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«Una bellissima macchina da guerra»: 30 anni di ‘Epica Etica Etnica Pathos’ dei CCCP

Una villa abbandonata, un gruppo che rinasce e subito muore, la critica feroce alla modernità, un lutto. Massimo Zamboni e Gianni Maroccolo raccontano le session in cui è nato l'ultimo grande album dei CCCP

I CCCP in Russia nel 1989

Foto: Alba Solaro

Trent’anni fa Epica Etica Etnica Pathos, quarto e ultimo album dei CCCP – Fedeli alla Linea, arrivava nei negozi. Negozi, già, erano altri tempi, se volevi un disco dovevi andartelo a comprare tra quattro mura, rituale oggi ridotto a roba per nostalgici. Era il 13 settembre 1990 e fu uno strano giorno per i fan della band emiliana, visto che, sì, potevano stringere tra le mani un nuovo pezzo di storia del gruppo fondato otto anni prima nella Berlino divisa dal Muro da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, ma quel gruppo, prima ancora che l’album fosse pubblicato, si era già sciolto.

Oggi sappiamo come sarebbe andata in seguito: nel ’94 i CCCP sarebbero tornati sulle scene come CSI – Consorzio Suonatori Indipendenti, dando il la a un percorso culminato nel ’97 con il primo posto nella classifica dei dischi più venduti conquistato con Tabula Rasa Elettrificata. In tutto ciò Epica Etica Etnica Pathos fu l’opera della svolta: se con i precedenti lavori, dal primissimo EP Ortodossia a Canzoni, preghiere, danze del II millennio – Sezione Europa, i CCCP avevano trovato una loro formula per diffondere il verbo del punk in Italia miscelandolo con influenze che spaziavano dalla new wave al folk all’industrial europeo, qui quella stessa formula evolve e si tramuta in un calderone di suoni e suggestioni, cori, tarantelle, tanghi, melodie arabe, cinguettii, battiti di mani, distorsioni, marcette, salmodie, sfuriate rumoristiche, fisarmoniche e organetti assolutamente personale, nonché impreziosito da testi che oggi suonano, se non profetici, sicuramente lungimiranti.

«Vivrò l’ordine, la libertà, l’obbedienza, la responsabilità, l’uguaglianza. Vivrò la gerarchia, l’onore, la punizione. Vivrò la libertà d’opinione, la sicurezza, il rischio, la proprietà. Vivrò la verità che è ultima, la prima. La verità ti fa male lo so». Sono alcune delle parole della traccia d’apertura Aghia Sofia, ma ben definiscono un disco la cui genesi primigenia si può collocare almeno idealmente nel marzo ’89, mese in cui i CCCP ebbero l’occasione di suonare a Mosca e a Leningrado, in un impero sovietico ormai pronto al collasso, in compagnia, tra gli altri, dei Litfiba di Piero Pelù. Come poteva avere ancora ragion d’essere quello che loro stessi avevano definito provocatoriamente punk filo-sovietico?

In realtà lo spazio per continuare, pur se in altre direzioni, c’era eccome; se ne sarebbero accorti di lì a breve anche grazie alla complicità dell’allora bassista dei Litfiba Gianni Maroccolo. È lui a raccontarlo: «Ci eravamo già incrociati su vari palchi, io, Ferretti e Zamboni, ma quel viaggio ci diede la possibilità di conoscerci come persone. Ricordo una notte in cui, su un treno Mosca-Leningrado, Giovanni mi fece sentire Canzoni, preghiere, danze del II millennio, il terzo album dei CCCP, e mi confidò che dal punto di vista compositivo era soddisfatto, mentre il suono lo sentiva un po’ freddo, di plastica. Fu lì che gli confessai che stavo pensando di lasciare i Litfiba. Non molto dopo lui e Zamboni mi contattarono per chiedermi se volevo produrre con loro il quarto disco dei CCCP: il resto è storia».

Epica Etica Etnica Pathos è, dunque, il frutto di una line-up in parte nuova: da un lato Ferretti e Zamboni, dall’altro Maroccolo, il tastierista Francesco Magnelli, il batterista Ringo De Palma e il chitarrista Giorgio Canali, tutti in un modo o nell’altro fuoriusciti dall’avventura Litfiba; oltre ad Annarella Giudici e Danilo Fatur, «i performer che sul palco davano un corpo alle nostre canzoni», come li definisce Zamboni. È quest’ultimo a spiegare come la truppa finì per stabilirsi per circa tre mesi, tra l’aprile e il giugno del ’90, a Villa Pirondini, la casa colonica settecentesca nella campagna reggiana dove venne alla luce l’ultimo capitolo targato CCCP: «Fu Gianni a lanciare l’idea di andare a vivere tutti nello stesso posto per un periodo e di portare con noi strumenti e attrezzature in modo da poter lavorare alle nuove canzoni in libertà e condivisione. Per noi fu una sorpresa, non avevamo mai pensato si potesse registrare qualcosa al di fuori delle sale di incisione, all’epoca eravamo inesperti, non capendo nulla di tecnica ne eravamo schiavi. Realizzammo subito quanto quel tipo di soluzione ci fosse consono, non si trattava più di chiudersi in studio dieci ore al giorno lasciando fuori la vita, si trattava di vivere insieme suonando senza più orari. Il che significa che tutto – stati d’animo, umori, scherzi, litigi – finiva dentro i brani senza che lì per lì nemmeno ce ne accorgessimo».

E ancora: «Villa Pirondini era abbandonata da tempo, la rimettemmo in sesto e portammo tutto quello che ci serviva per abitarci: gas, stufe, letti… Ma ci capitò di tutto: un giorno crollò una stalla, un altro arrivarono le api, tornate a vivere nei vecchi alveari abbandonati. Poi c’è stata l’invasione delle mosche, un’altra volta organizzammo una festa con un’intera pecora cotta allo spiedo per 150 persone. E tutto questo è entrato in Epica Etica Etnica Pathos, non a caso è un album così variegato e ricco di inserti di musica popolare non usati con intenti provocatori com’era accaduto in passato, ma entrati nel disco spinti dalla natura che avevamo attorno, dalla campagna che reclamava ascolto e che noi, vivendo lì, abbiamo ascoltato».

Per Maroccolo quella sorta di comune artistica temporanea fu «un modo per lasciare scorrere i flussi creativi, un esperimento un po’ anni ’60. Facemmo davvero tutto da zero. Io e Giorgio ci occupammo di allestire una specie di studio mobile nella chiesetta che c’era di fianco alla villa: essendo piccola la batteria non ci stava, per cui avevamo un rimorchio da bestiame piatto che abboccavamo alla porticina esterna e sul quale, se non pioveva, montavamo la batteria coi microfoni. Inizialmente l’accordo era di restare a Villa Pirondini per un mese, ma dopo più o meno 25 giorni l’ispirazione nell’aria era così tanta che dissi che secondo gli standard comuni il disco poteva considerarsi chiuso, ma che secondo me valeva la pena continuare».

Risultato: i CCCP incisero e mixarono in analogico un doppio album poi suddiviso in quattro sezioni corrispondenti alle quattro tematiche indicate nel titolo. «Il primo pezzo su cui lavorammo, e fu difficilissimo, fu Aghia Sophia», racconta Maroccolo. «Prima di andare a Villa Pirondini avevo chiesto a Massimo e Giovanni se avevano qualche idea già pronta da cui partire, così un giorno, a casa di Massimo, lui mi fece sentire il giro di chitarra di Campestre e Giovanni cantò Aghia Sofia dall’inizio alla fine. Ma tutta, con le stesse precise melodie ora di dominio pubblico, con gli stessi stop, gli stessi cambi di velocità. Tra l’altro lo fece con un certo imbarazzo, dicendoci che preferiva voltarsi contro il muro, se no vedendoci si sarebbe vergognato troppo. In realtà era un brano incredibile e avendo già una struttura così definita ci accordammo per cominciare da quello. Ma non ci si immagini un tipo di lavoro organizzato, la verità è che ci si metteva a suonare tutti insieme, si improvvisava e si componeva senza filtri, in modo totalmente libero». Nulla di calcolato, conferma Zamboni: «Poteva capitare che ripetessimo lo stesso giro musicale anche per cinque o sei ore di fila, finché non arrivava una svolta, finché non vedevamo affiorare qualcos’altro e poi qualcos’altro ancora. Non ci fermavamo mai, suonavamo a qualsiasi ora del giorno e della notte in maniera incessante».

È così che sono nati quella meraviglia di canzone d’amore che è Annarella e Depressione caspica, inno immarcescibile su un mondo in via di disgregazione («ecco che muove, sgretola, dilaga, uno si dichiara indipendente e se ne va, uno si raccoglie nella propria intimità, l’ultimo proclama una totale estraneità»: ricorda qualcosa?). Con Amandoti sono i brani più noti di un doppio album densissimo, dagli arrangiamenti complessi e stratificati e dall’anelito orchestrale, con testi poetici, evocativi e non privi di misticismo, declamati, urlati o cantati da Ferretti in uno stile spesso vicino alla preghiera. A distanza di trent’anni fanno venire i brividi: «liberté egalité io rubo a te tu rubi a me», recita la sarcastica Mozzill’o Re; «causa nostra cosa nostra», è l’ancora, ahinoi, attualissima denuncia contenuta in L’andazzo generale; «soffocherai tra gli stilisti, imprecherai tra i progressisti, maledirai la Fininvest, maledirai i Credit Cards», è il presagio tratteggiato in Maciste contro tutti, 11 minuti di «rullo compressore», «una macchina da guerra bellissima», citando Zamboni.

«In Epica Etica Etnica Pathos» osserva il chitarrista di Reggio Emilia «c’è una critica feroce alla modernità così come si stava delineando, che era già un assunto dei primi dischi dei CCCP, ma che in questo album è emersa con maggiore forza». La continuità con la critica al capitalismo espressa dal «produci, consuma, crepa» di Morire (1986) è evidente. «Noi abbiamo sin dagli esordi indagato le ideologie praticandole, cercando di capirle, dissacrandole, ma fin da subito, ossia dall’inizio degli anni 80, credo ci fossero già poche illusioni su ciò che voleva dire comunismo così come capitalismo», prosegue Zamboni. «Dopodiché i testi si fraintendono costantemente ed è giusto così, di certo quelli di Epica Etica Etnica Pathos erano profetici». Gli fa eco Maroccolo: «Il passaggio epocale che stava vivendo il mondo attorno a noi lo percepivamo tutti, ognuno dalla propria prospettiva. Del resto, con il mondo stavamo cambiando pure noi, eravamo alla ricerca di qualcos’altro che non era ben definito, stavamo tutti tentando di capire cosa volevamo dalle nostre vite in un contesto che stava subendo una trasformazione epocale. La musica di Epica Etica Etnica Pathos è scaturita da uno stato esistenziale che ci aveva costretti a fare i conti con la nostra vita, con le mutazioni del tempo, con ciò che era stato e che non sarebbe stato più. Il bello è che mentre tutto sembrava finire, come di fatto accadde, senza che ce ne rendessimo conto erano nati i CSI».

In effetti l’ultimo album dei CCCP sembra già un disco dei futuri CSI. «Un flash di innovazione artistica, poetica e intellettuale»: così lo descrive Maroccolo. Il quale di quei tre mesi a Villa Pirondini rammenta anche i momenti di tensione che avrebbero provocato lo scioglimento della band pochi mesi dopo, prima dell’uscita del disco: «Quando andammo a fare ascoltare il frutto del nostro lavoro ai discografici della Virgin sapevo che gli altri avevano deciso di andare ognuno per la propria strada e come produttore sentivo il peso della responsabilità, ero teso. A fine ascolto ci fu un silenzio di tomba, poi l’allora presidente dell’etichetta disse qualcosa tipo “finalmente nei CCCP è arrivata la musica, ora qua cambia tutto, avremo bellissimi concerti, una storia rinata”. E agli altri presenti, che nel frattempo si erano messi ad applaudire: “Dobbiamo provarlo bene, perché è complesso, ma merita tantissimo”. Al che Giovanni si alzò e disse: “Guardi, dovete lavorarlo molto, ma molto bene, anche perché ci siamo sciolti”».

«Il fatto» commenta Zamboni «è che siamo entrati a Villa Pirondini pensando di dover cambiare, però ne siamo usciti con la consapevolezza che quella storia era finita e che per poter conservare ciò che era arrivato di nuovo, inclusi i nuovi musicisti successivamente confluiti nei CSI, avremmo dovuto interrompere quella stessa storia in maniera brusca. Non sarebbe stato possibile un trapasso leggero e indolore». Ma intanto in quella villa immersa nel verde la vita era diventata musica, e quella vita era stata scandita da episodi indimenticabili. «Mi fa ancora ridere ripensare a quando vennero a trovarci i discografici della Virgin», afferma Zamboni, «avevano lasciato i finestrini dell’auto aperta e quando tornarono in macchina trovarono ad accoglierli un miliardo e mezzo di mosche (ride)».

Ci fu anche il momento buio della morte per overdose da eroina del 26enne Ringo De Palma: «Una domenica, verso la fine dei lavori, suonò la batteria di Annarella e poi se ne andò a Firenze: non tornò più», dice Maroccolo. E Zamboni: «Il giorno in cui componemmo Annarella ci è apparso davanti travestito da Hitler, con i baffi alla Hitler, la frangia alla Hitler e tutto il resto, ci salutò col braccio teso e partì. Una boutade, ovviamente, gli si voleva bene proprio per questo. Purtroppo è stata l’ultima volta che l’ho visto».

Era il giugno del 1990, Epica Etica Etnica Pathos uscì tre mesi dopo, il 13 settembre, impreziosito dalle stupende fotografie di Luigi Ghirri. A trent’anni di distanza rimane un capolavoro, quanto a Villa Pirondini è là, al suo posto, nuovamente abbandonata. «Sono andato a rivederla pochi giorni fa, non è semplice trovarla perché è ormai sommersa dalla vegetazione», rivela Zamboni. «Ogni tanto qualcuno si infila tra i cespugli nella chiesetta oggi scalcinata dove registrammo quell’ultimo disco dei CCCP e mi manda delle foto. Mi dispiace che nessuno la recuperi, del resto ci vogliono soldi, ma è sempre un luogo dall’impatto molto forte».