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Un pomeriggio con Zdob si zdub & Advahov Brothers

Dalla passione per il cinema di Kusturica all'ossessione per la cultura pop italiana, il duo di band moldave si racconta a 'Rolling Stone': «La nostra è una musica “meticcia” che prova a tenere insieme mondi apparentemente distanti, dai Rage Against the Machine alla taranta pugliese»

Foto di MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images

Non mentirò: prima di martedì sera non avevo mai sentito parlare della joint venture musicale tra gli Zdob si zdub e gli Advahov Brothers, rappresentanti della Moldavia a Eurovision 2022. Eppure, subito dopo la loro esibizione ho avvertito la necessità di saperne di più.

Così, dopo un po’ di pedinamento via mail in cui ho abusato oltremodo della disponibilità del loro ufficio stampa, sono riuscito a strappargli un’intervista e a ritagliarmi un pomeriggio in loro compagnia. Distorto dai bias di conferma e da quell’energia genuina alla “volemose bene” che sono stati capaci di scatenare durante i 3 minuti di salti, fanfare e sviolinate arroganti con cui hanno staccato il ticket per la finale di sabato, sono partito col piede sbagliato: pensavo che la nostra chiacchierata avrebbe preso le mosse dal punk, magari da quella citazione ai Ramones che domina il loro brano Trenulețul – per chi non avesse ancora avuto la possibilità di ascoltarla, mi riferisco al ritornello “Hey Ho Let’s Go!” talmente pervasivo da penetrare il cervello dell’ascoltatore con la potenza di un martello pneumatico.

E invece, contro ogni aspettativa, l’intervista ha preso le mosse dal cinema; e non da un cinema qualsiasi, ma da quello visionario, grottesco e bellissimo di Emir Kusturica (non a caso, un cultore del folklore e della musica popolare): «Amiamo moltissimo i suoi film e, col tempo, siamo diventati amici. Nel 2019 ci ha invitato alla serata di apertura del Küstendorf Film Festival: è rimasto molto soddisfatto dalla nostra esibizione», mi racconta Vasile, il primo degli Advahov Brothers, mentre suo fratello, Vitalie, colma une delle mie tante lacune conoscitive spiegandomi che, in Moldavia, la musica folk è una cosa maledettamente seria, tanto da avere un cursus honorum specifico in conservatorio.

Poco dopo, a prendere la parola è invece Roman Yagupov, voce e membro fondatore degli Zdob si zdub: «La nostra è una musica “meticcia” che prova a tenere insieme mondi apparentemente distanti: i nostri riferimenti sono parecchio eterogenei, dai Rage Against the Machine alla taranta pugliese, fino ai Red Hot Chili Peppers e Adriano Celentano: non amiamo porci dei limiti e rimanere intrappolati in vicoli ciechi artistici, in un certo senso siamo degli “evoluzionisti” della musica». Un crossover schizofrenico, quindi, in cui ogni occasione di contaminazione è concepita, in primis, come un’opportunità di arricchimento e ricerca. Anche nel caso degli Zdob si zdub, la poetica del più grande cineasta slavo rappresenta un riferimento importantissimo: «Le colonne sonore che Goran Bregović ha realizzato per Kusturica sono straordinarie, e hanno plasmato in profondità le nostre modalità di scrittura e composizione».

Quando mi azzardo a constatare che, ascoltando i loro primi lavori, ho avuto un sentore di Gogol Bordello, vengo immediatamente richiamato all’ordine dallo sguardo severo dell’altro decano degli “ZsZ” (i loro fan utilizzano questo acronimo), il bassista e paroliere Mihai Gîncu («Loro sono arrivati un po’ dopo, dai!», mi dice con fare ironico), che ripercorre le tappe che hanno scandito la loro discografia: «Difficilmente un nostro album ricorda quello precedente: il primo, Hardcore moldovenesc, ha delle sonorità più dure e rapcore, mentre il secondo, Tabăra noastră, è decisamente più folk e legato alle nostre radici».

Quando la conversazione si sposta sull’Italia, rimango stupito dalla profondità della loro conoscenza sul tema: la loro competenza in fatto di cultura popolare nostrana tocca picchi da enciclopedia. Hanno piena contezza non soltanto della produzione artistica e culturale più “alta” ed esportata nel mondo – sono cultori ossessivi di Federico Fellini, Elio Petri, Giuseppe Tornatore e Tonino Guerra – ma anche di quella più nazionalpopolare (da Benigni a Lucio Dalla, con una menzione speciale per l’Adriano Celentano musicale e cinematografico e alla passione per il Festival di Sanremo) o solitamente relegata a specificità regionali, dalla pizzica pugliese alla tammurìata, fino alla tarantella calabrese e ai canti partigiani.

Trenulețul, il brano che hanno portato in concorso all’Eurovision, racconta di un viaggio metaforico parte da Chișinău per arrivare nel cuore di Bucarest: «Volevamo lanciare un messaggio spirituale: romeni e moldavi rappresentano un unico popolo, legato da tradizioni, usi e costumi comuni. Ci separano dei confini tracciati artificialmente per dividerci, ma dobbiamo ritrovare unità nelle nostre radici e nella musica, che è un linguaggio universale; per estensione, questo sentimento di prossimità deve estendersi all’umanità in senso più ampio: abbiamo un solo pianeta a disposizione, e dobbiamo vivere in pace».

«Quel treno è anche il simbolo della nostra infanzia, sono itinerari che abbiamo percorso quando eravamo bambini, storie di vita vissuta», aggiunge Vitalie degli Advahov Brothers, regalandomi un sorriso – perdonate l’ovvietà da spot Mulino Bianco ma, in una congiuntura storica ad alto tasso di separazione come quella attuale, un messaggio di unità e fratellanza così potente non può che fare piacere.

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