Rolling Stone Italia

Tutti vogliono Tananai, l’alchimista che trasforma le stecche in sold out

Dopo l'ultimo posto a Sanremo, la tv lo cerca, i biglietti si vendono, la gente lo ferma per strada per dirgli che vorrebbe affrontare la vita come lui. È il trionfo dell’idiosincratico, dello storto, dell’incerottato

Foto: Leandro Emede

Alle persone che scelgono di vivere sui palchi e dietro gli schermi in genere chiediamo, in cambio della fama e della ricchezza, di essere migliori di noi almeno in qualcosa. Se ballano, di muoversi meglio di noi. Se recitano, di darla a intendere meglio di noi. Se cantano, di prendere le note meglio di noi. I reality e i talent sono stati inventati per provare a invertire questa tendenza millenaria; ma non hanno concluso ancora granché, anche perché spesso premiano chi è più bravo di noi a essere peggiore.

Una delle fortune e delle disgrazie del mondo dello spettacolo (soprattutto se dal vivo) è che, a differenza dell’arte (soprattutto se astratta o concettuale), una figata è sempre una figata e una merda, anche se finta è, immancabilmente, una vera merda.

Alberto Cotta Ramusino, in arte Tananai, nell’arco di sole due settimane – una a Sanremo, una post-Sanremo – è riuscito a riformulare questo paradigma nel settore musicale. Con la stessa facilità di esecuzione con cui è in grado di prendere una stecca o produrre una storia Instagram, l’artista, classe 1995, ha portato a termine un processo alchemico, uno di quelli in grado di trasformare una materia vile in una preziosa.

La pietra filosofale, l’elemento catalizzatore della situazione, è stata una sua dichiarazione al termine della prima, non ineccepibile esibizione sul palco dell’Ariston. Invece di incazzarsi come un maschio alfa qualunque (o piangere come un fanciullo beta che non ha paura di fare i conti con le proprie fragilità), nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 2022, Tananai pronuncia la frase più rivoluzionaria degli ultimi anni di storia della musica leggera non memorabile: «Pensavo di aver fatto una figata, invece è andata una merda». Una formula di fatto magica che dà il via alla trasmutazione, di senso paradossalmente opposto, della merda in figata. Tananai, che è una persona modesta quanto adorabile, ancora non lo sapeva, ma il più era fatto.

Questa vittoria a tavolino del lògos sulla tèchne non riguarda solo la carriera del cantante in questione, ma anche e soprattutto l’apporto di noi spettatori. Il big bang dell’attuale successo di Tananai – che ha prodotto non solo innumerevoli inviti a salotti televisivi e feste, potenzialmente transeunti; ma anche risultati relativamente più stabili, come le visualizzazioni su YouTube e i sold out ai concerti di primavera – è stato determinato infatti tanto dalla forza dirompente della sua reazione al fallimento quanto al modo in cui a essa abbiamo risposto, a nostra volta.

Il resto è storia contemporanea. Tananai che tifa per arrivare ultimo; Tananai il cui meme migliore è quello che ritrae la sua esplosione di giubilo nel confermarsi, effettivamente, in fondo alla classifica, accanto all’indifferenza con cui Mahmood riceve il primo premio; Tananai che rinasce come una fenice dalle ceneri delle sue stecche.

In una settimana è riuscito a diventare per la scena musicale italiana tutto quello che Rocco Casalino, in dieci anni, non è mai riuscito a essere per la vita politica. In altre parole, Tananai è la reincarnazione del bambino della barzelletta che esclamava: «Guarda, mamma: senza mani! Senza gambe! Senza denti!»; e che, pur essendo ridotto a una maschera di sangue, continua a sorridere imperterrito, perché la bicicletta, prodigiosamente, sta andando avanti.

Nel pomeriggio di un San Valentino qualunque per tutti, ma di certo non per lui, Tananai ci ha spiegato che: «La gente mi ferma e mi dice: “Bellissimo brano, ok. Soprattutto, però, vorrei saper affrontare le cose come le hai affrontate tu”. Ma io non ho fatto niente di particolare: sono stato me stesso e me la sono goduta. La vita è troppo breve e troppo bella per cercare di essere qualcun altro».

Tananai è conteso da un antipode all’altro di tutto l’arco costituzionale della televisione italiana, da Mara Venier a Diego Bianchi. Entrambi hanno tentato di prenderne possesso, ciascuno coi propri mezzi, a poche ore di distanza l’uno dall’altra. Ma i meriti del nostro uomo, per quanto lui sia garbato e disponibile, sembrano imprendibili e intrasferibili.

Ad esempio, è capace di mettere a soqquadro una trasmissione fulcro dell’ipocrisia mediatica come Domenica In, dove tutti si adorano a cazzo di cane, e lui invece è adorabile davvero (per inciso, è così adorabile che quando gli chiediamo il segreto della sua adorabilità risponde: «Bisognerebbe adorare i miei genitori per come mi hanno fatto e cresciuto»).

Fatto sta che domenica scorsa, come precedentemente promesso, Tananai porta in dono a Mara Venier la maglietta col suo nome d’arte riprodotto nel font degli Iron Maiden. «Quella maglietta è stata un’idea del mio stylist Nick Cerioni, che ha legato un’immagine metallara a una canzone super pop come la mia», ci rivela. «Non pensavo neppure che Mara l’avrebbe notata. Nella prima ospitata da Domenica In l’ho messa perché era l’unica pulita che avevo».

Nell’attesa che la conduttrice torni dal camerino indossando la suddetta t-shirt – come se facesse parte delle spoglie di un accampamento conquistato – Tananai sorride da solo al centro della scena e chiede al pubblico, timido: «Ora presento io?». Anche il perfido Pierluigi Diaco è disarmato. Fabio Canino è in estasi.

Da Propaganda Live, invece, Bianchi lo colloca, suo malgrado, in un giro di tweet con le ambasciate di cui alcuni Paesi che, per essere rappresentati degnamente all’Eurovision, potrebbero avvantaggiarsi di un cantante più accattivante della media dei rispettivi esemplari autoctoni. La Confederazione Elvetica risponderà invitandolo a un’audizione, ma Tananai ci ha confidato di voler restare umile: «La cosa difficilmente andrà oltre quel post. Non credo che potrei andare all’Eurovision con la Svizzera. Il fatto è che non sono mai stato un tipo puntuale».

Se voleste un autoritratto alternativo di Tananai, al netto del coefficiente di adorabilità, cercatelo proprio su Twitter, dove è arguto e ficcante quanto in tv e in radio è dolce e introverso. Lascia trapelare: «Non ho mai lasciato i miei social ad altri. La ciccia di una persona si vede dalle parole».

Per il resto, a chiunque in questi giorni provasse ad allontanarlo dai territori sterminati della sua felicità, Tananai risponderebbe sempre con la stessa moneta: quella che, se solo il suo regno ne battesse già una, avrebbe sul dritto una faccina arrossita e sul rovescio una lontra rampante. In effetti i suoi fan si chiamano lontrine e non ha paura di raccontarci la loro genesi: «Quando ho partecipato a Sanremo Giovani mi hanno chiesto di descrivere la mia canzone con una emoji. Non avevo la più pallida idea di quale usare per rievocare Esagerata e ho buttato lì una lontrina. È un animaletto bellissimo, che sta bene ovunque: in acqua, fuori dall’acqua, e via dicendo. È coccoloso ma anche molto protettivo, quando serve».

Foto: Leandro Emede

In questi giorni Tananai è diventato il sintomo più recente ed evidente di una condizione che è, da una parte, preoccupante e, dall’altra, liberatoria: l’aleatorietà della fama e del successo sulla scena musicale all’epoca della loro parcellizzazione nei cento, mille flussi e riflussi di reazioni e apprezzamenti che sono infinitamente più intimi di un televoto e, al tempo stesso, più influenti di qualunque sala stampa. Siamo lontanissimi dal rassicurante, neotestamentario: «Gli ultimi saranno i primi». Tananai, piuttosto, è figlio del lieto caos del gradimento istantaneo e personalissimo che, sfuggendo col sorriso alle stesse metriche musicali, diventa trending topic nelle analitiche di Twitter e hit in quelle di Spotify.

Dietro a questo exploit, immediatamente successivo e totalmente contrario al parere della triplice, plurisegmentata giuria sanremese (che pur concorreva a rappresentare nel modo più largo e inclusivo possibile il gusto del pubblico italiano), c’è la volontà sempre più netta di essere tutti abilitati a esprimere gusti e preferenze al di fuori dal novero di qualunque sistematicità o istituzionalità. Una preferenza verso l’idiosincratico, lo storto, l’incerottato, perfino lo stonato, nella speranza che non sia ingabbiabile in nessun canale prestabilito, soprattutto se costa 50 centesimi per sms.

Abbiamo chiesto a Tananai il perché di questo corto circuito tra prima e dopo Sanremo. Ci ha confidato che: «Spesso le relazioni migliori sono quelle che nascono da una conflittualità, perché ti fanno scavare un po’ dentro te stesso. E l’ammissione di aver sbagliato a giudicare una persona è la forza che ti trascina verso un apprezzamento ancora maggiore. Un tipo che arriva a Sanremo e che stona può dare l’impressione di essere lì per prendere in giro il pubblico. Ma poi scopri che non è così».

A noi il fenomeno Tananai ricorda anche una strana storia di Borsa e videogiochi, che risale a circa un anno fa. Da tempo lo scarso valore del titolo di GameStop era vittima prediletta degli short seller, gli speculatori che scommettono sui ribassi del mercato azionario (come spiegato egregiamente da Margot Robbie nella Grande scommessa). Ma ecco che il subreddit r/wallstreetbets (un gruppo social che, all’epoca, contava quasi due milioni di utenti) prende in mano la situazione e comincia a comprare e a far comprare in massa azioni di GameStop, trasformando il titolo in una sorta di meme e moltiplicandone a dismisura il valore: da 4 dollari di inizio giugno 2020 a 483 di fine gennaio 2021. Una trollata in grande stile rispetto a quelli che i redditor ebbero modo di definire i fat cats di Wall Street, tra cui diversi fondi di investimento che persero miliardi di dollari, creando un caso senza precedenti. Quando Elon Musk rivolgeva tweet di incoraggiamento agli investitori redditiani, mutatis mutandis, non era molto diverso da Jovanotti che, oggi, pubblica su TikTok le sue cover di Tananai.

@lorenzojova grazie @tananaimusica ♬ suono originale – Lorenzo Jovanotti

Insomma, la settimana della profanazione e della riconsacrazione di Tananai è stata quasi perfetta. Ora, però, i rischi per il cantante colognese sono principalmente due: la minaccia del mainstream e il pericolo imitatori. Il primo, per fortuna, è il più improbabile: è molto difficile che Tananai si evolva (o degeneri) nell’autostima fino a diventare una specie di Tommaso Paradiso glabro. Il secondo è più dietro l’angolo, considerato che, tutto sommato, è più facile provare a essere l’epigono di un musicista che, a conti fatti, è più simpatico che intonato, che di uno che ha la voce di Giuliano Sangiorgi o il senso del palco di Renato Zero.

Quando gli chiediamo come si vede dopo un’estate che si spera fantastica per tutti, risponde che: «È successo tutto troppo in fretta perché possa fare dei progetti. Dipende da cosa mi succederà. Potrei diventare più sgamato o più stupido. L’unica cosa certa è che, quando mi capiterà un’occasione di crescere, proverò a coglierla».

Non ci vuole un Marino Bartoletti per capire che è molto probabile che, se in quelle fredde sere di inizio febbraio Tananai non avesse spiegato al mondo che la figata e la merda sono due facce della stessa medaglia, o se fosse arrivato solo penultimo in classifica, la storia che stiamo raccontando sarebbe stata completamente diversa. Magari sarebbe stata solo la storia della delusione dei nostalgici del Tananai della prima ora che, non avendolo ancora sentito cantare dal vivo – o, perlomeno, non così male – ne avevano amato la garbata, trasandata ironia meta-indie. La stessa che lo aveva portato, nel 2019, a dedicare un intero manifesto poetico (Calcutta) alle cose che non sapeva fare bene quanto avrebbe voluto, tra cui scrivere musica garbatamente e trasandatamente come Edoardo D’Erme.

Oppure, chissà, la sua avrebbe potuto essere la storia di un ragazzo di 26 anni che, dopo aver ha fatto il pr, il dj, lo studente di architettura, il producer di musica elettronica, arrivava all’Ariston innamorato della musica, anche se non ancora del tutto ricambiato. La tragicommedia di un cantante diversamente intonato capitato sul palco di Sanremo.

Sul suo rapporto con la musa Euterpe Tananai ci ha detto: «In genere mi piacciono tutte le cose che mi stimolano, anche se, prima o poi, la maggior parte di esse finisce per annoiarmi. La musica è l’unica che non lo fa mai. Sarà la musica il mio unico vero scopo nella vita».

Se ci fossimo concentrati di più sul testo del brano di Tananai forse i suoi contenuti – il j’accuse rivolto al sesso occasionale, l’apologia dei sentimenti stabili – si sarebbero potuti arricchire di altri significati, oltre a quelli letterali. Quell’unione monogamica, invocata dopo tante scappatelle, mai convincenti e totalizzanti, sarebbe potuta diventare anche quella con la musica, accolta finalmente come mestiere principale e definitivo da parte di un giovane, fino ad allora, sfortunato in amore ma fortunatissimo nel gioco di essere, comunque, lì.

Insomma, non ce ne siamo accorti ma Tananai, a Sanremo, non stava solo concorrendo a un Festival ma, cantando meglio che potesse, stava chiedendo alla musica di sposarlo. Per la cronaca: la musica ha risposto che ci penserà, e che per ora tiene in altissima considerazione il fatto che lui almeno la faccia ridere.

Iscriviti