artisti giovanissimi che perdono insensatamente la vita prima ancora di cominciare davvero la loro carriera: gente come XXXTentación, Lil Peep, Juice WRLD, Pop Smoke e tanti altri che hanno portato il celebre Club 27 ad abbassare drasticamente l’età di ingresso, tanto che ora si parla spesso di Club 21 o addirittura di Club 20.

«Sicuramente va fatta una distinzione, perché molti di questi rapper sono morti per violenza altrui, più che autolesionismo: rapine finite male, ad esempio» obbietta Maximilian, riferendosi a XXXTentación e Pop Smoke. Ma ammette che un problema c’è: «In America i significati dei testi vanno presi molto più alla lettera, purtroppo, a differenza dei nostri in cui parliamo di tossici in modo metaforico. Lì davvero i ragazzi si sfondano di psicofarmaci e poi li mischiano con gli oppiacei tagliati con chissà cosa. Magari per ignoranza non si rendono neanche conto di quanto è pericolosa la roba che si stanno facendo».

«Sicuramente la nostra Tossico è una canzone d’amore, e non parla di droga in senso stretto», sottolinea Prince. «Le dipendenze possono essere da tante cose: dall’eroina, da Instagram, da una donna, dal proprio ego. Va tutto contestualizzato, insomma». «Il problema dell’Europa, e dell’Italia, è che c’è un fenomeno di imitazione: i ragazzi vedono i loro rapper americani preferiti atteggiarsi in un certo modo, e vogliono fare la stessa cosa», riflette Yang Pava. «Soprattutto i più piccoli, che sono i più influenzabili. Lo prendono come una moda, il che è ancora più assurdo. Però d’altra parte è sempre stato così: cambiano i periodi, cambiano le droghe, ma non cambia l’emulazione da parte dei fan, fin dagli anni ’70 con la psichedelia». Insomma, come sempre, bisognerebbe ricordare ai detrattori di alcuni generi musicali il famoso proverbio cinese: quando il saggio indica la Luna, lo stolto guarda il dito.

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