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Un tempo ridevano di Debbie Gibson, oggi la imitano

È stata la prima a dimostrare che si poteva essere una pop star teenager e una cantautrice credibile. Billie Eilish e Olivia Rodrigo ringraziano. Ecco come ha battuto lo scetticismo dell'industria

Debbie Gibson

Foto: Nick Spanos/Shorefire, dalla copertina dell'album 'The Body Remembers'

I tempi sono maturi, è ora di riconoscere a Debbie Gibson il ruolo di pioniera. È lei che ha inventato l’idea della teenager che scrive e produce le sue hit, magari cantando dei suoi sentimenti, in un’epoca in cui l’industria discografica rideva alla sola idea. Aveva appena 17 anni quando ha pubblicato uno dei migliori album pop degli anni ’80, il debutto del 1987 Out of the Blue. Era un prodigio della scrittura, ma aveva anche una visione radicale: pensava che le teenager meritassero di essere ascoltate. In poche parole, è la madrina della generazione delle reginette pop come Billie Eilish e Olivia Rodrigo. E sta per pubblicare il suo primo album inedito in vent’anni, The Body Remembers, la prova che la sua Electric Youth durerà per sempre.

Debbie Gibson è entrata nel Guinness dei primati come artista più giovane a scrivere, suonare e produrre una hit da primo posto in classifica, la ballad del 1988 Foolish Beat. È un record imbattuto. Nell’era post-swiftiana in cui viviamo, quella di Billie e Lorde e Olivia, queste ragazze sanno quel che fanno, ma è stata Debbie ad aprire loro la strada. Nel suo disco non c’erano uomini alla Svengali, nessuna posa sessualizzata, solo un’insegnante di liceo di Long Island che racconta la sua vita in hit come Only in My Dreams, Out of the Blue, Lost in Your Eyes e Between the Lines. Se amate il pop nel 2021 abitate un mondo creato da Debbie.

«Ho sempre vissuto per la musica pop e la radio», dice oggi, affascinante ed esuberante come sempre. «Lo faccio ancora. Non vivo nel passato, ascolto Conan Gray e The Weeknd. Rispetto molto Billie Eilish, Olivia Rodrigo e Taylor Swift. Amo gli artisti pop in grado di connettersi alla gente a un livello universale». 

Il suo nuovo album uscirà il 20 agosto per Stargirl Records. Include una nuova versione di Lost in Your Eyes, in duetto con Joey McIntyre dei New Kids on the Block. I due collaboreranno anche a una residency a Las Vegas programmata per agosto e settembre. Le nuove canzoni hanno un’atmosfera deliziosa da disco music vintage, soprattutto in bangers come One Step Closer. «Amo lo stile nostalgico di Dua Lipa e Kylie Minogue», dice. «Adoro quelle ragazze. Mi manca Donna Summer. Credo manchi a tutti». Ha scritto gran parte delle canzoni durante il lockdown. «Scrivevo sia pezzi movimentati che ballad, ma gravitavo verso i primi perché tutti hanno bisogno di quel tipo d’energia. Questo fa il pop, dà energia. È da qui che nasce il titolo The Body Remembers: il corpo memorizza tutti i momenti viscerali legati alle nostre canzoni pop preferite».

Foto: Nick Spanos/Shorefire

Debbie Gibson non è una che si fa intrappolare dal passato. Quando i trend pop sono cambiati, negli anni ’90, ha cominciato a fare teatro. A Broadway ha interpretato Sally Bowles in Cabaret, Belle in La bella e la bestia, Eponine nei Miserabili (il disco del 2003 Colored Lights: The Broadway Album è una gemma dimenticata del suo catalogo). «Non sono mai stata una gran stratega», dice. «Madonna sì che è incredibile, ha scritto hit in ogni decennio. Io no, per niente. Ho scelto una strada diversa, ho pensato: ok, c’è il grunge ed Electric Youth è fuori moda, mi dedicherò a Broadway, che fa parte della mia formazione. Seguo la mia natura, da sempre».

Debbie è esplosa nel 1987 con un singolo di debutto finito nella Top 10, il classico dance pop Only In My Dreams. Sulla copertina l’avevano vestita come una modella chic non capendo che la sua grandezza stava nel suo essere un’autentica nerd di provincia, una da centro commerciale di Long Island. Aveva la stessa ingenuità di tante teenager, che dimostrava in ogni occasione, dal video di Shake Your Love in cui mima una telefonata al modo in cui si dipingeva faccine sorridenti sulle ginocchia per mostrarle attraverso i jeans bucati (il suo fashion statement più distintivo, insieme al cappello nero in stile U2).

La sua personalità veniva fuori anche nelle canzoni. È arrivata al numero uno con Foolish Beat, una ballata melodrammatica. All’epoca non aveva mai avuto un vero ragazzo, ma nella sua hit cantava «non amerò mai più!». Esiste qualcosa di più autentico?

Eppure, come avevniva per le ragazze di allora e e avviene ancora oggi, più insisteva a scrivere le sue canzoni e più otteneva reazioni ostili. «Sì, c’era tanta resistenza», ricorda. «L’etichetta pensava che quel successo fosse un caso: “Ah, sì, ha scritto un pezzo carino”». La madre, invece, continuava a incoraggiarla. «Era una vera mamma-manager, una momanager. Di solito le momanager hanno una cattiva reputazione, ma fanno cose che nessun altro farebbe. E Diane Gibson c’era al tavolo dove si prendevano le decisioni. C’eravamo io e mia madre, tutti gli altri erano uomini in completi scuri. Erano convinti che ci fosse il bisogno di un maschio quarantenne per riscrivere i miei pezzi. Io manco riuscivo ad arrivare a Manhattan da sola, figuriamoci convincere una stanza piena di uomini a lasciarmi produrre i miei singoli».

Quegli uomini non volevano che una ragazzina avesse il controllo creativo. «Ho ancora in mente le loro spalle che fanno su e giù mentre ridevano, è un’immagine che non dimenticherò mai».

Ovviamente, c’erano un sacco di uomini pronti a darle consigli. «C’era un tizio, all’inizio, assunto per criticare tutte le mie canzoni che poi sono diventate delle hit. Io non ho cambiato neanche una virgola. Non l’ho mai ascoltato. Pensavo: ma che ne sa ‘sto vecchio di quel che prova una ragazza? Non capisco perché pensano di poter raccontare queste storie meglio di me. Non pensavo mica di aver scritto il miglior disco di sempre, però ero convinta di poter creare un legame con i miei coetanei. Quelle canzonette, scritte con pochissima esperienza, mi permettevano di parlare al mio pubblico».

Con grande stupore dell’industria discografica, quelle canzonette hanno mandato fuori di testa i fan. Le ragazze del pop sanno come riconoscere chi bluffa e capivano che Debbie era vera. MTV era piena di modelle e di poseur, ma solo una si dipingeva le ginocchia. Il video del suo pezzo migliore, Out of the Blue, la ritraeva sola in una stanza, circondata da panda di peluche e una chitarra, mentre sfogliava un album di fotografie.

Le ballad scalavano le classifiche, ma erano i brani disco a colpire con forza – soprattutto Only in My Dreams, che ricorda l’atmosfera electro della Madonna post Fun House. «Facevo tre club a sera per quattro sere a settimane: un club per ragazzi, uno per etero e uno per gay. Ero con due ballerini, uno era Buddy Castimano, che ancora oggi lavora con me». L’aveva battuta in un talent show per ragazzi del 1986, poi è diventato il suo coreografo. «Ha 51 anni e fa ancora salti mortali all’indietro, che dio lo benedica. Andavamo in quei club, io cantavo Only In My Dreams su una base. Tutti bevevano e ballavano, ma immagino si chiedessero chi fosse quella ragazzina che interrompeva la loro serata».

Foto: Amy Graves/WireImage

Le nuove canzoni di Debbie Gibson parlano della vita adulta con lo stesso candore di quelle che scriveva da ragazza. «Sono in una posizione interessante: ho 50 anni, ma non mi sono mai sposata. Non ho figli. Vivo in una sorta di blocco dello sviluppo perenne, una posizione interessante da cui scrivere canzoni. La mia immaginazione può scatenarsi. Strings, dal nuovo album, l’ho scritta dopo aver ricevuto un messaggio da un ragazzo che frequentavo in passato. Era un messaggio egoista mascherato da tentativo di riallacciare i contatti. L’ho letto e un minuto avevo il pezzo. Quando cerco di affrontare le mie emozioni, i pensieri affiorano sotto forma di canzone».

C’è un’altra cosa che la distingue dagli altri: era una classicista del pop con un chiaro senso della storia. Da ragazzina, negli anni ’80, diceva che il suo idolo era Billy Joel. Quando le racconto che in una canzone Olivia Rodrigo dice la stessa cosa, ride rumorosamente (maledetto Billy, il solito downtown man che ispira tutte le generazioni di uptown girls del pop).

Nonostante l’impatto che ha avuto sull’industria, Gibson parla del suo posto nella storia con modestia. «Non voglio mentire, sono felice quando le ragazze mi riconoscono un qualche credito. Ho incontrato più volte Gwen Stefani e P!nk, loro lo fanno sempre. Hanno rispetto per la mia storia. E quando ho iniziato facevo la stessa cosa: Marie Osmond, Lesley Gore, Rosemary Clooney, rispettavo le teenager che facevano questo lavoro prima di me. Ricordo un’ospitata a uno show del mattino con Lesley Gore: per me era un onore anche se rappresentava la musica imbarazzante che ascoltava mia madre. Amo la biografia di Rosemary Clooney Girl Singer. Andava in tour a 16 anni e in un mondo dominato dagli uomini, era l’unica ad avere il permesso di passare il tempo con il Rat Pack. Spero che le ragazze di oggi siano altrettanto rispettose del passato. E se volessero contattarmi, sono a loro disposizione, posso raccontargli ogni svolta, ogni errore, tutto. Perché alla fine cambiano solo le date, sai? Tutto resta uguale. E ho la mappa per aiutarle a orientarsi».

Negli ultimi anni si è tenuta occupata, dal programma Debbie Gibson’s Mixtape su SiriusXM allo strambo cameo nel disco dei punk Circle Jerks per la cover di I Wanna Destroy You di Robyn Hitchcock. Ha recitato nel bel film tv per Hallmark Summer of Dreams e nel sequel Wedding of Dreams, dove interpreta una vecchia popstar che è diventata insegnante e si cruccia di aver raggiunto il top del successo a 15 anni. Ha  un certo talento per la commedia, vedi il classico trash di Syfy Mega-Python vs. Gatoroid, dove compariva a fianco dell’amica e collega anni ’80 Tiffany. Quando scappano dai mostri, è Debbie che pronuncia la punchline: «Adesso siamo rimaste sole».

«Ho vissuto tante vite negli ultimi vent’anni», dice. «Non sono una principessa del pop chiusa in una bolla. Dagli anni ’80 è passata una vita intera. Ma adesso rendo omaggio a quel periodo da un punto di vista moderno, come fanno tutti. C’è addirittura chi pubblica roba in audiocassetta. Anche Olivia Rodrigo, lo sapevi?». Come molti nati nella Generazione X, Debbie è meravigliata dall’abilità tecnologica della Generazione Z. «Uno dei collaboratori principali del mio disco è un ragazzino di 19 anni, si chiama Sean Thomas. Lo conosco da quando ne ha 13. Nei film di Hallmark interpretava uno dei miei studenti. Adesso mixa Prince e Martika’s Kitchen e io penso: ma quanti anni ha?».

Guarda dritto al futuro. «Mi sembra di vivere una delle fasi migliori della mia vita, mi sembra di avere appena iniziato e sono al trentacinquesimo anno di carriera. Non sono mai stata la ragazza più cool della stanza. Ho aspettato 35 anni per sentirmi così – in realtà gli anni sono molto di più, mi riferisco a quelli passati nell’industria musicale. Voglio godermela al massimo, perché so che non capita tutti i giorni».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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