C’era una villa vicino al mare dove per anni un pianoforte ha suonato senza sosta, anche di notte. Persino quando in casa non c’era nessuno ad ascoltare se non un uomo che preparava le cassette registrate, decine alla volta, per salvare quei capolavori o permettergli di portare in viaggio la musica preferita. Al pianoforte c’era Umberto Bindi. La persona che registrava, invece, lo ha affiancato per una vita con grande discrezione, prima come tecnico del suono e poi è diventato tanto intimo da essere chiamato «mamma». E quando ci spiega il loro rapporto si ferma spesso a metà frase perché «certi ricordi mi emozionano troppo».
È Massimo Artesi, classe 1937, che ha conosciuto Bindi da bambino, a 8 anni, dietro una siepe di un bar di Bordighera dove il cantautore suonava en plein air. Si sono ritrovati a Roma, al Piper, quando di anni ne aveva 18. Da lì non si sono più lasciati: prima collaboratore, poi compagno in una «coppia aperta» fino alla morte di Bindi nel 2002. Oggi è lontano dai riflettori ma custodisce, tra cassette salvate per un soffio (pare contengano 500 inediti) e ricordi che fatica a dispiegare senza commuoversi, l’archivio segreto di uno dei compositori più raffinati e meno compresi (in vita) della musica italiana del secondo Novecento.
Mentre si svolge il Premio Bindi a Santa Margheriga Ligure (9, 10 e 11 luglio), nell’intervista che segue ci ha raccontato il genio che il nostro Paese non ha saputo proteggere: la musica ascoltata e suonata 12 ore al giorno, gli amici veri e quelli falsi, i soldi che non sono mai arrivati e i tanti che si sono approfittati della sua generosità, l’omosessualità vissuta senza clamore, la censura della tv quando costava una carriera, fino agli ultimi giorni in ospedale, che forse non era quello giusto, con un unico rimpianto.

Umberto Bindi. Foto: Massimo Artesi
Massimo, quando hai conosciuto Umberto Bindi?
L’ho incontrato che avevo 8 anni. Mia sorella lavorava in un bar a Bordighera molto frequentato dagli artisti dell’epoca. Umberto Bindi suonava il piano all’aperto e io lo guardavo da dietro una siepe. Poi ci siamo ritrovati molti anni dopo, quando lavoravo come tecnico del suono al Piper, a Roma. Lui si avvicina, mi guarda e dice: «Sei di Bordighera?». Si era ricordato di me. Mi chiese di seguirlo in un tour per un mese e poi non ci siamo più lasciati.
Come definiresti il vostro legame?
Non è facile definirlo neanche per me. Non avevamo un legame affettivo classico, nel senso che uno non poteva stare senza l’altro. Però ci mancavamo. In mezzo avevamo entrambi la nostra libertà. Lui aveva le sue storie, io le mie. Oggi la definirebbero una coppia aperta. Non c’era gelosia. La cosa che ci univa davvero era la paura di perdersi l’un l’altro.
Avete mai rischiato di perdervi?
È successo una volta, quando ho visto che lo stavano imbrogliando per l’ennesima volta con dei contratti. Mi sono messo in mezzo, ho fatto fermare la macchina e sono sceso. Avevo ragione, quando poi Umberto ha verificato erano dei truffatori. Pensa che a volte mi chiamava mamma. Lui era la mente e io le braccia. Mi diceva: «Massimo, andiamo dal vivaio», oppure mi mandava in banca, dal commercialista, insomma si fidava molto di me.
Come lavorava Bindi da compositore?
Stava in casa ad ascoltare musica o a suonarla 12 ore al giorno. Ogni giorno. E avevamo un piccolo rito tutto nostro. Quando aveva scritto qualcosa di nuovo mi chiamava e suonava il brano abbozzato usando solo la mano destra. Ero stato io a chiederglielo in quel modo. Mi bastava l’accenno della melodia, senza accompagnamento. E poi gli dicevo un sì o un no.
E veniva tutto registrato?
Sì, devo dire che molte delle sue canzoni oggi non esisterebbero più se non le avessi registrate io su cassetta. Lui ne scriveva talmente tante che a volte se le dimenticava. Dopo gli chiedevo: «Quel pezzo che hai fatto l’altro giorno?», e lui non se lo ricordava nemmeno. Era generosissimo nella composizione, infatti da una sola canzone potevano uscirne tre o quattro. Era molto creativo, forse anche troppo. Un brano gli usciva in tre o quattro minuti, tanto che poi si lamentava: «Perché devo aspettare un anno per fare un disco?».
Sarebbe un autore perfetto per l’epoca attuale, visto che funzionano i singoli.
È vero, ma aveva un rapporto con la propria carriera di interprete conflittuale, quasi doloroso. Diceva spesso, con parole durissime, di aver maledetto il giorno in cui lo avevano convinto a fare il cantante, a salire sul palco in prima persona con le proprie canzoni. Avrebbe voluto essere solo compositore dietro le quinte. Forse sarebbe stato più felice.
Che musica ascoltava?
Era un amante della musica classica, diceva che non gli sarebbero bastate due o tre vite per assimilarla tutta. Andava a cercare le cose più rare, anche i cosiddetti dischi pirata. Penso a certe registrazioni fatte in Russia da un’orchestra o un direttore particolari. Ascoltava musica per tre, quattro ore di fila quando eravamo macchina, con le cuffie. E dovevo preparargli decine di cassette alla volta da portarsi in viaggio. Dopo la sua morte ne ho buttate via tantissime, non sapevo nemmeno dove portarle.
Molto materiale è andato perso?
Sì, anche per colpa mia. In un trasloco ho perso anche tantissima corrispondenza, come le lettere di Domenico Modugno. Umberto viveva in una villa piena di scatoloni, ma lui non pensava mai al presente, solo al futuro, alla musica che doveva ancora fare. Così tante carte, lettere, scritti importanti sono andati persi trasloco dopo trasloco. Oggi però ho ritrovato centinaia di brani inediti, mi pare quasi 500, ed è merito di quelle cassette che registravo di nascosto dicendogli «registro, se no non te lo ricordi più».
La musica di Bindi è ancora presente in quello che senti circolare?
Certo, più di quanto la gente immagini. Ci sono brani suoi che la maggior parte delle persone non conosce nemmeno, eppure certe melodie sono rimaste nell’aria, sono tornate fuori in altre forme. C’è un brano inedito, che parla di inevitabile voglia di libertà, che nessuno ha mai sentito ma ricorda in modo sorprendente Back to Black di Amy Winehouse. Ha la stessa melodia scura, lo stesso passo. Non è un caso isolato. Mi capita spesso di ascoltare musica in giro e riconoscere, in controluce, la mano di Umberto.

Umberto Bindi. Foto: Massimo Artesi
È vero che era solito vendere canzoni senza curarsi troppo di trattare sul prezzo?
Sì, mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca. Una volta Umberto ha portato un brano sulla scrivania di una casa discografica e quel pezzo, con il tempo, mi diceva che era diventato Se telefonando. Il testo è di Maurizio Costanzo, ma la musica, mi confidava in privato, era convinto fosse farina del suo sacco. Chissà se a Ennio Morricone l’avevano fatta ascoltare. Mi diceva «che rimanga tra me e te». Ma una volta siamo andati insieme a casa di Morricone e Umberto si è arrabbiato moltissimo. Gli ha detto: «Sei uguale agli altri». C’entrava una questione legata alla SIAE, a un tema di attribuzione. Però Umberto aveva l’abitudine di far ascoltare in anteprima brani non depositati, quindi capitava che qualcuno prendesse spunto prima che lui formalizzasse il deposito.
In un’intervista gli chiesero se fosse vero che vendeva i brani «a carrettate» e lui non smentì.
Ricordo una scena, che può dare l’idea del suo atteggiamento. Un giorno una persona gli lasciò un Rolex d’oro sul pianoforte come anticipo per l’acquisto di un’idea musicale. Cedeva brani interi anche in cambio di un oggetto, ma quasi mai del giusto compenso.
Nel 1961 Bindi fu protagonista di un episodio molto discusso legato alla censura e, indirettamente, alla sua omosessualità: quello dell’anello mostrato in tv.
Per me è stato costruito apposta per colpirlo. Quando fece vedere la mano con l’anello, in realtà stava solo cercando di ricordare il testo, che gli avevano cambiato all’ultimo minuto, perché se l’era scritto sulla mano e stava guardando cosa doveva cantare.
Chi avrebbe avuto l’interesse a metterlo in cattiva luce?
Un articolo su L’Espresso parlava di un onorevole della Democrazia Cristiana che lo aveva preso di mira. Diversi artisti importanti, in quegli anni, vennero in qualche modo oscurati dall’alto.
Parlava mai del fatto che il suo orientamento sessuale lo aveva penalizzato in anni molto più bigotti sull’omosessualità rispetto a quelli attuali?
Mai in modo diretto, era una persona molto riservata sulle questioni personali. Se c’era una compagnia di amici e qualcuno faceva delle battute, lui si girava e diceva: «No, c’è Massimo, per rispetto non parlate di uomini o di donne davanti a lui». Nel mondo dello spettacolo, invece, le battute su di lui c’erano, e anche pesanti. Gli davano fastidio, ma non ne parlava mai in privato. La sua diversità gli è costata molto più di quanto abbia mai ammesso.
Chi erano i suoi veri amici?
Bruno Lauzi, sicuramente. E Gino Paoli. Bruno era il tipo di amico che ti chiama per il compleanno, per Natale, che ti dice «dove sei stasera? Sono al tuo concerto a sentirti». Sono le persone che si ricordano dei piccoli momenti quotidiani. Con Gino il rapporto era diverso. Si volevano bene, si stimavano. Ma Gino è sempre stato più distaccato.
E con un altro simbolo della scuola genovese come Fabrizio De André?
Avevano un rapporto molto stretto, fatto anche di telefonate frequenti. Fabrizio lo chiamava con costanza, soprattutto nel periodo in cui stava lavorando a Creuza de mä, l’album del 1984 interamente in genovese. Bindi il dialetto lo aveva respirato in famiglia fin da bambino, lo conosceva perfino meglio dello stesso De André grazie alle sue zie, e i due si confrontavano proprio su singole parole, espressioni, sfumature del genovese stretto. Erano suoi grandi amici anche Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Ricordo che Claudio Baglioni è venuto qualche volta a casa nostra solo per sentirlo suonare e ne rimaneva esterrefatto.
Ha collaborato anche con Renato Zero, che provò a riportarlo a Sanremo.
Ma poi non ce la fece. Renato in seguito doveva incidere un pezzo di Bindi scritto apposta per lui, ma alla fine lo ha rifiutato. L’ho chiamato personalmente per chiedergli spiegazioni, mi ha risposto che non voleva avere niente a che fare con «quella gente». Si riferiva, credo, a chi ruotava intorno al progetto discografico. Il testo, rimasto orfano, è stato poi riscritto da un altro autore. Se lo senti, quel brano, non ti piacerà. Io, per carità di Dio, non comprerei mai un testo del genere. Il rapporto con quella casa discografica non è filato liscio, tanto che non ha mai fruttato a Umberto il compenso pattuito che era di 100 milioni di lire.
A Sanremo del 1989 venne rifiutato un suo brano, C’è voluto tempo.
Un altro episodio che dice molto su come funzionava il mercato discografico. Umberto aveva scritto un brano e lo aveva fatto ascoltare a Pippo Baudo, suonandolo lui stesso al pianoforte, niente arrangiamento, niente produzione, solo la melodia. A Baudo il pezzo piacque, ma non fu scelto per il Festival. Mancavano i numeri, cioè il peso commerciale.
Al di là del mondo della canzone, aveva legami anche con altri artisti?
Era, per usare le sue stesse parole, sotto l’ala del regista Luchino Visconti. Avevano un legame di cui parlava con orgoglio. Perfino Alain Delon era un suo estimatore, quando lo vedeva lo baciava sulla testa. Oppure Valentino Garavani. Alle sue sfilate lo stilista lo abbracciava dicendogli «tu sei il più grande». Quando è morto lo stesso Valentino ha voluto chiudere il proprio funerale proprio con la musica di Bindi. Ma non era un uomo mondano. Preferiva mangiare con la donna di servizio piuttosto che sedersi al tavolo con i vip. Diceva: «Non voglio lasciarla sola». In fondo era rimasto un popolano grazie alle sue origini.
Da dove veniva quella sua umiltà?
Forse dalla guerra. Umberto raccontava di quando, da bambino, la famiglia era stata sfollata da Genova e si rifugiò in campagna, tra i contadini. Quell’umiltà gli è rimasta addosso per tutta la vita, anche quando i salotti più esclusivi d’Italia lo cercavano.
Bindi era presente a Sanremo la notte in cui morì Luigi Tenco. Come raccontava quella tragedia?
Un ricordo lucidissimo e straziante. Quella sera mi disse che Luigi aveva appena finito di suonare a Sanremo ed era felice, anzi euforico. E che gli disse: «Ci vediamo dopo». Pochi minuti più tardi arrivò la notizia della morte. Non ha mai creduto al suicidio, nemmeno per un istante. Per lui è sempre stata una macchinazione. Non è il primo artista morto perché dava fastidio. Ancora oggi non ci credo che Tenco si sia sparato, e non ci crederò mai.
Quella vicenda non è chiara dopo quasi 60 anni.
Umberto in seguito ha difeso Tenco dalle malelingue che lo bistrattavano dopo la sua morte. Una volta chiamò Gino Paoli furioso per un articolo che parlava male di Luigi.

Umberto Bindi. Foto: Massimo Artesi
Si è parlato spesso dei problemi economici di Bindi. Era davvero così in difficoltà?
Non era povero, piuttosto era quello che io chiamo una cicala: prendeva grosse somme di denaro e le spendeva o le regalava. Veniva a sapere di una vecchietta scippata e le dava tutto quello che aveva in tasca. Era generosissimo, incapace di pensare al domani. Il vero problema non erano le entrate dai concerti, quelle c’erano, e non erano poche, ma i diritti d’autore sulle sue canzoni incise all’estero, che per anni semplicemente non gli sono arrivati.
Puoi spiegare meglio l’aspetto dei diritti esteri mai ricevuti?
Sono stati in tanti gli artisti che hanno inciso i suoi brani senza che lui vedesse un centesimo. Il mio mondo, per dire, è stato registrato da decine di artisti internazionali, mi risultano oltre 300 versioni diverse, da Dionne Warwick a Tom Jones. E lui non riceveva nulla. Negli ultimi tempi, dopo che mi ero interessato della questione, qualche migliaio di euro l’anno è arrivato. Briciole rispetto a quello che avrebbe dovuto incassare.
Hai provato a fare chiarezza dopo la sua morte?
Ho denunciato, ma ho scoperto che avevano cambiato i codici identificativi dello stesso brano, quando dovrebbe essercene uno solo. Ne ho contati 17 solo per Il mio mondo, segno che qualcuno, da qualche parte, sta intascando quote che non gli spettano. Mi sono rivolto alle autorità americane, e dopo un mese mi hanno mandato la lista di tutto ciò che era stato venduto, ma senza che si riuscisse a capire dove fossero finiti i soldi.
E in Italia?
Anche lì le cose non sono andate come dovevano. Umberto si affidava completamente ai commercialisti che si occupavano dei suoi conti, ma si sono rivelati dei delinquenti
Hai tentato le vie legali anche in questo caso?
Senza risultati. Un giudice a Milano sembrava intenzionato ad approfondire, ma è andato in pensione. Quello arrivato dopo mi disse chiaramente che se avessi continuato a definire truffatori certe persone rischiavo delle querele. Un avvocato romano che si era offerto di seguire la causa si è rivelato, con il tempo, portatore di un evidente conflitto di interessi. Gino Paoli, quando presiedeva la SIAE, mi aveva indicato un avvocato tedesco in grado di seguire il caso, solo che servivano 100mila euro che non avevo.
Uno dei più grandi compositori non si è visto riconoscere quasi nulla rispetto a quello che gli spettava?
Esatto! Ma anche ultimamente si è presentato da me un individuo che mi prometteva grandi cose per pubblicare gli inediti, con coinvolgimenti di persone importanti, artisti di peso, e mi ha fatto firmare documenti che io, con leggerezza, ho firmato ma non ho letto con attenzione. Poi ho disconosciuto tutto e mi sono allontanato dal mondo della musica.
Non è mancata nemmeno la beffa finale. È venuto a mancare un mese dopo che è è stata riconosciuta la Legge Bacchelli, per gli artisti in difficoltà.
Ed è forse l’aspetto più triste di tutti. Gino Paoli si mosse per fargli ottenere un vitalizio pensato proprio per artisti che avevano dato lustro al Paese e si trovavano in difficoltà economica. La legge fu approvata, il finanziamento concesso, ma solamente un mese prima che Umberto morisse. Non ha fatto in tempo a vedere un solo euro.
C’è un episodio specifico che racconta più di altri il suo carattere?
Umberto regalò una somma consistente, presa direttamente dal suo conto in banca, a una persona che ne aveva bisogno per aprire un’attività, una piccola falegnameria nel proprio paese. Mi fece arrabbiare moltissimo. Io gli dicevo: «Umberto, ma tu hai i tuoi problemi e vai ad aiutare gli altri?». Lui non ci pensava due volte. Se c’era da dare qualcosa, lo dava. Poi mi diceva: «vedrai che in un modo o nell’altro le cose per me si sistemano». Bruno Lauzi diceva che era come un bambino. E purtroppo in tanti gli hanno fatto del male. Col tempo certe persone avranno avuto dei rimorsi, ma era molto facile approfittarsi di Bindi.
Si dice che il rimpianto più grande fosse non essere mai andato via dall’Italia.
Per me è la più grande cazzata che ha fatto di non essersene andato. All’estero il successo c’era, lo vedevo io stesso quando andavamo in America. E poi si tornava sempre in Italia.
Davvero George Martin voleva produrre un suo disco?
Proprio così, il produttore dei Beatles. Aveva mostrato interesse a lavorare con lui. Umberto, però, a Londra arrivava tardissimo agli appuntamenti, anche tre o quattro ore di ritardo, e dopo la terza volta gli hanno consegnato il biglietto di ritorno chiudendo di fatto la trattativa.
Che uomo era Bindi nella vita di tutti i giorni?
Un uomo di casa. Amava cucinare, anche se il tempo che gli restava oltre alla musica era pochissimo. Però preparava il minestrone genovese, la torta pasqualina, i ravioli fatti con la sfoglia sottilissima che si scioglieva in bocca. Amava le piante, il giardinaggio.
Anche in privato era introverso?
Per niente! Gli dicevo spesso che se non avesse fatto il musicista avrebbe potuto fare il comico. Questo nel privato, perché invece sul palco saliva con discrezione, quasi con pudore. Aveva un modo di presentarsi che oggi non si vede quasi più.
C’era qualcosa che lo divertiva o lo appassionava lontano dai palchi?
Il mare, sopra ogni cosa. Amava viaggiare via nave: ogni anno si concedeva almeno due mesi di crociera, partendo da Genova. Aveva perfino un contratto fisso, rinnovato per anni, per esibirsi a bordo delle navi. Quando aveva due o tre giorni liberi prendeva un aereo, andava a fare qualche serata, e poi tornava a bordo per la tappa successiva.
Come sono stati gli ultimi giorni di Bindi?
Sono giorni che porto addosso con un senso di colpa fortissimo che non se n’è mai andato del tutto. Era ricoverato in ospedale e avevo insistito per farlo trasferire in un’altra struttura, perché quella dove si trovava non mi convinceva. Due o tre notti prima di morire mi diceva, con affanno, «mi dispiace per te Massimo… madonnina, madonnina».
Perché porti addosso un senso di colpa?
Ripeteva di non avere la sua acqua preferita da bere, così gli ho detto che sarei andato al bar dall’altra parte della strada a comprargliela. Avevo chiesto agli infermieri, con gentilezza, di tenerlo d’occhio per il quarto d’ora che sarei stato via. Lui, nel frattempo, si è alzato per andare in bagno, è scivolato ed è caduto battendo la testa. Da quel momento non c’è stato più niente da fare. È un senso di colpa che, ogni tanto, ancora riaffiora nei miei pensieri.










