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Una specie di magia: Leonard Cohen visto dai suoi musicisti

In concerto, si inginocchiava di fronte ai suoi strumentisti in segno di rispetto. Nell'anniversario della morte, abbiamo chiesto a tre di loro, Roscoe Beck, Rafael Gayol e Javier Mas, di raccontarci com’era da vicino

Leonard Cohen dal vivo nel 2013 a Leeds

Foto: Gary Wolstenholme/Redferns via Getty Images

«Il mondo in cui viviamo ci affatica, ci affligge e quel che è peggio, ci annoia, però la poesia crea per noi oggetti e mondi diversi. Esiste nel mondo una universale secreta armonia, che l’uomo anela di ritrovare come necessaria a ristorare le fatiche e i dolori della sua esistenza, e quanto più trova sì fatta armonia, quanto più la sente e ne gode, tanto più le sue passioni si destano ad esaltarsi e a purificarsi e quindi la sua ragione si perfeziona. Il potere universale della musica è prova evidente della necessità che noi sentiamo dell’armonia».

Questo estratto da un discorso che Ugo Foscolo tenne a Londra nel 1823, dal titolo “Esiste nel mondo una universale secreta armonia”, ci permette di introdurre il filo conduttore dell’esperienza artistica e umana di Leonard Cohen: la ricerca dell’armonia, della bellezza e dell’eleganza. La raccontiamo attraverso gli occhi di alcuni suoi musicisti: Roscoe Beck, bassista e direttore musicale dei tour di Cohen dal 1988 al 1993 e dal 2008 al 2013; il batterista Rafael Gayol, che è entrato nella band del canadese nel 2008; Javier Mas, virtuoso di chitarre e strumenti a corda che fra le altre cose ha partecipato alla registrazione dell’album postumo Thanks for the Dance.

«Leonard» racconta Roscoe Beck «è per molti una figura quasi mitica, un santo laico, come l’ho sentito definire. L’ho conosciuto prima come vitale 40enne e poi come 80enne riflessivo. E come chiunque l’abbia avvicinato, anche solo attraverso il suo lavoro, ne sono uscito cambiato. Mi ritengo fortunato ad averlo conosciuto personalmente, ma lui è a disposizione di tutti, vive attraverso la sua arte, ed è tutto lì per essere scoperto, nelle sue parole e nella sua musica».

Il primo incontro
Rafael Gayol: Ci siamo incontrati per la prima volta nel giugno del 1988 al festival di Kalvøya, in Norvegia, dov’ero il percussionista e corista degli A-Ha. È arrivato con la figlia Lorca, che aveva 13 anni. Sul tour bus ascoltavamo di continuo I’m Your Man, vederlo apparire è stato una sorpresa graditissima. Ascoltavo Leonard dall’età di 11 anni. Dopo essermi presentato gli ho chiesto: «Che ci fa a un concerto degli A-Ha?». Con tutta la cortesia del mondo mi ha abbracciato e ha detto che la figlia era una fan: «Voleva vederli così siamo arrivati un giorno prima del mio concerto». Cinque mesi dopo ci siamo incontrati di nuovo per caso a New York. Io camminavo su Central Park West, lui scendeva da una limousine. Appena ho iniziato a parlare, lui mi ha educatamente interrotto e mi ha detto: «Norvegia, giusto?». Ho continuato la mia passeggiata pensando che un giorno mi sarebbe piaciuto lavorare con lui.
Roscoe Beck: Ho incontrato Leonard Cohen nel febbraio del 1979 al Wally Heider’s Recording Studio di Los Angeles. Il produttore di Leonard, Henry Lewy mi ha chiamato per una session e ho portato con me Bill Ginn e Steve Meador, due membri della band dei Passenger di cui facevo parte. Henry mi ha presentato Leonard che ha semplicemente detto «ciao».
Javier Mas: La prima volta è stata una lunga conversazione su Skype, dove mi ha raccontato del desiderio che lo accompagnassi. Mesi dopo ci siamo incontrati a Los Angeles dove mi ha ringraziato per essermi unito alla sua band per le prime prove.

Le prove e la scrittura
Javier Mas: Durante le prove, voleva un suono più profondo e fresco. Sentiti sempre libero, mi diceva. Era sempre concentrato e preciso.
Roscoe Beck: Quando ci siamo incontrati, lui aveva già fatto delle session per Recent Songs, penso che avesse una chiara idea di dove stava andando. Ma Henry mi aveva portato lì per aggiungere una prospettiva diversa. In quella prima session ho suggerito di usare un batterista. Una scatola di cartone che conteneva un nastro a 2 pollici della Ampex è stata usata per sostituire un rullante. Quell’incisione è diventata la traccia di base della versione definitiva. Non sempre l’atmosfera era serena, ma Leonard ha sempre trattato tutti con rispetto.
Rafael Gayol: Sapeva comunicare con esattezza come voleva gli arrangiamenti. Si sedeva proprio accanto a me e spesso mi guardava mentre suonavamo con Roscoe Beck e Neil Larsen. Ho dato dei suggerimenti solo quando ne li hanno chiesti Leonard o Roscoe, che era il nostro direttore musicale. Leonard sapeva quello che voleva.
Roscoe Beck: Era modesto e sufficientemente saggio da sapere che la fama è fugace. Viveva per la scrittura. Era un uomo di rara dedizione a una missione singolare.
Javier Mas: Penso sia un errore ricordarlo solo per i testi. La musica era molto importante per lui e ha composto molte delle migliori melodie di tutti i tempi. La sua conoscenza musicale era straordinaria, spaziava da influenze country, greche e spagnole, la qual cosa lo rendeva unico.

Le registrazioni
Roscoe Beck: Bisogna considerare i cambiamenti attraversati dal processo di registrazione negli anni in cui Leonard ha fatto dischi (dal 1967 fino alla morte nel 2016, nda). Ha iniziato ai tempi delle 4 tracce, anche se molto era ancora registrato su un due tracce. Nel 1979, quando ho iniziato a lavorare con lui, l’analogico a 24 tracce era la norma. Negli ultimi dischi, registrava nello studio in casa usando sintetizzatori. Era rimasto al passo con i tempi, era esperto di computer e disposto a incorporare nuove tecnologie nel processo di scrittura e registrazione. Ricordo la gioia con cui mi presentò 99 Problems di Jay-Z quando fu pubblicata. Ne amava l’immediatezza.

Foto: Frazer Harrison/Getty Images

I tour
Roscoe Beck: Leonard ha detto che i tour del 2008-2013 sono stati i più belli della sua vita. Aveva sconfitto la depressione e l’accoglienza del pubblico era ovunque incredibile. Ci incontravamo nella Green Room 15 minuti prima di ogni spettacolo. A volte Leonard ungeva i polsi dei membri con un olio essenziale e c’era sempre un canto mentre ci incamminavamo verso il palco: “pauper sum ego, nihil habeo, et nihil dabo” (sono un pover’uomo, non ho niente e niente vi darò).
Javier Mas: Era una specie di magia.
Rafael Gayol: Ci ha presentato quel canto la prima volta in Scozia, nel 2008. Era una sorta di calmante prima di entrare in scena dove ci aspettavano migliaia di persone.
Javier Mas: A poco a poco Leonard ha riconquistato fiducia nel suo lavoro, anche se era stato lontano dai palchi per anni. L’ho visto finalmente godersi i viaggi e i concerti. Come uomo stava crescendo, come tutti noi.
Rafael Gayol: Dal momento in cui ho iniziato a lavorare con lui fino alla nostra performance finale, Leonard ha mostrato una coerenza esemplare destinata a ispirare le truppe. Era davvero Field Commander Cohen.
Roscoe Beck: Si inchinava ai suoi musicisti in segno di rispetto. Voleva chi lavorava con lui sapesse di essere apprezzato.
Rafael Gayol: Ha ricevuto tanto quanto ha dato. Ha dato tanto amore e provava rispetto non solo per noi musicisti, ma per tutti, anche per l’ultimo camionista.

Accordi e disaccordi
Javier Mas: Ricordo un solo malinteso. Un giorno l’ho visto nervoso, qualcosa nel lavoro non andava bene. Ho cercato di rassicurarlo e lui mi ha cacciato. Ma si arrabbiava ben poco. Succedeva di solito quando avevamo concerti all’aperto nei Paesi nordici e faceva molto freddo.
Roscoe Beck: Lo si vedeva arrabbiato quando capiva di essere stato raggirato da management o promoter. Erano le uniche situazioni che ne alteravano la calma.
Rafael Gayol: Mai avuto disaccordi. Ho avuto il massimo rispetto per lui durante tutto il tempo passato insieme. Non riesco ad immaginare una persona migliore di lui per lavorare. Era un re.
Roscoe Beck: Sai cosa si dice del sess, noo? Che il momento peggiore che ho vissuto è stato comunuqe meraviglioso. Ecco, vale anche per il tempo passato con Leonard: i momenti peggiori che ricordo sono momenti che non scambierei con nessun altro. I migliori? Quando si registrava Recent Songs e I’m Your Man, i concerti, il semplice cameratismo fatto di pasti e tazze di caffè.
Javier Mas: Il momento migliore è stato il mio primo giorno di prove quando ho suonato Bird On the Wire. Quando l’ho ascoltata in quella piccola stanza mi sono venuti i brividi.
Rafael Gayol: Il momento più bello è stato al Ramat Gan Stadium di Tel Aviv: è stato bello vedere riunirsi così tante persone che vivono in una zona del mondo così divisa.

La malattia
Roscoe Beck: Leonard ha menzionato per la prima volta la sua malattia nel 2007, durante i nostri primi incontri a Los Angeles per assemblare la band. Non parlò direttamente della sua condizione, fu un accenno umoristico. L’umorismo è sempre stato importante per affrontare le difficoltà, le cose spiacevoli e indesiderabili.
Javier Mas: Non si è mai lamentato, ma nelle ultime date del tour in Australia, mi ha detto qualche volta che era stanco. Gli dissi che dopo il tour si sarebbe riposato. Non abbiamo più suonato. Penso che già allora fosse molto malato.
Roscoe Beck: Negli ultimi anni aveva raggiunto un certo livello di serenità e accettazione. Ha continuato a scrivere fino alla fine, dimostrando che i suoi giorni stavano finendo con grazia. Trovo eroico che, molto malato, abbia voluto convivere i suoi pensieri nelle ultime registrazioni.
Javier Mas: Non so cosa fosse realmente per lui “un’invincibile sconfitta”. Ha pensato a poesie e canzoni fino alla fine. Sapeva che il suo tempo stava arrivando, ma non ha perso la luce dell’ispirazione e l’amore per la vita.
Rafael Gayol: Se ami quello che fai, non è lavoro. Diventa ciò che ti guida, ciò che ti definisce.

Eleganza, armonia, malinconia
Roscoe Beck: Penso che la parola eleganza descriva bene l’approccio di Leonard alla sua arte, specialmente nell’ultimo periodo. Ha sofferto di depressione per buona parte della sua vita, ma negli ultimi tour ne era uscito. Era una persona consapevole. Ha sperimentato tutto e scritto delle sue esperienza.
Rafael Gayol: A me Leonard non è mai apparso triste o malinconico.
Javier Mas: Credo che l’armonia fosse la sua idea di bellezza e perfezione. Non credo che fosse malinconico o triste. Aveva un eccellente senso dell’umorismo.

Leonard Cohen e Paolo Conte a Venezia. Foto: Rafael Bernardo Gayol

Con Paolo Conte a Venezia
Rafael Gayol: Ero a casa di un amico a Austin, Texas, quando ho sentito per la prima volta Gli impermeabili di Paolo Conte. Quella sera l’avrò risentiva una dozzina di volte. Non capivo le parole, ma lo spirito della canzone sì. Così ho comprato Il meglio di Paolo Conte solo per quel pezzo. Ho presentato Leonard a Paolo nella hall dei un hotel a Venezia nel 2009. Noi stavamo facendo il check in, lui il check out. Conte si era esibito in Piazza San Marco il 31 luglio, Leonard l’avrebbe fatto il 3 agosto: un tempismo perfetto. Ho chiesto al manager di Paolo se potevo presentarmi e l’ho fatto. Il suo inglese era buono quanto il mio italiano (ride), ma ci siano capiti. Paolo ha abbracciato Leonard. È stata una cosa breve, ma sincera.

La morte
Roscoe Beck: Anche se non è stata del tutto inaspettata, è stato comunque uno shock. Nessuno che l’ha conosciuto o che ha lavorato con lui è uscito inalterato da quell’esperienza. Quando quella sera ho saputo della sua morte, ho acceso una candela, versato del vino e fatto un brindisi a una lunga amicizia.
Rafael Gayol: L’ho saputo appena mi ha chiamato il suo manager Robert Kory. Mi ha detto al telefono. «Sono a Montreal» e in quel momento ho capito.
Javier Mas: Ero lontano, a Barcellona. Sapevo che stava male, ma non me l’aspettavo. Ho chiamato colleghi a Los Angeles, perché pensavo non fosse vero. Ho saputo dal figlio Adam e dal suo assistente che non ha sofferto. Ho pensato che fosse venuto il momento per lui di riposare e che meritava il meglio.

La prima volta che Leonard Cohen scrisse qualcosa fu per la morte del padre, avvenuta quando lui aveva 9 anni. Non lo destabilizzò, ma anzi la visse come una cosa naturale. Volle scrivere qualcosa per allietare il viaggio del padre e attaccò un bigliettino al papillon che indossava. Tutto è iniziato da lì, dalla ricerca di qualcosa che sembrava naturale, ma che di fatto era inspiegabile: la scrittura per alleviare il dolore, l’eterna ricerca della bellezza e dell’eleganza attraversando in maniera anche violenta il dolore. Come diceva lui, «all good things».

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