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«Un altro tour dei King Crimson? Solo per evitare la Terza guerra mondiale»

Che fine ha fatto il documentario 'In the Court of the Crimson King'? Lui e Toyah Wilcox porteranno le loro pazze cover in tour? Rivedremo la band? Robert Fripp spiega tutto in questa intervista

Robert Fripp coi King Crimson nel 1974

Foto: Steve Morley/Redferns/Getty Images

Nell’universo dei King Crimson nulla è mai stato semplice: le formazioni cambiano con la stessa frequenza del tempo nei brani. E la stessa regola vale anche per In the Court of the Crimson King, il film-documentario sul tour del 2019 per il cinquantesimo anniversario del gruppo, che è ancora in attesa di pubblicazione.

Quando ha iniziato a girare nel circuito dei festival nel Regno Unito e negli Stati Uniti, tra cui il South by Southwest, le reazioni alla pellicola sono state unanimemente positive. I critici hanno apprezzato i commenti sinceri e franchi, a proposito della storia della band, del fondatore Robert Fripp e di vari membri ed ex membri. Inoltre, le immagini del tour commemorativo erano ben bilanciate con il materiale d’archivio. Verrebbe da pensare che tutto questo entusiasmo avrebbe dovuto portare a un accordo di distribuzione di qualche tipo, ma non è andata così, come spiega Robert Fripp a Rolling Stone. «A livello di promozione abbiamo fatto tutto ciò che il buon senso ci ha suggerito: siamo andati a tutti i festival cinematografici più blasonati e abbiamo raccolto ottime impressioni. Il passo successivo sarebbe la distribuzione e gli interlocutori più ovvi sembrerebbero Netflix, Disney o Amazon. Ma nessuno di loro ha dimostrato un interesse significativo. C’è stato qualche segnale, ma pietoso».

A questo punto, dice Fripp, lui e il suo management stanno esplorando strade diverse, a partire da un’uscita in streaming dedicata ai soli fan, fino alla possibilità di un cofanetto con DVD contenente, oltre al documentario, le riprese di altri due concerti (fra cui la performance a Rock in Rio 2019). «Sono tutti modi plausibili per renderlo disponibile al pubblico». Ad ogni modo, Fripp spera che il documentario esca finalmente in ottobre.

La visione del film non sarà l’unica occasione per i fan, nei mesi a venire, per vedere Fripp (ma, ancora una volta, i programmi non seguiranno un percorso tradizionale). Due anni fa, durante il lockdown, lui e la moglie (la cantante e attrice inglese Toyah Wilcox) hanno iniziato a girare i video della serie Sunday Lunch nella cucina della loro casa di Birmingham, in Inghilterra, suonando cover di classici del rock, del pop e del punk. Il prossimo anno vogliono portare questo spettacolo peculiare on the road, con Fripp che si unirà alla band di Wilcox.

«Racconteremo la storia di Sunday Lunch e faremo un po’ di casino suonando dei classiconi», spiega Fripp. «Avrò l’opportunità di suonare tanti grandi riff rock con cui non ho mai avuto modo di cimentarmi nei King Crimson». A causa dei costi elevati degli spostamenti e delle difficoltà per ottenere i visti di lavoro, il tour sarà limitato al Regno Unito.

I fan di Fripp potranno ammirarlo in persona negli Stati Uniti il prossimo autunno, ma in una situazione ancora diversa. Insieme al suo manager David Singleton, che farà da moderatore, Fripp sarà protagonista di An Evening of Conversation, spettacolo durante il quale risponderà alle domande del pubblico (non suonerà, ma dice che ci sarà modo di vedere e ascoltare immagini e registrazioni rare, durante le chiacchierate). «Pensare in maniera musicale e in maniera verbale sono due diverse parti del mio modo di processare il pensiero», dice, «ed è difficile per me saltare da una all’altra».

Nel 1979 Fripp si era già imbarcato in un’impresa simile per promuovere il suo album Exposure, facendo un tour in negozi di dischi e caffetterie dove ha tenuto alcune performance di Frippetronics e risposto alle domande dei fan. Ma non è stata un’esperienza sempre piacevole. In un negozio un fan gli ha domandato: «Posso toccarti?». Al che Fripp ha risposto: «No, non puoi… se io suono questa musica e tu riesci ad ascoltarla, allora è come se ci fossimo toccati».

«A 43 anni di distanza c’è ancora gente che posta commenti dicendo come è stato “spiacevole incontrare quell’uomo sgradevole”», scherza lui. «“Oh avrebbe potuto essere più gentile con me”». Fripp non sa esattamente cosa aspettarsi questa volta, ma dice che farà del proprio meglio per adattarsi. «Stando alla mia esperienza, fare domande sembra qualcosa di molto difficile per i fan. Poche persone sembrano in grado di porre una domanda chiara, onesta e scomoda. Storicamente molte domande non sono vere domande, ma dichiarazioni spesso sgradevoli e sgarbate. Non me ne sono mai curato troppo, ma ora a 76 anni comincio a essere un po’ più selettivo. Se le persone vorranno comprare un biglietto e venire allo spettacolo, avranno comunque il meglio che possiamo dare».

Non si sa se i King Crimson saliranno ancora su un palco. «Non ci sono piani in questo senso», dice. «Credo che sia da considerare realisticamente l’età delle persone coinvolte. Due di noi hanno 76 anni e a breve li avranno anche gli altri tre. Per cui andare in tour per otto settimane per fare performance da tre ore e 20 minuti è una richiesta pesante. A me ci vogliono sei mesi per prepararmi come musicista. Le parti di chitarra dei King Crimson per me equivalgono alle Olimpiadi della chitarra e domandarmi di fare gesti atletici che ero in grado di compiere 40 o 50 anni fa è una richiesta molto grossa».

A peggiorare la situazione c’è il fatto, dice Fripp, che i tour della band del 2021 sono stati «logisticamente terribili». A cominciare dall’avere dovuto anticipare due milioni di dollari per gli hotel, i camion e l’attrezzatura necessaria. «Durante il lockdown i fornitori dei servizi erano molto tesi», dice, «ed esigevano, naturalmente, delle caparre». Partendo per gli States dall’Europa, la band è stata sottoposta a diverse perquisizioni e a controlli sulla salute, per poi arrivare in America per i primi show in Florida e Texas e vedere che nessuno indossava le mascherine e non si prendeva alcuna precauzione. «A nessuno fregava niente!», esclama Fripp. «Allora circa il 40% dei nuovi casi si verificavano in quei due Stati. Se solo avessimo dovuto saltare qualche data per colpa del Covid, i King Crimson sarebbero finiti in bancarotta. È stato tutto molto rischioso».

Ma allora cosa ci vorrebbe per far sì che la band riprendesse a esibirsi dal vivo? «Vuoi sapere cosa potrebbe riportare i King Crimson in tour?», dice lui. «La mia risposta veloce è: se io sapessi con certezza che un tour dei King Crimson potrebbe evitare lo scoppio della Terza guerra mondiale, alzerei di sicuro il telefono». Ha alzato di brutto l’asticella. «Sì certo! E secondo alcuni commentatori nel tuo Paese quel momento si sta avvicinando».

Tradotto da Rolling Stone US.

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