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Tutto quello che vorreste chiedere a un liutaio

Abbiamo incontrato Marco Omar Viola, boss di MOV Guitars che esporrà le sue chitarre uniche al Custom Shop a Milano il 26 marzo

Liutaio Restauratore Marco Omar Viola

Liutaio Restauratore Marco Omar Viola

Sotto una luce un po’ fiabesca, uno pensa al liutaio come una figura romantica. Magari un vecchietto barbuto che tutte le mattine scende di sotto, apre le pesanti grate della sua bottega artigiana e ci rimane a intagliare legni e verniciare violini finché la luce della sera non lo obbliga ad accendere le candele.

Se così fosse i liutai si sarebbero estinti più o meno con la prima rivoluzione industriale. Fortuna invece che col tempo la categoria ha saputo adattarsi dai violini alle chitarre, dai contrabbassi ai bassi elettrici—tolto che il mestiere di liutaio di strumenti classici, per quanto di nicchia, sopravvive ancora oggi.

Marco Omar Viola è un maestro liutaio diplomatosi in liuteria a pizzico alla Scuola Civica di Milano nel ’99. Da allora ripara, migliora o crea da zero chitarre incredibili nel suo laboratorio M.O.V. Guitars (le iniziali del suo nome) a Paderno Dugnano. Marco sarà anche presente col suo bello stand al Custom Shop, una fiera dello strumento personalizzato che quest’anno per la prima volta si consumerà in centro a Milano, al Palazzo delle Stelline di Corso Magenta domenica 26 marzo. Abbiamo raggiunto Marco per metterlo un po’ in difficoltà con le nostre domande da profani.

Che faccia fa la gente quando dici che fai il liutaio?
Mi dicono: “AH, il notaio! Bene!” e io rispondo: “Seh, magari!” quando poi glielo spieghi meglio rimangono sorpresi e ti dicono: “Che bel lavoro!”. Però come in ogni lavoro ha le sue routine e le sue difficoltà. È un lavoro artigiano dove occorre saper fare tante cose di tanti mestieri diversi per arrivare al prodotto finale.

Quanti?
Parti che devi essere falegname, ma devi saper fare anche piccoli lavori di ebanisteria perché le rifiniture di cesello che servono sono molto precise. Quindi lì serve una buona mano. Devi essere in grado di fare lavori di elettronica, perché avendo a che fare con chitarre da amplificare è inevitabile. Poi c’è la parte della verniciatura, quindi devi essere un bravo laccatore per proporre al meglio il prodotto. Anche perché uno strumento fatto bene ma rifinito male non paga l’occhio, non ti viene nemmeno voglia di provarlo. Poi devi avere nozioni di fisica acustica, disegno tecnico, architettura e design. Quando lavoro sugli strumenti semiacustici, a cassa vuota come le chitarre jazz, lì devi essere in grado di ascoltare il legno su cui lavori, lasciando la giusta quantità di materiale affinché risuoni e abbia una bella voce.

Devi saper fare parecchie cose. Sembra quasi più facile fare violini.
Sono due arti completamente diverse. Chi fa violini non deve avere a che fare con pickup e circuiti elettrici però deve fare un lavoro da certosino. Mi spiego meglio: molti non sanno ma se una chitarra elettrica suona bene è anche e soprattutto perché la parte in legno è di qualità. Poi il suono finale te lo danno le parti elettroniche e la catena del suono dal pickup all’amplificatore. Lo strumento acustico come il violino invece ti deve dare tutto lì, subito. Deve avere presenza, dinamica, suono, timbro. Ci sono sicuramente delle ricerche più precise.

Come si diventa liutai?
Io ho studiato alla Scuola Civica di Liuteria di Milano, che ha due principali indirizzi: Liuteria ad Arco, detta anche Liuteria Moderna, oppure Liuteria Antica cioè quella a pizzico. Io ho frequentato la seconda. Quando sono entrato, come primo strumento ho fatto un chitarrino barocco e come secondo un liuto. Poi nel secondo biennio ho potuto scegliere la specializzazione e lì sono stato il primo della scuola a realizzare una chitarra da jazz.

La conservi ancora?
No perché ogni strumento fatto a scuola rimane nel museo della scuola. Un po’ come tutto quello che succede a Las Vegas.

Peccato, non ti spiace un po’ non poterla suonare?
La vedo ogni tanto quando passo per di là. Quando la guardo vedo tutti i difetti dello studente alle prime armi. Mi fa parecchio ridere che sia dentro alla teca di un museo.

Sei figlio d’arte?
Certo che no. Mio padre lavorava all’ATM [Azienda di trasporti milanesi, ndr] mia madre fa l’impiegata. Il pallino per i lavori manuali me l’ha passato mio nonno, un trafficone fai-da-te sempre pieno di inventiva.

Che legni si usano per costruire strumenti?
Purtroppo c’è poca sperimentazione, i clienti vogliono i legni “classici” quindi ci si ritrova a lavorare sempre con gli stessi materiali. A questo si aggiungono anche nuove restrizioni, come quella sui palissandri: ne abbiamo usati troppi quindi ora sono una specie protetta. Si può usare ancora ma è obbligatorio usare quello certificato. Sarebbe bello poter dire: “facciamo qualcosa di diverso” In fondo, in passato si è sempre usato il legno che trovavi sotto casa. Guadagnini e Oddone, due grandissimi liutai, usavano legni di pero e melo per le prime chitarre, con la tavola in Abete della Val di Fiemme. Ora voglio realizzare una chitarra con legni 100% italiani.

Hai mai partecipato a Custom Shop?
Certo, è un progetto in cui credo molto. Ci sono tante fiere dedicate agli strumenti, ma pochissime indirizzate agli strumenti artigianali. Eppure in Italia abbiamo una scuola assurda, secolare. Ora oltretutto anche le istituzioni ci stanno venendo in contro. Esiste un “Bonus Stradivari” che consente a tutti gli studenti dei Conservatori, licei musicali, scuole civiche e paritarie di godere uno sconto del 60% sullo strumento.

Che tipo di clienti sono i tuoi?
Mi viene sempre da dire che sono clienti illuminati, cioè quelli che non si accontentano di quello che trovano appeso nei negozi ma vogliono qualcosa di esclusivo, unico. Cercano il prestigio di poter suonare uno strumento fatto a mano. Ci sono anche clienti illustri ma sono quelli che stanno nelle retrovie. Chessò, il chitarrista di Ramazzotti, quello di Gorgia, della Pausini, insomma i turnisti. I Verdena e gli Afterhours ogni tanto passano di qua, lavoriamo sui loro strumenti.

Ah, quindi fai anche riparazioni.
Sì, assolutamente. Mi sono diplomato nel ’99 e fin da subito ho iniziato a fare assistenza sugl strumenti a corda. Se uno dei tuoi ha un problema, me lo porti e lo risolviamo. A patto che non siano mandolini e sitar indiani. Sitar ne ho aggiustati un paio, non voglio più sentirne parlare: sono delle zucche, come la ripari una zucca rotta?

Bassi ne fai?
Non io personalmente. I bassi li fa Alessandro, è il suo business.

Come mai?
Perché sono un chitarrista, se ti devo parlare qualcosa che non ho mai domato non sono la persona migliore, non parlo la tua stessa lingua.

Diciamo che non è molto nelle tue corde. Scusa la freddura. Quanto costa una tua chitarra?
Premessa: sono tutti strumenti fatti uno alla volta, a mano, con caratteristiche uniche. La dedizione per crearli è altissima, così come il numero di ore di lavoro, per cui il prezzo è proporzionato. Tra i tre e i seimila euro. Poi è chiaro che se vuoi esagerare io ti seguo, se vuoi la chitarra piena di Swarowski io te li metto. Sono qui per accontentare il cliente. Se c’è una cosa che mi diverte è sperimentare e inventare nuove formule. C’è anche chi mi chiede di fare copie di chitarre famose, tipo la doppio manico dei Genesis.

Dai, dimmi qualche richiesta eccentrica che ti hanno fatto.
Ne ho parecchie, e quasi tutte non le ho mai accettate. Su certe cose il mio nome non finirà mai, come una volgarissima chitarra a forma di…

Di cazzo?
Esatto, oppure una chitarra a forma di Sardegna. Voleva davanti i quattro mori e sul retro la cartina con le province. Gli ho sparato un prezzo così alto che per fortuna ha rinunciato.

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