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Tutti parlano bene di Wu-Lu (e hanno ragione)

Intervista al musicista e produttore londinese che fa una specie di trip hop con le chitarre ed è diventato famoso (più o meno) con 'South', una canzone sulla gentrificazione

Miles Romans-Hopcraft, in arte Wu-Lu

Foto: Machine Operated

«Per certi versi South era un po’ un mio ultimo tentativo, un o la va o la spacca. Sì, in giro si parlava della mia musica, c’era chi la trovava interessante, ma il problema era che non si sapeva bene dove sistemarla».

In effetti non è semplice dare una collocazione nella cartografia musicale più tradizionale a Wu-Lu, alias l’inglese Miles Romans-Hopcraft. Ma di sicuro da South in poi la sua vita è cambiata: la canzone, uscita l’anno scorso, è diventata infatti nel suo piccolo un inno. Un inno degli insoddisfatti: «Chiaro, c’è tutto il discorso sugli effetti negativi della gentrificazione a Brixton, quella è la prima cosa che salta all’orecchio e che ha colpito l’attenzione delle persone. In generale ho voluto finalmente recitare delle parole che andassero dritto al punto, che fossero forti e chiare. Ma il senso di insoddisfazione e di rabbia nasceva appunto anche dal fatto che, esattamente come Brixton e altre zone che vengono spogliate progressivamente della loro identità, allo stesso modo anche alla mia musica non veniva data cittadinanza: sono uno che fa hip hop? Sono uno che fa musica strumentale un po’ cupa un po’ jazzy? Sono un rapper? Un cantautore?».

In realtà Wu-Lu è tutto questo assieme. E manca ancora un elemento importante a questo elenco: il rock. Che nella sua musica c’è. Eccome. Anzi, per come è trattato è un po’ davvero, come dire?, la spezia che non ti aspetti, l’elemento caratterizzante. Glielo diciamo. E gli chiediamo cosa significhi rock oggi: per lui in particolare, chiaro, ma anche cosa significhi in generale. «Sinceramente? Il rock non è qualcosa per cui io possa dire di essere un soldato, di essere in missione, proprio no. Vero, l’elemento rock nella mia musica c’è, ma se guardi bene è declinato in una maniera molto strana e malinconica: serve a dare striature più scure che energetiche, ecco. D’altro canto il rock può essere tantissime cose già di per sé, dai Nirvana agli Slipknot, no? Ma per me personalmente anche un personaggio profondamente atipico come Arthur Russell era uno che faceva rock, capisci? Sono ovviamente consapevole della storia di questo genere musicale; so che per molti ancora è il mezzo per antonomasia per esprimere rabbia, frustrazione, ribellione, e in quanto tale ha una sua grande importanza nell’ecosistema musica. Ok. Ma se pensiamo al messaggio da un lato capisco che per molti il rock sia “la musica del messaggio”, però non posso fare a meno di pensare: e allora l’hip hop? E se per altri il rock è la musica degli stati d’animo di tensione, la musica della rabbia, della frustrazione, anche in questo caso non posso che notare: e allora il grime?».

Risposta molto londinese, quest’ultima, e non potrebbe essere altrimenti. «Con tutto che viverci è maledettamente difficile, io amo questa città. La amo. Perché continua ad essere profondamente cosmopolita da un lato, e profondamente legata a varie comunità specifiche dall’altro. Comunità legate cioè attorno a interessi, passioni, professioni; comunità che radunano sempre una quantità incredibile di talenti – ovviamente prima di tutto nella musica, ma in realtà non solo in quella. Comunità soprattutto piene di gatekeepers, sì: gente che sa dare la giusta direzione, e lo fa in modo credibile. In più, in tutto questo sistema le informazioni circolano sempre mooolto velocemente, sai? Ma in generale, è tutta la città a vivere ad un ritmo alto. Una mia amica si è trasferita qui da New York, e dopo sei mesi è arrivata da me dicendomi: “Accidenti quanto è tutto veloce, qui”. E lei arriva da New York». Insomma, vale ancora la pena trasferirsi a Londra, se vuoi farcela? «Secondo me, sì. Avrà i suoi problemi, avrà le sue crisi d’identità e le sue transizioni spiacevoli, ma resta un posto eccezionale».

Sulle crisi d’identità e le transizioni, il discorso non può non tornare a South: «Come ti dicevo, è una canzone che era spinta dalla voglia di parlare chiaro. “Devo metterci tutto me stesso, qui”, mi sono detto mentre la stavo scrivendo e rifinendo. Sentivo che c’era qualcosa di speciale in lei. È nata da una jam mentre ero in tour, in modo quasi casuale, ma ho capito subito che aveva qualcosa di fortissimo. E c’ho lavorato allora sopra con l’idea che potesse rappresentare finalmente quel salto di qualità che mi avrebbe permesso di fare il musicista nella vita, come professione a tempo pieno». E sta succedendo. «Sai com’è andata? A un certo stavo facendo un concerto in pub; faccio South, arriva uno dal pubblico e mi fa “Questa traccia è eccezionale. Finiscila bene, poi portala da me e ti facciamo fare un album”. Loggerhead nasce così».

Loggerhead, ovvero l’album uscito a inizio luglio per una label prestigiosa come la Warp. Un lavoro dove c’è davvero tutto il particolare universo sonoro di Wu-Lu, uno che non è solo una canzone azzeccata ma ha effettivamente uno stile tutto suo, un – boh? – trip hop con le chitarre. Miles sorride: «Sì, davvero, non sai quante volte mi hanno detto “Bella la tua musica, è interessante, ma… non saprei come definirla. E per questo, beh, poi non so come rapportarmici, e allora lascio un po’ stare”. All’inizio me la prendevo, più con me stesso che con la persona che mi diceva questo; mi chiedevo se ero io che stavo sbagliando qualcosa, se la stavo facendo troppo inutilmente complicata. Poi però sono arrivato alla conclusione che io sono quello che creo, e una mia missione nella vita è creare uno spazio specifico dove la gente possa relazionarsi a una musica non perfettamente codificata come la mia. Chi cerca qualcosa di specifico e chiaro, è giusto che vada da un’altra parte. Dopodiché è ovvio che quando devo spiegare bene cosa faccio non è semplicissimo, anche perché nel mio universo sonoro c’è comunque una componente emotiva, quasi psichedelica, a complicare ulteriormente le cose».

E poi ci sono pure i testi. Come nascono? «In due maniere differenti. Ogni tanto, nascono direttamente nella mia testa già perfetti e rifiniti, in modo molto diretto. Altre volte invece all’improvviso vengo colpito da una parola, da un’immagine, e questo fa scaturire una serie di associazioni mentali libere che corro ad appuntarmi il prima possibile. Da lì il testo prende forma, ma spesso faccio un lavoro di revisione: spessissimo quando finisco il secondo verso ritorno cioè sul primo, per fare delle modifiche e rendere tutto più compatto, più sensato. Lavoro molto con le associazioni mentali e coi ricordi: ci sono piccoli accadimanti banali quotidiani che evocano dei ricordi forti in me, e questo legame che si crea per me è oro, davvero oro, è la mia fonte d’ispirazione preferita per creare ex novo».

Domanda: se dovessi scrivere un testo sull’industria musicale oggi, visto che ora ci sei finalmente entrato dentro appieno? Qui Miles scoppia in una risata: «Beh, prima di tutto vorrei levarle lo stigma che si porta dietro. Non è un posto così terribile… Ci sono delle etichette che in fondo sono come delle semplici banche, ti danno dei soldi e ti dicono “Fai quello che vuoi”; altre invece effettivamente ti danno i soldi e poi ti dicono “Ora fai quello che diciamo noi”. Io sono contento di essere arrivato abbastanza tardi a quel minimo di successo a cui sono arrivato: in questa maniera ho potuto affrontare l’industria musicale da persona adulta, matura. Ed è, boh, un’industria: come in tutte le industrie, ci sono le persone che ti vogliono aiutare e ci sono invece quelli che ti vogliono sfruttare e succhiare il sangue. Nulla di nuovo. Però vedi, se tu dimostri di sapere cosa vuoi, di essere deciso, di avere un’idea chiara in testa, vedrai che progressivamente gli squali inizieranno a perdere interesse nei tuoi confronti. Dopodiché se ti aspetti che qualcuno ti faccia dei favori gratis, beh, allora fai meglio a lasciar perdere: è un’industria, è business. Ma non è nulla di così tremendo. Sì, mi piacerebbe fare una canzone che possa debunkare tutti questi spaventosi miti negativi attorno all’industria discografica…».

Miles, sembri una persona contenta e serena, oggi. «Lo sono. In effetti finalmente sono riuscito a mentenermi nella vita facendo quello che ho sempre voluto fare. Chiaro, devo ancora abituarmici, e ogni tanto sento un po’ la pressione. Ma è poca cosa. Fa un po’ ridere il fatto che improvvisamente persone che non ho la più pallida idea di chi siano mi salutino per strada, “bella Miles, come butta”…». E tu come reagisci? «Beh, faccio finta di sapere chi sono!». Eddai… «Tanto poi arrivano sempre quelli che si mettono davanti a me e mi dicono, tutti seri: “Ho capito chi sei, so perché tutti ti salutano: tu sei Wiley, vero?”», e qui scoppiamo a ridere entrambi. «Va bene così. Mi sto divertendo. Prendo tutto. Quello che arriva, lo prendo».

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