«Una visione antica del mondo»: Ferretti e Zamboni di nuovo insieme | Rolling Stone Italia

Ferretti e Zamboni. Foto: Alex Majoli (1), press (2)

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«Una visione antica del mondo»: Ferretti e Zamboni di nuovo insieme

Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni si stanno nuovamente frequentando. Gli ex CCCP e CSI sono apparsi assieme ad alcuni eventi e il 24 ottobre saranno al festival Il Rumore del Lutto. Abitano a un’ora di auto l’uno dall’altro. Siamo andati a trovarli per capire che cosa li unisce dopo tanti anni e se torneranno a fare musica assieme

Le storie delle band sono sempre anche storie di amicizia. Come quella che ancora oggi, nonostante tutto quel che sappiamo, lega Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni. Fu dal loro incontro casuale nella Berlino ancora divisa dal Muro d’inizio anni ’80 che nacquero i CCCP, poi CSI, e che germogliò quella che oggi possiamo considerare una delle più affascinanti avventure della musica italiana.

Da qualche mese i due hanno ricominciato a frequentarsi: a parte essersi visti nel 2014 a Reggio Emilia, ospiti di una mostra curata dalla “benemerita soubrette del popolo” Annarella Giudici, era da circa vent’anni che non accadeva. Invece dallo scorso luglio a oggi li abbiamo visti partecipare in coppia a eventi e programmi radio almeno tre volte, e la cosa si ripeterà la sera del 24 ottobre al Cinema Astra di Parma per il festival Il Rumore del Lutto, quest’anno dedicato al tema “Curami”, chiaro omaggio a uno dei brani più iconici dei CCCP.

Ne abbiamo approfittato per chiedere un’intervista doppia e anche qui la disponibilità è stata immediata. Unica condizione: «vai prima da Giovanni e poi da Massimo e metti insieme tutto». Affare fatto: quella che state per leggere è una sintesi ex post di due lunghe chiacchierate avvenute nello stesso giorno, ma in momenti separati. In una stanza zeppa di libri a casa di Ferretti, in quell’antico borgo montano costruito in pietra che si chiama Cerreto Alpi, nell’Appennino reggiano, dove il nostro è nato e cresciuto e dove è tornato da “reduce”, termine suo. E a casa di Zamboni, una vera e propria azienda agricola immersa in un paesaggio collinare, con annesso B&B, campi coltivati e animali, tra cui un mulo con un nome-manifesto: Patria del Ribelle.

In entrambi i casi si è partiti dalla genesi di Curami, la canzone del 1986. «Erano i primissimi tempi dei CCCP, quando io, Massimo e Umberto Negri stavamo ancora cercando di capire cosa sarebbe stata la band», ricorda Ferretti. «All’epoca vivevamo al Kukuk, la più grande casa occupata in città, un palazzone enorme affacciato sul Muro. Avevamo chiesto ospitalità e ci avevano dato delle stanze, e una mattina trovo Negri e Zamboni giù al bar che suonano con un amplificatorino il riff in crescendo poi diventato l’attacco di Curami. Mi rammentava i Cure, che all’epoca ascoltavo molto, così iniziai a ripetere “cure, cure, cure”». Da lì è affiorato tutto il brano: «Una messa in discussione dell’ideologia del moderno – ossia la quintessenza di un mondo in cui l’idea del farsi da sé spinge a mostrare di non avere bisogno di niente – che con l’arrivo di Fatur e Annarella acquisì una dimensione scenica da teatro/cabaret primitivo: come dimenticare l’Annarella nei panni della crocerossina infame che sul palco correva dall’uno all’altro, misurava la pressione, faceva aprire la bocca a Zamboni mentre suonava la chitarra e infilava le supposte nel culo?».

«La parte tragica è che quando, 11 anni fa, si è trattato di portare Curami sul palco per A cuor contento, il mio tour con gli ex Üstmamò Ezio Bonicelli e Luca Rossi, non riuscivo a farla. Però una sera, benché alle prove non venisse bene, decidemmo di proporla lo stesso in concerto e vedendo il pubblico esplodere capii che non poteva mancare dalla scaletta. Solo dovevo trovare una motivazione per farla rifiorire, così aggiunsi sul finale una strofa dedicata alla nuova Russia che si stava ricostituendo dopo il disastro della perestrojka. Inutile dire che quando è esplosa la guerra in Ucraina ho pensato che non avrei più voluto cantare “a cuor contento” quei versi, né avrei mai voluto farlo a cuor contrito. Ed è stata la fine di un tour durato più di 10 anni».

Foto: Martina Chinca

Molti staranno storcendo il naso, ma Ferretti è questo, prendere o lasciare. «O dici la verità o stai zitto, c’è poco da addolcire. L’onestà intellettuale ha sempre contraddistinto anche i CCCP e CSI, così come l’essere pre-ideologici, e del resto il mio è un pensiero complesso, non univoco. Di certo sono contento di vivere a Cerreto, di essere tornato nella mia casa dove ho tante piccole gratificazioni, ma appena guardo fuori da questa comunità di 40 abitanti…».

Non lo si immagini eremita nel bosco; né lui né Zamboni, che peraltro è sposato, vivono isolati. Anzi, al riguardo pronunciano la stessa identica frase: «È la città il regno della solitudine». In fondo è questa idea che li unisce, insieme all’urgenza di guardare con spirito critico al capitalismo del “produci, consuma, crepa” (Morire, 1986), triade cui oggi Ferretti contrappone, nel nuovo libro di preghiere e riflessioni Óra, la pasoliniana “difendi, conserva, prega”. «Da giovane ho amato alcuni film del Pasolini regista, tra cui La ricotta, e mi affascinava il Pasolini polemista. Perché era tonante, nella sua minutezza scrollava il mondo e ti faceva incazzare, ma lasciandoti dei pensieri. Adesso mi sento più in sintonia con il Pasolini poeta, dal mio punto di vista il più importante del secolo scorso. Nella sua ultima poesia (“Saluto e augurio”, 1975, nda) si rivolgeva a un giovane neofascista con quei due imperativi per me relativi, “difendi” e “conserva”, relativi perché ormai credo che nulla sia più veramente conservabile, e con quello che invece ritengo un imperativo assoluto, perché incentrato su un gesto come il pregare che fa sempre bene e che tende a salvaguardare la parte divina che ogni essere umano, dal più miserevole al più osannato, contiene in sé».

Che Ferretti sia un fervente cattolico è noto, ma è evidente che in queste sue asserzioni si cela un’ode al mistero dell’universo che non è difficile condividere e che al di là dell’aspetto religioso rappresenta un altro punto in comune con Zamboni. «Nella mia famiglia, a differenza che in quella profondamente religiosa di Giovanni, la fede era qualcosa da praticare la domenica, un obbligo che come tutti gli obblighi ho fatto presto a dimenticare», dice l’ex chitarrista dei CCCP/CSI. «Ciononostante intendo perfettamente quanto scritto da Giovanni in Óra: anche mia nonna recitava le orazioni la sera, e poi come si fa a essere materialisti in un luogo come questo? Nella natura c’è una dimensione di mistero che comunque intuisco e su cui non c’è nulla da dire o da indagare: non amo la presunzione di chi pensa di sapere cosa regola il mondo, né credo che le leggi fisiche possano svelarci l’ordine delle cose; preferisco osservare l’universo con lo sguardo degli animali, con accettazione».

L’essere umano non è il centro, né il padrone del mondo, è il nocciolo per entrambi. «Non siamo niente, siamo un pulviscolo», commenta Zamboni. «Non è un caso» sostiene Ferretti «che più di 25 anni fa anche Massimo, che era un cittadino a tutti gli effetti, ha cambiato vita trasferendosi in collina, né lo è che ci stiamo rifrequentando: è venuto a trovarmi ieri e guarda che libro mi ha regalato, Germogli della terra di Knut Hamsun, è perfetto!».

Foto: Diego Cuoghi

Per la cronaca, i due abitano a un’ora di macchina l’uno dall’altro, e se a farli ritrovare è stata una contingenza, la ristampa in questo 2022 del Libretto rozzo dei CCCP e CSI da parte della casa editrice GOG e la loro promessa di rendersi disponibile per almeno una presentazione pubblica, ora in ballo potrebbe esserci altro. Una reunion? La domanda è di rito, la risposta di Ferretti sibillina. «Io e Massimo siamo stati lontani a lungo, ma in passato siamo stati legati oltre misura per anni, vivendo in simbiosi fino al 2000, quando abbiamo litigato. Di recente abbiamo rivisto anche Annarella e Fatur, c’è di mezzo un film su una storia che riguarda anche i CCCP, però no, non ci sarà nessuna reunion. Perché mi sento intristito, percepisco un mondo che va allo scontro da tutte le parti e in questo stato d’animo non posso che accettare che la musica dal vivo non abbia spazio. Ma tanto qualsiasi cosa io dica non cambia nulla, giusto? La vita ti porta sempre a contraddirti».

Che cambiare idea sia un diritto da coltivare è una delle costanti del suo pensiero: “Conforme a chi? Conforme a cosa? Conforme a quale strana posa?”, cantava Ferretti già 35 anni fa. L’impressione, però, è che a tirare dolcemente i fili di questa vicenda sia Zamboni: è lui a spiegare di aver comprato il succitato Germogli della terra all’amico Giovanni perché «è un libro identico a entrambi e dunque un buon punto di contatto. L’autore, il norvegese Hamsun, Nobel per la letteratura nel 1920, è stato bandito per 70 anni per la sua adesione al nazismo. Adesso l’editore sta cercando di spacciare il suo per un testo moderno, antesignano della sostenibilità, ma in realtà è un saggio di un primitivismo totale e penso che Giovanni apprezzerà: ci unisce una visione antica del mondo, quella che ti dice che se non hai energia per accendere due lampadine ne spegni una, non pedali tutto il giorno per tenere accesa anche l’altra».

Quanto a un’eventuale rinascita dei CCCP, Zamboni dichiara: «Una cosa che non so ancora se appartiene a Giovanni, ma sicuramente appartiene a me, è quella di tornare nei luoghi. Sono tornato a Villa Pirondini, dove registrammo Epica Etica Etnica Pathos, l’ultimo disco dei CCCP. Sono tornato in Mongolia, dove nacque quel Tabula rasa elettrificata che ci valse un primo posto in classifica e un successo cui non eravamo preparati. Voglio tornare di nuovo a Mostar, altro pezzo di storia della band, una città colpita dalla guerra in Bosnia che mi ha lasciato una cosa che ho cercato di descrivere nel mio disco del 2008 L’inerme è l’imbattibile, e cioè l’idea di disastro completo in cui tutte le coordinate umane saltano: la solidarietà, ma anche il senso dell’essere uomini e dell’appartenenza, se questa vuol dire armarsi e uccidere uno che magari era tuo vicino di casa fino al giorno prima. E che mi ha portato a considerare la grandissima forza di coloro che sono riusciti a non armarsi, anche a costo di diventare nemici per la propria stessa parte, visto che in guerra la diserzione non è tollerabile per nessuno: 13, 14 anni dopo la fine del conflitto mi sembravano gli unici che avevano conservato una dignità e che non avevano nulla da nascondere».

In tutto ciò l’attaccamento alle radici resta centrale, Zamboni va anche oltre parlando di «pacificarsi con l’idea della mortalità attraverso l’esplorazione delle genealogie». «Sapere che sei portatore di qualcosa, di una cultura che viene da lontanissimo e che ti è stata affidata per un attimo, ma che dovrai lasciare a qualcun altro, è importante. Alla base c’è sempre l’idea di Curami, come per il mio desiderio di tornare nei posti: se un luogo ti ha dato tanto, tornarci ti dà quel senso di appartenenza che in fondo è ciò che tutti cerchiamo nella vita e che è una costante di tutte le cose che ho scritto da solo o con Giovanni. Ogni volta si tratta di chiudere un cerchio, e al momento questo per me potrebbe significare anche solo ritrovarci, io, Giovanni, Fatur, Annarella, ma anche i CSI, ad ascoltare i nostri dischi e goderne tutti insieme, senza pensare a cos’altro si potrebbe o dovrebbe fare. Spero di non lasciare buchi irrisolti, non solo per noi, ma anche per i tanti che hanno guardato alle nostre storie personali: ricapitolare, guardarsi indietro e condividere l’orgoglio per ciò che abbiamo fatto sarebbe un atto artistico, oltre che umano. Un po’ come quando la sera, dopo aver seminato e arato i campi, guardo quel che ho fatto con mia moglie e mia figlia e sono contento».

L’appuntamento del 24 a Parma è sold out. In dialogo con il giornalista e saggista Michele Rossi, Zamboni e Ferretti ripercorreranno 40 anni di comuni e solitarie esperienze musicali e letterarie, ma anche esistenziali: i loro dischi e libri sono vita all’ennesima potenza, espressione di un’incessante ricerca di sé fatta di radicamenti e sradicamenti, di un senso da attribuire al proprio fragile essere-nel-mondo di fronte alle macerie della propria epoca. «Sono tornato ad abitare a Cerreto Alpi 33 anni fa e da allora ringrazio Dio ogni mattina e ogni sera, perché se non fossi tornato sarei morto», spiega Ferretti. «A parte questo, negli ultimi dieci anni mi sono reso conto che questo mio borgo non si salverà: in montagna è percepibile la fine di un mondo, una fine inevitabile, credo ormai. Perché questi luoghi non sono riducibili alla dimensione della società di massa e noi siamo una società di massa anche nelle nostre scelte più avanguardistiche. Ogni tanto si parla di ripopolamento dell’Appennino, ma non accade mai, e se si punta sul turismo, figuriamoci: il turismo si presenta come un motore di sviluppo conveniente, ma poi riduce a sé tutto ciò che c’era prima, trasforma i territori a proprio uso e abuso».

“Stolto, pensavo fossero vagiti / i respiri affannati di questo pugno d’anni / a rammendare trame tra montagne / erano rantoli, sono cessati”, scrive il 69enne in Óra, confessando di non sentirsi più solo reduce, ma residuale. E pur nelle diversità caratteriali e di approccio, Zamboni, classe 1957, è sulla stessa lunghezza d’onda: «Il ripopolamento dell’Appennino di cui si legge qua e là sui giornali è di tipo gentrificato; vedo persone benestanti, intelligenti e colte stabilirsi qua, ma non ce n’è uno con una vanga o una motosega in mano».

In tale comunanza d’intenti e visioni, viene da chiedersi quanto possano pesare le polemiche provocate dalle sortite politiche di Ferretti, partecipazioni ad Atreju in primis. «Sono geneticamente antifascista» afferma lui «e, a differenza di molti fascisti che oggi predicano un antifascismo di ritorno fuori tempo e fuori luogo, non ho niente da farmi perdonare. Non mi preoccupa né il ritorno del fasciamo, né quello del comunismo, bensì l’evidenza del nuovo in atto: siamo agli inizi di una guerra cui non abbiamo voluto pensare negli ultimi 30 anni, perché invece che considerare l’animo umano consideriamo le parole, e siccome da 30 anni si diceva “mai più” si è deciso di crederci. Non solo: fino a poco tempo fa era indubbio che presupposto della nostra civiltà, con tutti i pregi e i difetti che ciascuno voleva scorgere in essa, fosse la libertà di pensiero e di parola, mentre durante la pandemia abbiamo visto quanto oggi quella libertà valga tanto quanto sotto le dittature di ogni colore: se sei in disaccordo con un provvedimento del governo, non sei più uno che contesta, no, sei un complottista, ossia un matto; perché se non fosse così, quel provvedimento lo accetteresti. È il dissenso ridotto a problema psichiatrico, qualcosa che 50 anni fa facevano i dittatori. Ma se iniziano a farlo anche le società civili e democratiche diventa un grosso problema».

Dal canto suo, Zamboni quest’anno ha pubblicato l’album La mia patria attuale e nel 2021 il romanzo La trionferà, che in estrema sintesi è la celebrazione, basata su fatti veri, di un’utopia comunista tutta emiliana. «È l’unico suo libro che ho evitato di leggere, gli altri mi hanno incantato», ammette Ferretti. «Gli toccherà pure questo!», replica l’ex socio a distanza con tono divertito, prima di raccontare di averlo spedito, il libro, a tutti i dirigenti del PD senza ricevere riscontri tranne che un ringraziamento da parte dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Non so se lo ha letto, ma mi ha fatto piacere. Anche perché non abbiamo mai avuto fan nella sinistra ufficiale: i grandi dirigenti ascoltano Lucio Dalla, De Gregori, ma non hanno la minima percezione che i CCCP e i CSI siano esistiti».

Il discorso torna sul rapporto con Ferretti: «Dal mio punto di vista tra noi c’è stato un dissidio durissimo e per me molto sofferto, basti pensare che a Giovanni ho dedicato tre album e a quanto è presente in tutto ciò che scrivo. Non mi sorprende che ci si stia riavvicinando: pur se fondamentale per rafforzarci nelle nostre differenze, la nostra lontananza, coltivata più da lui, è stata innaturale. Anche perché non siamo cambiati così tanto: Giovanni è sempre stato profondamente religioso, io non credo di essere comunista come lo si intende, e siamo entrambi anti-ideologici. Il che non coincide con il disimpegno, semmai con il disincanto: veniamo da una voglia punkettona e anche se abbiamo conciliato gli opposti, il punk filosovietico con la musica melodica emiliana, nella nostra musica c’era molto di più, un pensiero di mondo di cui non eravamo nemmeno del tutto consapevoli».

La Berlino Ovest del 1981 che diede vita ai CCCP fu un terreno fertile: «Siamo nati nella città meno ideologica del pianeta, perché come puoi pensare di avere Brežnev da una parte e Reagan dall’altra e scegliere quale visione del mondo vuoi avere? L’idea che da un lato ci fosse l’impero del male e dall’altro quello del bene va bene per Guerre stellari, non per il modo in cui si vive su questo pianeta. La verità è che al di là del facile entusiasmo per la caduta del Muro, ciò che è successo dopo è che il sistema capitalista non ha più avuto un freno, così che oggi viviamo in un mondo uniforme, dove si propugna l’inclusione, ma imperversa l’esclusione: anche se non li vediamo, i muri sono aumentati ovunque».