Una giornata al museo con Snail Mail | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Una giornata al museo con Snail Mail


A 19 anni era un prodigio indie e una piccola icona queer, ma non riusciva più a scrivere. Dopo la rehab e alcune esperienze dolorose s'è ritrovata e ha composto ‘Valentine’, l'album di cui tutti parlano bene

Snail Mail

Foto: Josefina Santos per Rolling Stone US. Hair & makeup: Kento Utsubo

«Oh dio, mi spiace», dice Lindsey Jordan, 22 anni, mentre sale con mezz’ora di ritardo le scale invase dalle foglie del museo Cloisters a Fort Tryon Park, Manhattan. «Tornando dalla terapia mi sono detta: se non faccio pipì a casa finisce che me la faccio addosso nei jeans».

Sono jeans blu indaco a cui Jordan, che si esibisce col nome d’arte Snail Mail, tiene parecchio. Più tardi farà una pausa per pulirli con dell’acqua dopo essersi rovesciata del caffè sul ginocchio. Col suo zainetto nero, il maglione lavanda e i mocassini Celine bianchi e marroni, Jordan sembra una liceale alla moda in gita scolastica. La mascherina, che ha preso dal negozio di biancheria della madre nel Maryland, viene apprezzata delle guardie del museo. «Non so perché, ma trovare vestiti belli dà dipendenza», dice. «È la cura di tutti i mali».

Di questi tempi Jordan lavora con uno stylist, vuole un look che rifletta delle emozioni precise in ogni shooting o video. Prendete la title track del nuovo album Valentine. È un pezzo rock su cuori infranti e tradimenti cantato con una potenza vocale per lei inedita. Nel video, indossa una camicia stile Regency e uccide la nuova ragazza di un ex, spalmando dei dolci sul viso. «Volevo evocare l’intensità della canzone», spiega. «È stato divertente, con addosso quei vestiti».

Questa intensità è presente in tutte le dieci canzoni di Valentine, uscito il 5 novembre per Matador, la mega etichetta indie che l’ha ingaggiata quando stava per compiere 18 anni. Le canzoni di Jordan sono una master class in pene d’amore e disincanto e lo sono in un modo possibile solo a una ragazza di appena 20 anni. Succede ad esempio nel lento crescendo di Headlock (“Quando hai iniziato a vederla? A quanto pare ti hanno finalmente domato”) e nella vellutata Forever (Sailing) (“La stai portando a casa / Sei diventato le tue ossessioni?”).

Oltre a un amore finito, Valentine racconta come Jordan ha quasi perso se stessa dopo che il primo album Lush del 2018 e canzoni vere e dolorose come Heat Wave e Pristine l’hanno trasformata in un’icona queer e in un prodigio indie rock celebrato in tutto il Paese. Dopo tre anni di tour e un tentativo fallito di scrivere il seguito, Jordan era bloccata. «Mi sentivo isolata», dice, seduta su una panchina in una corte medievale ricostruita. «Vedevo che tutti buttavano fuori cose velocemente, mentre io avevo paura. Nessuno poteva aiutarmi ad affrontare quel che stavo passando».

A novembre del 2020 Jordan ha passato 45 giorni in un centro di recupero in Arizona. Non era una sua idea, «forse la rehab non era quello di cui avevo bisogno», dice ora, ma le persone che le stavano accanto pensavano fosse un passo importante e così ha accettato.

Jordan descrive il periodo trascorso in Arizona sia come «una merda» che come «fantastico». Ha letto libri, è andata a cavallo, ha mangiato il «cibo scondito» della clinica. Ora racconta un po’ di quel caos emotivo in Ben Franklin, uno dei pezzi migliori del disco, dove canta: “Post rehab mi sentivo così piccola / Mi mancano le tue attenzioni / vorrei poter chiamare”.

Jordan non vuole dire se adesso è sobria, ma afferma che in rehab qualche lezione l’ha imparata. «Ora ho l’educazione alla salute mentale di una cazzo d’insegnante del liceo», dice con orgoglio. «Almeno in teoria, perché nella pratica non è sempre così».

Durante la rehab non poteva usare il telefono e da allora non è più tornata sui social media (una persona che li gestisce al posto suo). «Che liberazione», dice. «A un certo punto ho capito che nella vita reale soffrivo per colpa della vita su internet. E io volevo lavorare sulla me reale. Non credo che internet faccia bene alla mia salute mentale. Preferisco scrivere musica, pubblicarla, fare concerti».

Foto: Josefina Santos per Rolling Stone US. Hair & makeup: Kento Utsubo

È un mantra che ripetono tanti artisti, da Lorde a Lana Del Rey, e soprattutto Katie Crutchfield alias Waxahatchee, che ha lasciato i social nel 2020 dopo essersi disintossicata e aver pubblicato l’album Saint Cloud. «È una delle mie migliori amiche», dice Jordan. «Parliamo al telefono tre volte a settimana. È saggia ed emotivamente responsabile. Mi piacerebbe diventare così. È una vera artista, mi piace stare vicina a chi ha quel tipo d’energia. Del resto non mi curo».

Quell’amicizia le ha anche permesso di entrare in contatto con Brad Cook, il produttore di Saint Cloud. Dopo essere uscita dalla clinica in Arizona l’ha incontrato a Durham, North Carolina. Le demo che aveva portato in studio erano state scritte all’inizio della pandemia, quando aveva lasciato New York ed era tornata a casa dei suoi a Baltimora. Lì, nella casa d’infanzia, è riuscita a tirare fuori le canzoni di Valentine. «È il posto in cui ho scritto Lush. Stare lì, sul pavimento della camera da letto, non mi ha fatto sentire sotto pressione. È assurdo quanto velocemente sia successo, è bastato avere tempo per me stessa e avere un po’ di quiete».

Grazie all’esperienza fatta con Cook è diventata co-produttrice del disco. «Stavolta sono stata coinvolta di più», dice. «Ho approfittato dell’occasione, non pensavo ne fossi capace».

Uscendo dal museo, Jordan fa un resoconto della sua visita e parla soprattutto degli arazzi della Caccia all’unicorno. «Molto affascinanti», dice delle opere, allegoria del 1945 che mostra una creatura mitologica innocente cacciata e massacrata da uomini crudeli e violenti.

Mentre camminiamo su Riverside Drive è Jordan a fare le domande, a volte sul fast food («Sei una fan di McDonald’s?»), altre sul caffè («Con cosa lo prendi?»). Ci fermiamo da Starbucks, dove ordina un caffè medio con latte di mandorla e sciroppo di zucca. «Ho la fissa del caffè», dice, prima di notare che nello sciroppo manca la zucca. È troppo timida per lamentarsene, così chiedo io al barista di aggiungerne un po’. «Ehi», mi dice con un tono che ricorda Bill & Ted’s Excellent Adventure, «grazie!».

Sul treno diretto al suo appartamento nel Lower East Side, Jordan dice che non vede l’ora di dormire. Negli ultimi tempi è talmente esausta da addormentarsi anche mentre parla con la sua ragazza, che frequenta da quattro mesi. «Capita nel bel mezzo di una conversazione: boom, dormo», dice ridendo. «Per un po’ ho temuto di soffrire di narcolessia, parto non appena tocco il cuscino».

A Jordan piace l’idea che i fan queer si riconoscano in lei. «Se c’è un buon motivo per mettere in mostra la mia vita privata, è far sì che gli altri possano identificarsi. Io non avevo nulla del genere. Mi piacerebbe se per i rocker del domani non fosse così».

È il tipo di saggezza che non aveva quando ha iniziato. «Credo che Lush sia super pensieroso, come se volessi raccontare le mie cotte», dice. «È un disco di sogni d’amore. In Valentine invece ci sono esperienze reali, perdite, dolore adulto. Colpisce allo stomaco, è la sensazione giusta per le emozioni che sto provando». Fa una pausa: «Quanto sono drammatica!».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Snail Mail