U2, risognando tutto di nuovo | Rolling Stone Italia
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U2
Risognando tutto di nuovo

Lasciarsi per poi ritrovarsi nelle canzoni di ‘Carnaval De Luz’, con l’aiuto di Brian Eno, Dolly Parton, Rosalía e della neurochirurga che ha operato Larry Mullen Jr. Per reincantare il mondo con la «gioia ostinata» della musica

Gli U2 sono insieme da 49 anni e 342 giorni e incredibilmente non si sono ancora stancati gli uni degli altri. O forse sì. «Guarda, sono stati 50 anni d’inferno», dice Larry Mullen Jr., seduto con gli altri a un tavolo all’aperto, a pochi metri da un Mar Mediterraneo che sembra uscito da un quadro divisionista. Il batterista è vestito come sempre in modo impeccabile: polo nera, occhiali Wayfarer, capelli rasati ai lati. «Voglio dire, sinceramente, mettere assieme questi tre, convincerli ad andare in giro a suonare è stato difficile. E poi, quando si tratta di andare in tour, ok, ci sono i palchi, gli allestimenti e tutto il resto, ma santo cielo, i tagli di capelli. E poi doverli guardare da dietro. Onestamente, è stato difficile».

«La fase del mullet dev’essere stata tremenda», dice The Edge non appena si acquietano le risate.

«Della festa lui vedeva solo il retro!», aggiunge Bono.

È una bellissima giornata d’inizio settembre qui sulla Costa Azzurra, a quasi 1500 chilometri dal luogo in cui è nata la band: la cucina della casa dov’è cresciuto Mullen a Dublino. Fra tre settimane i quattro festeggeranno il cinquantesimo anniversario degli U2 nel modo meno nostalgico possibile, annunciando l’uscita il 13 novembre di Carnaval De Luz, il loro primo di inediti da nove anni a questa parte. Il primo singolo Street of Dreams si è rivelato una specie di depistaggio, un pezzo rassicurante tipicamente alla U2 che perè è tratto da un album in cui i quattro si prendono molti rischi spinti dall’ambizione e da un’energia rinnovata. Il tema che informa il disco è la «gioia ostinata» in tempi oscuri, come dice The Edge. Da qui l’ambientazione da carnevale e molti più testi in spagnolo di quanto ci si aspetterebbe da un quartetto decisamente irlandese.

«Abbiamo fatto il disco durante il periodo più travagliato che ognuno di noi abbia mai vissuto», dice Bono, che vede il diavolo all’opera nel mondo. «Non dico a livello personale, ma globale». Nota che un nuovo documentario sull’Ucraina, Black Sunflowers, si apre con un rave in mezzo alla devastazione della guerra, e cita le parole di Dan Savage sulla vita queer ai tempi della crisi dell’AIDS: «Al mattino seppellivamo gli amici, al pomeriggio protestavamo, di notte notte ballavamo… Era per quel ballo che lottavamo».

«Non significa nascondere la testa sotto la sabbia», dice Bono. «Significa dire che loro non devono poter controllare il nostro umore. Non dobbiamo nemmeno nominarle, quelle persone, perché ognuno ha la propria idea di chi siano».

Richiamare lo spirito necessario per realizzare un grande album degli U2 a questo punto della loro storia richiede una forma di ostinazione tutta particolare. “Il passato ed io dobbiamo lasciarci”, canta Bono nel pezzo che apre il disco, il piacevolmente straniante Go (Carnaval De Luz), ispirato ai Suicide e realizzato con l’aiuto di Brian Eno. È una sorta di dichiarazione d’intenti che riecheggia il “I’m ready for what’s next” di Zoo Station. «Ma soprattutto», aggiunge il frontman riprendendo a modo suo la frase che ha appena cantato, «ogni volta che gli U2 entrano in studio in qualche modo devono lasciarsi per poi ritrovarsi. È una cosa difficile da ammettere, ma credo che sia almeno in parte vera. O quantomeno ci sono album cruciali in cui sai che devi ricominciare da capo».

Fermatelo se vi sembra di aver già sentito questa storia. Nel corso di un concerto a Dublino la sera prima della vigilia dei Capodanno del 1989, il cantante è salito sul palco con in testa un cappello da cowboy nero e ha detto al pubblico: «Dobbiamo andare via e risognare tutto di nuovo». Negli anni ’90 la band si è lanciata in una una spettacolare cavalcata tutta pelle e neon, salvo poi temere di essersi annientata con l’elettronica di Pop (anche se pezzi come Mofo hanno retto alla prova del tempo). Con All That You Can’t Leave Behind sono tornati alle basi, quattro musicisti che suonano nella stessa stanza, anche se prima di allora non avevano mai scritto canzoni così semplici e cariche. Ventisei anni dopo, Carnaval De Luz sembra un’altra ripartenza in una età in cui chiunque non si chiami Mick o Keith può ragionevolmente cominciare a pensare al ritiro dalle scene.

La fonte da cui continuano ad attingere non è cambiata. «La fede è al centro di questa storia chiamata U2», dice Bono. Il cappello che ha tolto e appoggiato sul tavolo è un modello rustico di paglia, gli occhiali da sole sono arancioni, riflettenti e con lenti tonde, alla John Lennon. Indossa lino grigio scuro dalla testa ai piedi, che spuntano da sandali di pelle nera. Alle sue spalle, contro la recinzione bianca del ristorante, c’è un tiglio dall’aria vagamente biblica. «La fede negli altri, immagino. La fede in noi stessi, nella nostra comunità, quella che ci ha portati fin qui. La fede nel fatto che qualcosa di più grande di noi ci abbia soffiato il vento in poppa».

The Edge, Larry Mullen Jr, Bono e Adam Clayton nel 1978. Foto: Patrick Brocklebank

The Edge ha affrontato tutto questo con qualche dubbio. È seduto alla destra di Bono e potrebbe quasi passare per la sua guardia del corpo, con un cappellino da baseball nero calato sugli occhi e una catena d’oro sulla maglietta nera. «Siamo ancora rilevanti?», si è chiesto il chitarrista. «Abbiamo ancora qualcosa da dire e che interessi a qualcuno?». La risposta che si è dato: «Essere rilevanti o meno non dipende da noi, ma possiamo provarci ed è quello che abbiamo deciso di fare». Non era «un pensiero gravoso, era più una sorta di pungolo. Come dire: dobbiamo fare in modo che questa cosa conti, prima di tutto per noi».

Carnaval De Luz è parte dello stesso progetto di Days of Ash e Easter Lily, i due EP che la band ha pubblicato quest’anno. Come si capirà da un’edizione deluxe che verrà pubblicata, è sostanzialmente un doppio album costruito attorno al calendario liturgico e pensato per essere ascoltato in sequenza: Carnevale, Quaresima, Pasqua. Lo si potrebbe anche considerare come un ciclo visto che gli ultimi suoni di Easter si rivelano essere le prime note di Carnaval. «Chiedere a un mondo esausto di seguire il calendario liturgico potrebbe essere un po’ troppo», dice Bono sorridendo, «persino per i nostri fan più ferventi. O forse no. È un progetto artistico».

In un testo del secondo EP Bono prende in prestito la prima metà del titolo di un libro che ama, The Death and Resurrection Show: From Shaman to Superstar, che parla delle radici mitiche dello spettacolo. Se fai parte degli U2, naturalmente, è questa la natura del lavoro che fai, calendario liturgico compreso. Continui a reinventarti, a volte ti allontani così tanto da perderti. Puoi perfino scrivere canzoni sull’Uomo Ragno, ma alla fine ritrovi sempre la strada di casa, senza essere mai esattamente quello di prima. Entri ed esci dalle mode, provi a salvare un mondo che non sembra voler essere salvato, magari compari senza essere stato invitato su centinaia di milioni di telefoni, il tutto continuando a raggiungere una sorta di trascendenza e di elevazione negli stadi. E magari ti tocca imparare le stesse lezioni più e più volte.

«La fede è al centro di questa storia chiamata U2»

Bono

«Ci abbiamo messo un sacco di tempo a capire che meno metti dentro una registrazione, meglio suona», dice Adam Clayton, che si è fatto crescere dei notevoli baffi argentati. Per accompagnare l’atmosfera da carnevale, ha scelto una camicia tropicale di Casablanca, decorata con grafiche colorate di pugili. «E in realtà il suono della band è abbastanza buono così com’è».

«Siamo lenti a imparare», dice Mullen, che prima del disco ha vissuto una lenta, privata resurrezione, dopo aver riportato un infortunio al collo per via del quale i medici gli avevano consigliato di ritirarsi. «Siamo molto lenti a imparare».

A inizio giugno, meno di tre mesi prima di morire, Dolly Parton si è avvicinata a un microfono e ha registrato l’ultima traccia vocale dei suoi 70 anni di carriera. “Niente ferisce una madre più di una famiglia in guerra”, ha cantato, con una voce resa ancora più autorevole da un leggero tremolio. La canzone è Torn, il duetto con Bono che chiude Carnaval De Luz. «Era ammalata, è scesa dal letto per cantarla», dice Bono. «E lo senti. Non riesco nemmeno ad ascoltarla, adesso».

Verso la fine della canzone, The Edge sente nella voce di Parton qualcosa di più antico della musica country. «È come un lamento», dice, «il lamento funebre irlandese. E lei ce l’ha nel sangue». Le sue ultime parole: “Every heart is torn”.

Bono ha cercato di coinvolgere Parton per mesi, inizialmente per un progetto parallelo ancora in lavorazione dedicato alle radici irlandesi. «C’è stato un corteggiamento», dice il cantante, che per il compleanno della cantante le ha inviato una cornamusa. «C’è stato un inseguimento. Dolly Parton è una donna dal carattere forte… Il flirt fa parte della sua persona, e non vuole rinunciarci, è uno dei motivi per cui la ammiro tanto». Al telefono le ha fatto ascoltare un paio di bozze, tra cui una intitolata Lifelong. «Ha detto: “È un po’ troppo irlandese”».

«Non ne voleva sapere», aggiunge il produttore dell’album, Garret “Jacknife” Lee, che lavora a fasi alterne con gli U2 dal 2004, l’anno di How to Dismantle an Atomic Bomb. «E comprensibilmente, perché le canzoni non erano quelle giuste». Ricorda che Parton ha detto in buona sostanza: «Sì, voglio fare una canzone. È solo che non me ne avete ancora data una che possa cantare».

Così la canzone l’ha mandata lei, Torn, la storia di una donna indecisa tra due uomini. Bono ne ha intuito il potenziale, ma lui e Johnny McDaid degli Snow Patrol, collaboratore del succitato progetto folk, hanno riscritto il testo raccontando di una madre tormentata dalla lotta tra due figli. Bono ha pensato di ribattezzarla Civil War. Essendoci la sua voce nel brano, sa che la canzone evoca le divisioni dell’Irlanda, ma potrebbe parlare della nazione di Parton o di qualunque altro luogo tormentato. «In qualunque posto» dice Bono «tutti sanno di cosa si tratta… La gente dice che negli Stati Uniti, oggi, c’è chi ha paura perfino di andare al pranzo del Ringraziamento». Inizialmente Bono voleva portare il brano verso una sorta di «folk fantascientifico», una definizione che ricorda la partecipazione di Johnny Cash a Zooropa, ma Lee lo ha riportato verso un approccio più concreto. «È Dolly Parton e non vuoi certo impedire a chi la ama di ascoltarla», dice il produttore. Daniel Lanois ha aggiunto la pedal steel, mentre Mullen ha completato il pezzo con una batteria evocativa e piena di echi, ispirata a una delle più grandi produzioni di Lanois, Most of the Time di Bob Dylan.

Per Bono non è stato facile capire come cantare assieme a Parton, così ha volato basso. Come ha scritto alla cantante, «mi sono semplicemente fatto da parte… Mi sono chiesto: cosa devo fare? Dovrò praticamente parlare e lasciarla fare quel che sa fare. Ha cantato con tutta l’anima, e non riesco a credere che quella sia la voce di una donna di 80 anni».

Con grande sollievo della band, Parton ha approvato il mix finale. «L’ha adorato», dice Lee. «Era orgogliosa della sua voce… Eravamo molto preoccupati che potesse sentirsi a disagio, ma le è piaciuto».

The Edge vede Parton come rappresentante di «un centro radicale, che in questo momento sta diventando una specie di terra di nessuno… Anche noi sentiamo di appartenere a quell’area, ma è tutto così polarizzato oggi che è molto, molto difficile non farsi travolgere da entrambi gli schieramenti… Eppure lei è riuscita ad essere accettata e amata da tutti. È una cosa incredibile. E l’ha fatto, come ha sottolineato Bono oggi, con l’umorismo. L’umorismo era la sua arma segreta. E a quanto pare nessun tiranno ha difese contro l’umorismo».

Foto di classe della Mount Temple Comprehensive School di Dublino, 1978. Bono è in prima fila, terzo da sinistra; alla sua sinistra c’è la futura moglie Ali Stewart. The Edge è nella fila dietro, in piedi e al centro, in giacca e cravatta. Foto: U2

Un’altra figura femminile, questa decisamente viva, è presente nel quarto brano di Carnaval De Luz. Il pezzo si intitola The Mirror Maker (Rosalía) e parla proprio della cantante spagnola. «Di solito scriviamo canzoni su persone in prigione o morte», dice Bono. «Tipo eroi defunti o pezzi per cercare di tirarne fuori uno dal carcere. Questa volta stiamo semplicemente celebrando un’artista straordinaria». Come la maggior parte dei veri appassionati di musica, Bono è ossessionato da Rosalía e dal suo capolavoro del 2025 Lux, che lo ha preceduto su molti dei temi che sperava di esplorare, fino ad arrivare al titolo Lux/Luz/Light. «Ci è arrivata appena prima di noi e questo è irritante ma anche molto stimolante», dice Bono, convinto che condivida l’obiettivo di «reincantare il mondo» con l’arte.

La canzone, che si apre con un riffone di chitarra acustica degno di Pete Townshend, è nata intorno al 2017 come demo di The Edge intitolato Kuti Rocker, un riferimento a Fela Kuti. A un certo punto si è chiamata anche Delilah e Child of the Age. «La versione che usiamo nell’album è la numero 196», dice Lee. «Ha un testo completamente diverso. È stata difficile da realizzare, perché all’inizio era una canzone rock’n’roll con chitarre elettriche e continuavamo a cercare di riportarla verso Ziggy Stardust o qualcosa del genere, con le chitarre acustiche… Il rock’n’roll può essere molto maschile e quando lo è troppo può risultare respingente. Quindi bisogna metterci anche un po’ di femminilità ed è per questo che Bowie funziona e che funzionano i T. Rex… Non è cock rock».

«Rosalía è un’eccezione, di solito scriviamo canzoni su gente in prigione o morta»

Bono

A circa metà di quelle 196 versioni, secondo i calcoli di Lee, la canzone ha trovato il proprio oggetto. «Perché stiamo cantando di Rosalía?», ricorda che la band si chiedeva. «Che rilevanza ha?».

La risposta di Bono rimanda a The Death and Resurrection Show, che ha letto per la prima volta negli anni ’90 («La “magia” dello show business è magia vera», sostiene l’autore Rogan P. Taylor, collegando gli artisti allo sciamanesimo. «Trae la sua forza da un patrimonio religioso incredibilmente ben rifornita». Il libro afferma anche che gli antichi sciamani tendevano a perdere un genitore in giovane età, cosa che di certo avrà fatto drizzare le antenne al cantante degli U2). «Tutti abbiamo a che fare con una certa dose di narcisismo», dice Bono. «Anche per il semplice fatto di scrivere o di pensare che a qualcuno dovrebbero interessare le tue idee. È facilissimo perdersi dentro quello specchio e semplicemente in ciò che si riflette alle tue spalle mentre guardi nello specchio, il mondo che hai dietro di te». Mentre parla, intravedo il mio riflesso nei suoi occhiali da sole. «Ma ci sono artisti che vogliono attraversare lo specchio e vedere cosa c’è dall’altra parte. Patti Smith era una di loro quand’ero ragazzo. Ce ne sono molti, ma non abbastanza… Rosalía è una di essi. E c’è questa idea che siamo corpo, anima e spirito. Un’idea decisamente antiquata, quasi ingenua. E lei la affronta con grande coraggio e autoironia… Non esiste solo la fisica, esiste anche la metafisica».

«È solo un po’ imbarazzante che sia diventata così popolare prima che pubblicassimo la canzone», aggiunge. «Ma non importa. Tutti conoscevano anche Martin Luther King».

Non si sentiva minimamente a suo agio all’idea di pubblicare la canzone senza il permesso dell’artista, così ha contattato un’amica che i due hanno i comune, ovvero Penélope Cruz, in preda a una sorta di panico. «L’ho chiamata e le ho chiesto che cosa cosa dovevo fare», racconta. «“Chiamala e basta”. “Ma sembro uno stalker”». Rosalía a quanto pare l’ha presa con ironia, lo ha incoraggiato e lo ha fatto ridere tantissimo. Si sono scambiati messaggi e hanno parlato della comune passione per Federico García Lorca. Non l’ha ancora incontrata. «Non credo che riuscirei a incontrarla, adesso. Sto solo cercando di trovare il coraggio per mandarle il mix finale».

La canzone si apre col falsetto di Bono che imita, come dice lui, il soprano di Rosalía. «L’idea era cercare di convincerla a partecipare», dice Lee. «Poi abbiamo realizzato: perché mai qualcuno dovrebbe cantare in una canzone che parla di lei? Non avrebbe senso. “Sentite quanto sono fantastica!”. A me sembrava che la voce di Bono funzionasse benissimo, quindi ho pensato: perché dovremmo sostituirla?».

Ai tempi di ‘Achtung Baby’. Foto: Anton Corbijn

A marzo del 2024, Larry Mullen Jr. ha assistito per la prima volta a un concerto degli U2 da spettatore. In quel momento non sapeva se sarebbe mai riuscito a suonare di nuovo. Per le 40 date allo Sphere di Las Vegas, la band ha chiamato come sostituto Bram van den Berg. Mullen ha aspettato il 39esimo concerto prima di andare a vederli: «Non volevo attirare l’attenzione», dice, ma non era quella la sua unica fonte di esitazione.

La personalità di Mullen è intensa quanto il suo modo di suonare: anche quando scherza, la forza del suo sguardo può intimidire. Lee ammette che un tempo aveva «paura di Larry» e si chiedeva se lo avrebbe preso a pugni per qualche osservazione fuori posto. Questa volta, però, le cose sono cambiate: i due sono rimasti insieme in studio fino a tardi per ore, sperimentando da soli diversi approcci alle percussioni, una cosa che Mullen non aveva mai fatto per nessun altro album.

In quella condizione, Mullen ha rivolto tutta quell’energia contro se stesso: «C’è una certa dose di umiliazione quando ti fai male e non riesci a riprenderti, e io mi sentivo umiliato», dice il pomeriggio seguente, seduto allo stesso tavolo a pranzo sulla spiaggia, pronto a raccontare nel dettaglio per la prima volta il percorso che lo ha riportato negli U2. «Ed è roba mia, solo mia».

L’idea di ritrovarsi improvvisamente fuori da un gruppo di cui si è sempre stati al centro sembra un incubo, ma «non è stato così brutto come potreste pensare», dice Mullen. «La band stava facendo quel che doveva fare. Quelle parti di batteria sono mie, sono quelle che suonavo da ragazzino, molte delle quali senza sapere cosa stessi facendo. Sentivo Bram che le suonava molto bene, e gliene ero grato. È strano dirlo, ma era così. Non avevo la sensazione di essere stato lasciato indietro. Tutti quei sentimenti erano miei, erano sentimenti personali di umiliazione, ma non avevano a che fare con la band. Erano rivolti verso me stesso».

Da anni Mullen era fin troppo consapevole di avere un problema al collo, una fusione congenita di una faccetta articolare. Non gli avrebbe creato particolari problemi se, per mestiere, non avesse continuato ad aggravarla colpendo forte piatti e tamburi. «Se non fai il mio lavoro, praticamente non te ne accorgi e per anni sono riuscito a farla franca». Ma durante la parte del 2019 del Joshua Tree Tour, la situazione sono cambiate. Provava dolore e le cure mediche di cui aveva bisogno ogni sera per riuscire a suonare, alla lunga, gli stavano facendo male: «Quando sono tornato dal tour, ero messo male».

Era esausto dopo anni di tour senza tregua, ma continuava a dare per scontato che si sarebbe ripreso: «Pensavo: mi riprendo sempre, riesco sempre a tornare… Ma avevo un gran bisogno di fermarmi. Avrei solo preferito prenotare un volo da qualche parte invece di ritrovarmi su una barella in ospedale». Quando è arrivato il Covid, ha smesso completamente di suonare: «Non suonavo la batteria nel bunker, perché mi faceva troppo male. È stato durante il Covid che mi sono reso conto che il mio fisico aveva subito danni irreparabili… Mi sono fermato, come tutti, e il mio corpo ha semplicemente detto: ne hai avuto abbastanza».

Eppure quando intorno al 2022 è nata l’idea della residency allo Sphere, Mullen aveva accettato. «Avevo dato la mia disponibilità, poi, un paio di settimane dopo, il mio fisioterapista mi ha detto: “Non riuscirai nemmeno ad arrivare alla fine delle prove. Devi tirarti indietro”. Ed è stato molto difficile, molto complicato farlo, perché avevo preso un impegno».

Non aveva alcun problema con il fatto che i suoi compagni continuassero senza di lui. «Lo capivo perfettamente, gli affari sono affari e niente può intralciare il processo, lo accetto al 100%. Quindi quella regola non scritta» secondo cui un membro della band può essere sostituito sul palco «in quel caso valeva per me. In un’altra situazione potrebbe valere per qualcun altro. È il prezzo da pagare quando si ha un business. È complicato essere amici, avere un rapporto amichevole e allo stesso tempo avere un business. Quindi sì, tutti proviamo dei sentimenti. Non mentirò dicendo che non è stato difficile, ma nessuno me l’ha imposto».

Guardando gli U2 suonare senza di lui, ha pensato ai musicisti che sono stati sostituiti nelle band per un capriccio del cantante. «Ho pensato a… come ci si debba sentire. Io non mi sentivo così».

All’inizio della residency allo Sphere, Mullen ha raggiunto i compagni in studio per registrare il singolo Atomic City e partecipare al video: «A quel punto non sapevamo se quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe suonato con noi», dice Clayton. Tra bassista e batterista esiste un legame particolare e Clayton considera il suo rapporto con Mullen quasi un matrimonio. Suonare con un altro batterista gli è sembrata «una cosa promiscua», per quanto ammirasse le capacità musicali di van den Berg.

Il futuro della band sembrava incerto: «Non sapevamo se Larry sarebbe tornato», dice Clayton. «Potevamo andare avanti? Volevamo andare avanti? È ancora una domanda aperta». Ma Edge dice che Carnaval De Luz esiste soltanto perché Mullen è tornato. «Non credo che avremmo fatto un album se Larry non fosse stato in grado di suonare», dice. «Avremmo semplicemente pensato: “Perché mai fare un album senza Larry Mullen? Non sarebbe giusto”».

I quattro U2 stanno dividendo i pesci alla griglia ordinati da Clayton e parlano, sorprendentemente a lungo, di progressive rock. Da anni Bono presenta il prog rock – o almeno una sua caricatura piuttosto approssimativa – come una specie di spauracchio musicale che incarna tutto ciò che gli U2 hanno sempre cercato di evitare. Nella sua testa, più che un vero genere capace di passare dal sublime (King Crimson, Rush) al ridicolo (Tales From Topographic Oceans, il famigerato Camelot-on-ice di Rick Wakeman), è una scorciatoia per indicare un certo approccio: atmosfera, pretenziosità e autoindulgenza al posto di melodie a presa rapida e immediatezza.

Foto: Anton Corbijn

«Siamo cresciuti con i 45 giri rock’n’roll», mi ha detto nel 2009. «È di gran lunga la cosa più difficile da fare bene ed è la vera forza vitale del rock: vitalità, sintesi e capacità di entrare in testa, che si tratti di Sex Pistols, Nirvana, Pixies, Beatles, Who, Rolling Stones… E quando il rock dimentica il 45 giri, tende al progressive rock, che è come una muffa che cresce sugli artisti vecchi e bolliti rimasti senza idee. Nella nostra band c’è un lato da colonna sonora/Pink Floyd e deve essere bilanciato da una scrittura solida». In seguito Bono ha deciso che proprio l’album che gli U2 stavano realizzando mentre facevamo quella conversazione, No Line on the Horizon, aveva subito una sorta di infestazione prog. Per i due dischi successivi, Songs of Innocence del 2014 e Songs of Experience del 2017, ha rimandato la band a quella che ha definito «scuola di scrittura delle canzoni».

A quanto pare, invece, a Edge il prog piace davvero, in particolare gli Yes, band che adorava al punto da scriverne il nome sui jeans quando andava al liceo. E Bono ha qualcosa da raccontargli. Sta parlando di quanto gli U2 debbano ai loro produttori e il discorso arriva a Brian Eno. Durante la lavorazione di The Unforgettable Fire, Eno ha insistito perché la band ascoltasse in continuazione la magistrale State of Independence di Donna Summer, prodotta da Quincy Jones, finché «non si è trasformata in una preghiera, che è quello che è davvero», dice Bono. La canzone è rimasta nella testa del cantante per i successivi 40 anni, ma soltanto di recente è andato online e ha scoperto che Jon Anderson, ex cantante degli Yes, era tra gli autori.

Così Bono ha ascoltato alcuni pezzi degli Yes, per la prima volta in vita sua. Negli armonici cristallini della chitarra di Steve Howe ha riconosciuto un’affinità con Edge, un altro chitarrista determinato a evitare i cliché blues del rock. Poi a Bono è tornato in mente il titolo del quinto album della band. «È Close to the Edge», dice. «Il nome di Edge viene proprio da quel periodo musicale contro cui ho combattuto per tutto questo tempo!» (al tavolo Edge non contesta l’affermazione, anche se in passato ha messo in dubbio questa versione sull’origine del suo soprannome).

Bono si gira verso Edge: «Ti dovevo delle scuse», dice, citando «la mia lunga, e probabilmente offensiva, campagna nell’accusare te e altri di soffrire di un lurgy”», termine britannico per indicare un malanno, «chiamato progressive rock nei vostri momenti peggiori».

Edge sorride, increspando il pizzetto scuro e perfettamente curato: «Volevo solo far notare che Bono diventa assolutamente favorevole al prog quando gli fa comodo», dice, citando gli accordi e l’arrangiamento di The Tears of Things, da Days of Ash, come «progressive rock nella sua forma migliore». Rivela inoltre che Bono ha scritto un’introduzione alternativa per il brano d’apertura del nuovo album «fortemente influenzata dagli Yes» (Mullen, per quel che vale, fa risalire tutte le sue radici musicali al glam rock, e il massimo a cui si avvicina al prog è l’unico album dei Blind Faith; in quanto a Clayton, «non andavo certo a cercarmi musica suonata da uomini in calzamaglia, sapevo che lì non c’era niente per me». Detto questo, è un fan dei Tool).

In realtà, tutta questa discussione è meno fuori tema di quanto sembri. Parte dell’entusiasmo suscitato dalla nuova musica degli U2 nasce proprio dal fatto che si è liberata dai vincoli del formato del 45 giri. Easter Lily si chiude con l’ipnotica e sorprendente Coexist (I Will Bless the Lord at All Times?), che dura quasi sette minuti. È nata da alcuni accordi di synth delicatamente pulsanti di Eno, contenuti in un file che aveva chiamato Melancholic Space Grandeur. Bono ci ha improvvisato sopra, prendendo in parte ispirazione da State of Independence. Anche questa canzone è una preghiera. La versione originale durava 17 minuti e Bono ha seriamente pensato di pubblicarla così. Lee lo ha convinto a ridimensionarla: «Gli dicevo: “È molto bella, ma la gente la ascolterà una volta sola”».

«Non credo che avremmo fatto il disco senza Larry»

The Edge

Nel nuovo album non mancano comunque i ritornelli pop, dalla decisamente sexy Glorify (“As the heavens fall / Baby don’t we all?”) alla trascinante La Reina (“Let’s hear it one more time / For the face of the future”), fino al falsetto impossibile da togliersi dalla testa di Superficiality (“Freedom is a feeling / It’s a feeling that I have around you”). Bono riconosce che dopo Songs of Experience ha finalmente abbandonato l’idea che gli U2 possano ancora dominare le classifiche con una grande hit.

«Immagino che quando le classifiche pop si stufano di te, ti difendi dicendo: oh, tanto non mi interessavano davvero, anche se sai che non è vero… Io volevo sentire le nostre canzoni alla radio. Non c’è ancora niente che mi entusiasmi di più… Quando c’era la possibilità di riuscirci, volevo tirare fuori la canzone pop perfetta. Lo volevo davvero. Ci sono quasi arrivato, ma non del tutto. Ho incontrato persone incredibili, ho imparato da loro, ma non sono riuscito a condensare tutto in quella canzone. Quella definitiva. Non ci sono riuscito».

«Adesso», continua, «la canzone è una ricompensa in sé». Qualunque cosa accada con il nuovo album, aggiunge, «non ne faccio una colpa alle canzoni. È semplicemente il momento in cui ci troviamo… È per pochi, non per molti». Ricorda di avere letto un’intervista a Bob Dylan in età avanzata in cui il cantautore accettava che la sua musica non fosse più destinata alle masse e diceva che avrebbe semplicemente insistito ancora di più nell’essere se stesso. «Nessuno è più bravo di Bob Dylan a essere Bob Dylan. Nessuno è più bravo a stare negli U2 di Edge, Adam, Larry e me. Magari altri vorrebbero stare negli U2, ma in realtà noi non siamo niente male».

Detto questo, la band sta comunque cercando di ricavare una versione per la radio del nuovo pezzo preferito di Bono, The Greatest Show on Earth, che dura cinque minuti e mezzo. «Forse è la nostra canzone migliore da moltissimo tempo. È stata una ragione per restare nella band». È un’epopea a combustione lenta, dalle dimensioni IMAX, e racconta una storia d’amore andata in frantumi e nel frattempo lancia qualche stoccata al nazionalismo cristiano (“Is this a church of love or fear? / Have we made God feel like a stranger here?”).

Cerca di catturare qualcosa dello struggimento estatico e cantato da crooner di You’ve Lost That Lovin’ Feelin’, con un accenno a Bertolt Brecht: “Love is a business that works at night / I sold myself for less than was right”. Bono aveva in mente il titolo da molto tempo, ma vedere Elvis Presley cantare Lovin’ Feelin’ nel film-concerto del suo amico Baz Luhrmann lo ha aiutato a trovare la chiave elegiaca della canzone: «Un tempo eravamo noi il più grande spettacolo sulla Terra. Potrebbe esserci», dice, incapace di trattenersi, «una versione che riusciamo a far passare in radio».

Mullen e Clayton sono semplicemente contenti che la band abbia cambiato metodo rispetto al periodo di Innocence/Experience, quando si rimpallavano le canzoni tra produttori e coautori diversissimi tra loro. «Era molto difficile quando c’erano così tanti produttori coinvolti», dice Mullen. «Quindi cos’è la band? Cosa fa la band? Come funziona?… Non sapevo cosa avrei dovuto fare. Quindi in studio finivo per stare seduto e guardare. Non sono abituato a stare a guardare».

In quel periodo, aggiunge Clayton, «il suono della band era diventato molto confuso, molto impastato. Sai, sovraincisioni di tastiere e tutto il resto. Questo disco, invece, nasce decisamente dal desiderio di far suonare la band come se fosse tutta nella stessa stanza a suonare insieme». È anche pieno di linee di basso enormi, che spingono le canzoni. Clayton si affretta a riconoscere a Edge il merito di averne composte alcune, ma il chitarrista gli restituisce il complimento. «Una cosa che so sempre è che quando suona Adam cambia completamente tutto. Posso anche lanciargli un’idea, ma è incredibile come, quando Adam e Larry suonano insieme, tutto aumenti del 50% in termini di profondità, intensità e personalità».

Allo Sphere di Las Vegas con Bram van den Berg alla batteria. Foto: Kevin Mazur/Getty Images for Live Nation

Lee, che ha lavorato agli ultimi due album, ha visto le canzoni passare da un collaboratore all’altro, sparsi un po’ ovunque, fino a quando «ti ritrovi con una specie di Frankenstein, pezzi di cose diverse che, messi insieme, non significano granché». E non esclude se stesso dalle responsabilità. «Mi vergogno a dirlo, ma non avevo capito la potenza di Larry e Adam».

Edge pensa che la band abbia corretto troppo la rotta per due volte. No Line, sostiene, è il momento in cui il gruppo «ha perso di vista la scrittura delle canzoni come disciplina». Nei due album successivi sono andati «quasi esattamente altrettanto fuori strada nella direzione opposta», finendo per essere «un po’ troppo tecnici… un po’ troppo precisi». Questa volta «niente era intoccabile. Niente era finito finché non era davvero finito». Ma continua ad apprezzare gli ultimi due dischi. «Credo siano usciti in un momento in cui gli U2 forse non erano più di moda come un tempo, quindi è possibile che parte di quel lavoro sia stata un po’ sottovalutata».

Mullen adesso si rende conto che tutta quella fatica creativa, per quanto frustrante, aveva uno scopo. «Il bastian contrario che è in me direbbe: “Visto? Non dobbiamo lavorare così tanto”. Ma non è vero. La verità è che devi spingerti oltre e assumerti dei rischi per arrivare dall’altra parte». Per come la vede lui, la lezione riguarda meno la scrittura delle canzoni che l’identità. «Gli U2 non possono essere come tutti gli altri. Semplicemente non possiamo. Non abbiamo le capacità per farlo. Saremo sempre, e dovremo sempre essere, fuori dagli schemi… Il percorso tortuoso che ci ha portato a questo disco è proprio questo. È riconoscere che la band non è malleabile come speravamo… Ci è voluto molto per arrivare fin qui. Significa prendere atto di 50 anni».

A un certo punto durante le session è passato Barack Obama, e perché mai non avrebbe dovuto? «Ci siamo divertiti, abbiamo parlato di musica, di Kendrick Lamar e di un sacco di film», dice Lee. «Ha buon gusto». Bono ha fatto ascoltare all’ex presidente una canzone ancora in lavorazione, The Tears of Things. «Spesse volta non cerca l’opinione di qualcuno», spiega Lee, «ma guarda come reagisce mentre la canzone suona, e capisce subito quando una frase non funziona». Obama non aveva soltanto un’opinione: aveva anche delle annotazioni. «Ha fatto notare a Bono una cosa sul cambio che avviene a metà canzone. Ha fatto un’osservazione pertinente. È molto bravo».

La canzone è, per usare un eufemismo, una scommessa ambiziosa: la lettura ellittica di Bono delle migliaia di anni di storia che hanno portato a Gaza, con uno sguardo partecipe alla storia del popolo ebraico, il tutto raccontato contemporaneamente dal Davide biblico e dalla statua che Michelangelo gli ha dedicato. Alla fine implora: “Everybody is my people / Let my people go”, e si chiede: “Chi sceglierebbe di essere scelto?”.

«È un tentativo di cercare di capire cosa stia succedendo in un mondo in cui non abbiamo mai avuto bisogno della forza morale dell’ebraismo quanto adesso», dice Bono. «Eppure, che cosa sta succedendo?». Non per la prima volta condanna l’attacco di Hamas del 7 ottobre, definendolo «un’offesa sacrilega». Ma è particolarmente sconvolto dalle parole di Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano di estrema destra per la Sicurezza nazionale, e paragona a Himmler la sua retorica su Gaza («Ci sono persone lì che non sono degne di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone», ha detto Ben-Gvir).

«Da persona che è stata al fianco di Israele», dice Bono, «e che continua a stare al fianco di Israele – così come, tra parentesi, sto con il popolo palestinese, perché abbia una Palestina – c’è tutto questo dibattito semantico sul genocidio, che è un termine giuridico, e prima o poi la Corte penale internazionale e la Corte internazionale di giustizia si pronunceranno. Ma qui c’è un uomo, un ministro del governo, che non viene arrestato… e Netanyahu dice: “Mi serve per mantenere la maggioranza”».

Scuote la testa. «Tantissime delle persone che hanno allargato i miei orizzonti, cambiato la mia coscienza, fatto ridere, spezzato il cuore con le loro canzoni, risollevato lo spirito sono ebree. E quest’uomo sta gettando un’ombra sulla loro religione… È semplicemente scandaloso». Israele, aggiunge, deve «risolvere la situazione. Deve rimediare alla Nakba, arrivando a qualche compromesso che alcune di queste persone non vogliono accettare, e fare la cosa giusta. La giustizia è al cuore dell’ebraismo».

«Israele deve rimediare alla Nakba»

Bono

«La quiete di Tears of Things è rabbia che ribolle», conclude Bono. Era anche una canzone potente che sembrava non appartenere all’album che volevano realizzare, e non era l’unica. Secondo i conti di Clayton, gli U2 avevano «25, 30, 35, 40 pezzi su cui stavamo lavorando, che stavamo prendendo in considerazione, e sembravano troppi per farli passare tutti attraverso la stessa porta». Fin dall’inizio i membri della band avevano in mente il ciclo Carnevale-Quaresima-Pasqua, ma inizialmente pensavano che potesse confluire tutto, in qualche modo, nello stesso album.

All’inizio di quest’anno hanno cambiato idea. «Tra tutto il materiale che avevamo c’erano cose che non si adattavano a quell’idea opposta, gioiosa, carnevalesca, di celebrazione del corpo», spiega Edge. «Così ho detto: “Pubblichiamo qualche canzone adesso. Abbiamo questi pezzi finiti che probabilmente non vedrebbero mai la luce e insieme hanno un senso”. Poi Bono ha detto: “Sì, hanno senso in questo periodo del calendario”». Mancavano poche settimane al Mercoledì delle Ceneri. «Era perfetto. Facciamolo. Io pensavo a una o due canzoni. Lui fa: “No, facciamone tipo sei”».

Lee stava per tornare a casa dalla sua famiglia per prendersi un po’ di tempo libero. Invece lui e la band hanno cominciato a lavorare con un’intensità quasi folle. «Pensi che potrebbe essere un’idea terribile perché scombina i piani e abbiamo solo pochi giorni per finire e ci sono due canzoni che non abbiamo nemmeno scritto. Quindi il rischio è enorme e dobbiamo davvero cominciare a lavorare 18 ore al giorno, sette giorni su sette, per le successive due settimane, se vogliamo farcela».

Edge ha cominciato a scrivere la musica di American Obituary, in cui si piange la morte di Renée Good per mano di un agente dell’ICE, appena quattro settimane prima della pubblicazione. Prima di finire il testo, Bono ha organizzato una chiamata Zoom con tre generazioni della famiglia Good, «le persone migliori che potreste mai incontrare. Come principale autore dei testi, volevo semplicemente assicurarmi che per loro andasse bene. E il padre, quando sono arrivato alla parte “America will rise against the people of the lie”, mi ha chiesto da dove venisse. Gli ho detto: “È un libro che Edge mi ha regalato, di M. Scott Peck, negli anni ’80”». Il padre di Good ha indicato lo stesso libro sul proprio scaffale. «E la cosa straordinaria di queste persone è che erano loro a cercare di mettere me a mio agio». La compagna di Good ha raccontato a Bono che prega per l’agente dell’ICE che ha sparato a Good, ispirandogli il verso “I love you more than hate loves war”.

Hanno pubblicato l’EP Days of Ash senza alcun preavviso e senza fare rumore, praticamente limitandosi a farlo comparire sulle piattaforme di streaming. L’esatto contrario di mettere un album su ogni iPhone del pianeta. «Qualche anno fa abbiamo avuto un incidente piuttosto grosso» dice Clayton sorridendo «e non volevamo ripetere l’errore. Ci piaceva l’idea di pubblicare queste canzoni in un modo che non facesse pensare alla gente che quello prendesse il posto dell’album».

«Stiamo nascondendo il nostro nuovo album», dice Bono, «mi ha sorpreso che fossero tutti d’accordo».

Si erano appena ripresi quando il frontman ha proposto un secondo EP per Pasqua. Ed è ricominciata la corsa. «Ecco un’altra emergenza», dice Lee. «E allora diciamo: “Non possiamo rifarlo”. Ma lo abbiamo fatto e forse anche meglio. Quando tutti remano nella stessa direzione possono succedere cose molto potenti, soprattutto con gli U2, perché quando Bono entra in questo stato di energia diventa una forza inarrestabile».

Ultimamente, più che mai, Bono pensa al male. È rimasto colpito dal recente adattamento teatrale di Simon McBurney de Il Maestro e Margherita, il libro che ha ispirato Mick Jagger nella scrittura di Sympathy for the Devil, in cui Satana prospera in una Mosca dove nessuno crede che esista. «Qualunque cosa sia, chiamala come vuoi. Io non so cosa sia», dice Bono. «Ma qualcosa è entrato nell’aria. Tutto ciò che tu e io consideriamo sacro – perché probabilmente saremmo andati agli stessi concerti, magari avremmo discusso dei Rush, ma neanche troppo – quasi tutto ciò che consideri sacro è minacciato».

Le riprese del video di ‘Street of Dreams’ a Città del Messico, a maggio. Foto: Eloisa Sanchez

Il diavolo, “un ladro a piede libero in un carnevale di anime”, è anche un personaggio della canzone più feroce dell’album, appena pubblicata come singolo. Dopo gli EP, i membri della band si sono improvvisamente resi conto di avere già utilizzato alcuni pezzi destinati all’album e di averne bisogno di altri. Una delle ultime tracce che hanno creato è stata Silencio. Lee temeva che l’album fosse «un po’ troppo dimesso» ed Edge ha tirato fuori un riff di chitarra cattivo e incendiario che gli era rimasto dai tempi di Songs of Innocence. «Avevamo bisogno di qualcosa con questa energia», dice Edge. «È venuta fuori molto rapidamente».

“Nel silenzio”, canta Bono, “il diavolo fa rock’n’roll”. Ma il testo distingue tra due tipi di silenzio. «C’è un silenzio bellissimo, quello di quando ti trovi in uno stato di riflessione – e non c’è niente di male», dice Edge. «Ma esiste anche un’altra forma di silenzio, che è una specie di censura, di autocensura, ed è lì che le cose possono diventare molto pericolose».

«Conoscerai il saggio di Hannah Arendt sulla banalità del male», dice Bono. «Ecco, il silenzio è questo. È letteralmente di questo che parla».

Dopo essersi sottratto dagli impegni allo Sphere, Mullen ha fatto di tutto per essere operato al collo. I medici non ne volevano nemmeno parlare, non c’era alcuna garanzia che l’intervento avrebbe funzionato e quello era il problema minore: esisteva infatti una possibilità, remota ma concreta, che l’operazione lo lasciasse paralizzato. «La gente non vuole correre rischi», dice il batterista. «La maggior parte delle persone mi diceva: “Sai cosa? Hai fatto tutto ciò che dovevi fare. Ritirati. Goditi la pensione. Che senso ha sottoporti a tutto questo?”». Anche la famiglia era contraria. Gli chiedo come abbia risposto alle loro obiezioni e lui scrolla le spalle: «Le ho ignorate».

Possiamo definirla una scelta eroica o folle oppure il più estremo dei tanti atti di fede compiuti dalla band, ma Larry Mullen Jr. era disposto a correre il rischio a dimostrazione quanto gli U2 significhino per lui. «Non c’è stato un solo momento in cui abbia avuto dei dubbi. Io sono uno che riflette sulle cose. Tra il cuore e la testa, scelgo la testa. Faccio i miei calcoli, seguo la logica. Ma il desiderio di tornare a suonare ha superato tutto il resto. Succede quando ti trovi davanti all’eventualità di non poter più fare la cosa che ami di più, quella che hai fatto per la maggior parte della tua vita. È incredibile quello che fanno il cervello e il corpo, entrano in un’altra modalità».

Alla fine una giovane neurochirurga di Dublino ha accettato di operarlo. Mullen ha ringraziato, ma è rimasto un po’ spiazzato quando lei gli ha detto che il motivo per cui aveva accettato era perché lo considera un patrimonio nazionale. «Ho pensato: ora sì che andrà tutto per il verso sbagliato, potrei diventare un patrimonio nazionale disoccupato».

L’operazione invece è andata bene e dopo tre o quattro mesi Mullen era già seduto alla batteria. «Mi sono reso conto che stavo suonando in modo diverso. Era tutto diverso. Il corpo non funzionava più come prima». Sapeva che batteristi come Max Weinberg avevano preso lezioni dopo avere avuto un infortunio, ma non riusciva a immaginare di fare altrettanto. Il suo unico insegnante di batteria, un musicista jazz di Dublino, aveva provato per un breve periodo a insegnargli da ragazzo a suonare come Steve Gadd. Non aveva funzionato. «Credo di averlo distrutto. È impossibile insegnarmi qualcosa».

Così ha deciso di ripartire dalle basi e trovare il modo «più efficiente» di suonare. «Con gli anni inizi a correre troppo. Ti basta un infortunio al collo per riportarti coi piedi per terra perché dopo non hai più tutte le abilità che hai imparato, tutte quelle piccole astuzie che hai acquisito. Non puoi più farci affidamento».

Quando si è sentito pronto, ha scritto ai compagni di band (stranamente, gli U2 non hanno una chat di gruppo che comprende tutti e quattro, «non l’abbiamo ancora fatta», dice Mullen, «mi sa che dovremmo crearne una»). Si sono ritrovati per una session nello studio del loro amico Julian Lennon, non lontano dalla casa di vacanza che Bono e The Edge possiedono qui nel Sud della Francia. «Mi sono seduto alla batteria ed è stato come salire in auto: ho inserito la prima e iniziato a guidare… Non suonavo da qualche anno, non sapevo se fossi ancora creativo o meno». Ha dato tutto. «Mi sono girato a guardare gli altri. Sembravano non aspettarsi niente di tutto ciò, ma nemmeno io me l’aspettavo».

Una seconda session nello stesso studio ha fruttato Street of Dreams, la cui versione presente nell’album finisce per essere «più o meno quello che abbiamo suonato insieme», secondo Clayton. «È stato il primo passo nella giusta direzione».

«Adam si è sempre considerato un giovane anziano, io penso a me stesso come a un anziano giovane»

The Edge

«Una volta che Larry è tornato, tutto ha iniziato ad avere senso», ricorda The Edge. «Tutte le mie domande e le mie insicurezze hanno iniziato a trovare risposta».

«Ero consapevole, fin dalle prime session con Larry, che stava suonando in modo diverso», spiega Bono. «Con più autorità, se la parola ha senso, ma con un’attitudine più giocosa».

In Days of Ash, una o due parti di batteria sono state sostituite da una drum machine. «In passato avrei pensato: merda», racconta Mullen. «Questa volta invece ho pensato che funzionava, che era la cosa giusta da fare. Non sento più il bisogno di essere ovunque».

«Il vecchio Larry avrebbe posto il veto», dice Clayton. «Il nuovo Larry è più morbido, più gentile, più rispettoso dell’impegno degli altri».

«Sto lavorando sul “no” positivo», scherza Mullen, ma sa che il suo vecchio ruolo comportava dei rischi. «Il bastian contrario può essere facilmente dipinto come il cattivo e so che sono stato percepito così in passato. Avevo la sensazione di camminare sul filo. Le persone hanno dei ruoli: serve uo come Bono che poi spinga tutto in una direzione. Ora lo capisco. Senza quella figura non ci sarebbe bisogno né del bastian contrario, né di quello che prova a far andare tutti d’accordo, o di quello che si occupa dell’estetica».

La band sta preparando un tour negli stadi che non è stato ancora annunciato. Hanno appena iniziato le prove. È la prima volta che Mullen suona i vecchi pezzi dopo l’operazione e secondo Clayton li sta affrontando in modo diverso, ma forse non è una novità. Prima di provare Pride (In the Name of Love), il batterista ha confrontato la versione in studio con varie esecuzioni dal vivo e si è reso conto che non è mai stata suonata nello stesso modo. Riascoltando la registrazione delle prove recenti è rimasto «piacevolmente sorpreso dal fatto che non suoni vecchia».

Mullen ancora non sa quanto riuscirà a suonare, né come reagirà il suo corpo una volta in tour. «Anche se non riuscissi a suonare per due ore e mezza, se riuscissi a farlo per un’ora, sarebbe già abbastanza. Sono stato così fortunato che lo accetterei».

«Prego solo che tutti stiano bene», dice Bono. «E che Larry, più di tutti noi, riesca a mantenersi in forma».

La mattina dopo il pranzo di gruppo, The Edge è già al lavoro su una nuova canzone. «È quel che faccio», dice scrollando le spalle. «Suono la chitarra e cerco di capire dove mi portano gli accordi e se può uscirci una canzone». È seduto sotto un ombrellone sulla terrazza della spettacolare casa estiva che condivide con Bono, non lontano dal ristorante. Oggi indossa una t-shirt grigia, lo stesso cappellino da baseball nero e la stessa catena. Ai piedi ci sono piastrelle in terracotta, dietro di lui un pino si protende verso il mare.

I suoi archivi sono pieno di canzoni come quella a cui sta lavorando oggi. Sul telefono ha oltre 11mila memo vocali, molti delle quali contengono idee musicali. «È una sfida tenere a mente tutte le demo promettenti, ma è il più delle volte riesco a ricordarle o a ricordarmi di conservarle».

Gli U2 oggi. Foto: Michael Schwartz

Il tesoretto musicale degli U2 non è stato ancora scoperto del tutto. Oltre ai pezzi pensati per essere pubblicati, ci sono le outtake di Carnaval a cui sono affezionati tra cui Get Back to Now, il cui testo è ispirato al periodo trascorso da Bono ad Hanoi. Lee racconta che durante le session The Edge teneva due lavagne bianche: una dedicata al progetto in corso e l’altra con l’elenco di «altri cinque album, potrebbe esserci un disco acustico o elettronico…». Sul suo computer, The Edge dice di avere «circa otto cartelle con progetti diversi», tra cui una intitolata Songs of Ascent, l’album riflessivo e acustico di cui la band parla dal 2009. «Ci sono un sacco di canzoni lì dentro che potremmo riportare in vita», dice il chitarrista.

All’inizio del processo di lavorazione dell’album, Bono e The Edge hanno passato cinque giorni con Brian Eno in uno studio composto da una sola stanza a Enniskerry, a sud di Dublino, con Lee come tecnico del suono. Ne sono usciti con 40 frammenti musicali che hanno dato origine a tre canzoni di Carnaval, oltre a Coexist, contenuta in Easter Lily. «È stato folle», dice Lee. «Brian lavora velocemente o forse non lavora affatto. Semplicemente quando appare succede qualcosa».

L’idea iniziale era far rivivere il progetto parallelo con Eno, che aveva portato a un unico album nel 1995. «Ne parlavamo come di un album dei Passengers», spiega The Edge, «ma non eravamo sicuri. Pensavamo che a Brian sarebbe piaciuto molto se quei brani fossero finiti su un album degli U2 e, alla fine, ne è stato entusiasta». Lui e Bono si aspettano ancora di pubblicare il resto della musica realizzata con Eno (il cantante è particolarmente entusiasta di un brano conosciuto come The Clapping Song), così come il progetto parallelo acustico di ispirazione celtica.

Per quanto riguarda il tour top secret negli stadi che stanno preparando, hanno già fin troppa musica. The Edge sta pensando a 11 nuovi brani da mettere in scaletta. Bono è più prudente sull’idea di dare troppo spazio al nuovo materiale negli stadi e accenna alla possibilità di organizzare durante il tour anche concerti in spazi più piccoli, dove poterlo mettere maggiormente in risalto. Lo pensa come «un modo per incontrare i nostri fan in città, in un altro teatro, anche se non posso dirti nulla neanche in questo caso». Mullen, a sua volta, pensa che l’idea del teatro sia «fantastica in teoria, ma in pratica potrebbe essere difficile da realizzare». Hanno già un’idea precisa per un concept particolare legato al design del palco e Bono sa persino quale vorrebbe fosse la canzone d’apertura.

Nel 2010, Clayton mi aveva detto di avere difficoltà a immaginarsi a suonare musica rock oltre i 65 anni. Ora ne ha 66 e, nella sua casa di vacanza, una struttura ultramoderna costruita da zero a pochi chilometri dalla costa, dice di stare ancora riflettendo sull’età e sui propri limiti. «Sento di essere stato benedetto da una salute straordinaria, ma guarda la scomparsa di Dolly a 80 anni… quando questo ciclo sarà finito, probabilmente avrò 70 anni. La buona salute è preziosa, è probabilmente è il tempo più prezioso che hai nella vita».

Gli faccio notare l’ovvio e cioè che i Rolling Stones continuano a suonare anche a 80 anni d’età. «Sono un’anomalia, c’è un non so che di Peter Pan in Jagger e in quel che fanno. Noi siamo diversi. Ora siamo più adeguati alla nostra età. E lo dico nel modo più positivo possibile». Ultimamente, racconta, lui e molti dei suoi amici stanno pensando a «ridimensionare le cose, abbiamo avuto tutti queste vite frenetiche, piene di cose, ora sembra arrivato il momento di liberarci di qualcosa».

Clayton riesce a immaginare gli U2 in concerto a 80 anni? «Mai dire mai… Forse suoneremo in modo diverso e ci adatteremo. Riesco a immaginare che sia qualcosa che faremo a 80 anni? Non lo so».

Edge non ha gli stessi dubbi. «Non vedo perché no. Farei una distinzione tra età ed età biologica». Sorride quando vede l’esitazione di Clayton. «Penso che Adam si sia sempre considerato un giovane anziano, mentre io penso a me stesso come a un anziano giovane… Questa è la cosa pericolosa di questa band: la nostra prossima canzone o il nostro prossimo album potrebbero essere i nostri migliori di sempre e in qualche modo lo sentiamo».

Mullen non ha alcuna voglia di fare il bastian contrario. «Dopo questo disco e l’esperienza che abbiamo vissuto, dovremmo esserne entusiasti. Sarebbe incredibile avere fisso di fronte a sé questo obiettivo: sapere che, qualsiasi siano le circostanze, ci ritroveremo da qualche parte a far musica… Siamo tutti cresciuti, siamo tutti cambiati, e ora comprendiamo una cosa che prima non capivamo: la formazione originale degli U2 ha un valore. Vale la pena lottare per questo. E vale la pena scendere a compromessi».

La nostra conversazione volge al termine, ma Mullen ha una domanda: «Allora, Bono ha detto qualcosa di carino su di me?».

Sì.

«Ok, bene», dice sorridendo, «volevo solo controllare».

Da Rolling Stone US.