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Tutti Fenomeni è il più intellettuale degli indie e il più indie degli intellettuali

Conversazione col Gran maestro dei paradossi attorno a ‘Privilegio raro’, dichiarazione di poliamore per la cultura letteraria, storico-artistica e religiosa. Alleluia, non tutto il pop italiano è prevedibile

Tutti Fenomeni

Foto: Ilaria Ieie

Sarebbe facile fare bella figura scrivendo di Tutti Fenomeni: basterebbe citarlo molto, soprattutto a partire dai testi del suo secondo disco. Il ragazzo ne sa così tante che, in un mondo ideale, il suo nickname potrebbe essere benissimo rinominato in Tutti Noumeni. Per provare a fare una figura ancora migliore l’unica alternativa è intervistarlo.

Privilegio raro è pieno di proposizioni principali, subordinate e, soprattutto, coordinate di raro fascino; e il discorso varrebbe sia per quelle dotate di un senso, sia per quelle contese da più direzioni e sia per quelle che, in fondo, non vogliono significare altro che il suono di una mente giovane e forte che gira a mo’ di pala eolico-cognitiva.

Nei nuovi 13 brani Tutti Fenomeni mette in musica un libretto di istruzioni sul funzionamento della sua testa, cercando di fare più disordine possibile tra i pensieri, perché solo così sa dove ritrovarli. I voli pindarici sonori che spicca sono solo apparentemente più facili da tracciare delle sue tante citazioni dotte. Quella scritta dal ventiseienne romano — e da Niccolò Contessa con lui — è una dichiarazione di poliamore per la cultura letteraria, storico-artistica, religiosa e non solo che sorprendentemente, verso per verso, comma per comma, riesce sempre a fare controfirmare dalla musica pop.

Caro Giorgio Quarzo Guarascio, hai due nomi o due cognomi?
Mio padre è un ingegnere minerario e ha avuto questa follia di chiamarmi come il diossido di silicio.

Abbiamo particolarmente torto se diciamo che il tuo primo album è stato politico mentre questo secondo è psicologico, ovvero che Merce funebre analizzava gli altri e Privilegio raro sintetizza te?
Se Merce funebre è stato un album politico questo lo vorrei lasciare dire agli altri. Però Privilegio raro ha stupito anche me: mentre lo creavo mi colpiva, in particolare, quanto profondamente riuscissi a scendere non dentro la banalità di me stesso, ma dentro il me stesso che è nel linguaggio. Sì, c’è stato un lavoro psicologico. A questo punto devo rivelare che, pur non essendo mai andato da uno psicologo, ultimamente sto sognando di andarci.

Hai trovato una soluzione alternativa al problema, ma forse hai tolto del lavoro a uno bravo.
I 100 euro li metto sul tavolo e me li riprendo.

L’altro elemento di novità subito percepibile è il passaggio da una linea comica o relativamente umoristica a una dimensione più tragica, drammaticamente cupa.
Quando mi dicevate «Merce funebre è un album politico e questo invece…» speravo che avreste completato la frase con «… del destino».

Questa trasformazione è allora una nuova tappa del tuo destino musicale, che sentivi comunque necessaria, o ci sono stati dei motivi più circostanziabili che ti hanno portato alle scelte stilistiche ed espressive che abbiamo ascoltato?
Entrambe le cose. Con Niccolò Contessa ci siamo impegnati perché l’album si nutrisse sì di attualità, ma che guardasse anche al passato per criticare il presente o analizzare il mio inconscio. Da una parte i motivi circostanziabili ci sono assolutamente, perché questi due ultimi anni sono stati esiziali, iniziali o finali rispetto al destino dell’umanità e al ruolo che l’arte può giocare su di esso. Dalla pandemia in poi ci siamo chiusi a riccio o aperti completamente. Dall’altra hanno contato anche le nuove letture che ho fatto e il nuovo bagaglio culturale che è derivato dal non accontentarmi di quello che mi bastava, forse, in Merce funebre.

Ci incuriosisce molto il riferimento alle nuove letture. Possiamo chiederti qualche spunto, senza dovere per forza riportare una lista completa?
Leggo molti saggi e molta poesia. Per me la lettura è nutrizione e devo dire che non faccio mai una lettura disinteressata: leggo sempre interessandomi a quello che voglio masticare e poi rigurgitare nel processo artistico. Sembrerà un pochino scomodo da dire ma, negli ultimi due anni, ho letto molta poesia russa. Sono partito da un saggio di Iosif Brodskij, che è stato Premio Nobel per la letteratura nel 1987 e che, secondo me, non è tanto un grande poeta quanto un grande saggista. Brodskij indicava tre persone tra i più grandi poeti del Novecento. Sono tutti e tre nomi che mi hanno molto ispirato per questo disco. Uno è un autore inglese che si chiama Auden e di cui mi ha interessato in particolare una raccolta di componimenti intitolata Un altro tempo. Poi c’è Osip Mandelstam e, infine, c’è il poeta di cui faccio leggere dei versi a mio padre in Porco, l’ultimo brano del nuovo disco: Mikhail Lermontov. Quella poesia, Sulla strada esco solo, secondo me, nella traduzione italiana è un po’ come l’Infinito di Leopardi in russo. L’ho fatta leggere a mio padre settantasettenne. È una poesia sul tempo, sul non avere pietà del passato, un’ultima elegia sulla vita. Di questi poeti russi mi ha colpito il fatto che sono morti tutti prima dei 30 anni e tutti avevano già una profondità incredibile. Insomma, parliamo ancora di destino.

Grazie di questo dono bibliografico.
Normalmente sono molto, molto geloso delle mie fonti…

Hai fatto dunque letture differenti rispetto a quelle che avevi fatto prima di scrivere, ad esempio, Diabolik.
Un attimo: anche in Merce funebre c’era la mia passione per i poeti. Ma era più un gusto citazionistico, mi piaceva il feticismo del nome del poeta, del simbolo. Non ero andato a scavare nelle rispettive poetiche. Mi nutrivo di frasi di Facebook, frasi di Instagram, cambiandone le destinazioni d’uso, sì, ma restando comunque in superficie. Invece in Privilegio raro c’è un lavoro diverso: provo ad alleggerire temi che potrebbero risultare pesanti. Se anche una sola persona in Italia imparasse quella poesia di Lermontov tramite la mia canzone, saprei di aver svolto una missione utile.

Dal name dropping all’introiettare.
Esattamente.

Parallelamente a queste letture differenti hai fatto anche degli ascolti differenti? Siamo rimasti a bocca aperta quando, nelle prime tracce, si sente quel sound medievaleggiante. Da dove è venuto fuori un suono del genere? C’entra col periodo non illuminatissimo che stiamo vivendo?
È una commistione di elementi. Di sicuro c’è lo spirito del tempo che mi parla, mi abita, mi inquieta e quindi mi muove. Però devo dire che molto nasce dall’ultima canzone di Merce funebre, Trauermarsch, che fu in effetti l’ultimo pezzo che producemmo. Senza saperlo era già quasi l’inizio del nuovo disco. Questo suono proviene da lì e dall’idea di usare degli strumenti medievali per delle marcette squadrate. Gran parte del merito va a Contessa, che qui raccoglie una mia piccola intuizione, giacché io sono musicale ma non musicista.

Questo album conferma e consacra la tua simbiosi con Contessa. Siete quasi l’uomo vitruviano musicale, tu inscritto in un cerchio (cielo, testi, irrazionalità) e lui in un quadrato (terra, spartito, razionalità). Come ti immagineresti se non ci fosse questo suo apporto produttivo? Un cantautore che ha preferito restare umile e scrivere solo versi immortali per la sua fedele nicchia di integralisti dell’introspezione? Un trapper dalle scelte lessicali sopraffine? Un semplice poeta?
Oltre che essere un’autorità sulla musica Contessa per me è anche un riferimento per non strafare. È il mio primo critico. Quel ragazzo ha un’influenza enorme su di me. Può dirmi: scrivi bene ma questa frase fa schifo. Lui mi ha cambiato soprattutto la direzione in cui guardare nella vita. Naturalmente riconosce il valore di quello che faccio io, non sono un suo prodotto. Ma mi ha cambiato così tanto che gli sarei per sempre grato, anche se un giorno mi odiasse e non mi volesse più vedere.

Ti auguriamo proprio di no. Ascoltando il disco ci colpisce come un concettualismo tutto sommato unitario domini testi così diversi di brani musicalmente diversissimi, e come tu riesca a tenere il tutto ben assemblato anche tramite strumenti come la copertina e il video del brano che dà il nome al disco. La copertina è tratta da Gli amanti di Magritte: un uomo e una donna si uniscono in un bacio coi volti coperti da veli; a mostrare, simbolicamente, quanto sia difficile mostrarsi l’uno all’altra anche quando si presume di essere intimi. Tu, nell’immagine scelta per l’album, fai il contrario: quel velo, indossato da single, significa connessione privilegiata con la propria mente, come quando le cuffie noise cancelling, senza avere ancora premuto play, ci fanno da stetoscopio del cervello. E questo il senso del disco? Il privilegio raro è ascoltare la propria testa?
Autoerotismo mentale puro. Questa intuizione di rifare gli amanti di Magritte nasce insieme a un amico che si chiama Massimo Mezzavilla, un ragazzo che ha uno stile infinito. Il nostro era più un concetto estetico: scaturiva dall’idea che ci dava l’espressione Privilegio raro. Oltre a questo l’altro brano che reputo più deep nella mia testa è Infinite volte, che è un’invettiva ma anche una sintesi di me che metto il cappuccio e ma riesco comunque a stupirmi della creazione, anche se magari sono semplicemente in camera col pigiama.

‘Gli amanti’ di Magritte e la copertina di ‘Privilegio raro’ di Tutti Fenomeni

Se la copertina è portatrice di un messaggio piuttosto ottimistico, il videoclip, pur condividendone il titolo, ci è sembrato più disfattista. Dal tuo palco di illusionista rivolgi a un pubblico di manichini la tua arte, nel suo fascino e nella sua finzione. Come dialoga il video coi concetti fondamentali del disco? Cosa simboleggia davvero questo uomo di spettacolo che chiami ciarlatano?
L’idea del video nasce da quanto ci meravigliò sentire la traccia Privilegio raro appena finita. È stata la prima che abbiamo chiuso dell’album. Nel video abbiamo provato comunque a privilegiare la magia della musica, anche se condivido quello che dici sul pubblico.

Intellettuale è quasi sempre una parolaccia, a meno che non tu non stia parlando con un esemplare autentico, cosa che crediamo che tu sia, soprattutto dopo questo sforzo. Cosa si prova a essere il più intellettuale degli indie e il più indie degli intellettuali (che sono tanto facilmente vendibili o venduti in questo Paese)?
Sono figlio di un professore che è un vero intellettuale di un’altra epoca. Questo mi ha normalizzato tutto questo, spronandomi anche contro la timidezza, fin da piccolo. Più che un intellettuale forse sono uno che ama la cultura per davvero. Chi ama la cultura ha un segreto: tutto è interessante. Ascolto, carpisco, rubo tanto e non mi pongo il problema di essere il più di qualcun altro.

Nel disco ci sono due direttrici di contenuto, sullo sfondo della tua persona: da una parte Roma e dall’altra la religiosità cristiana. A Roma è dedicato un pezzo che canti in dialetto, ed è sempre stata molto presente nella tua produzione. Ieri, ascoltando Privilegio raro in giro per la capitale, ci è venuto in mente che Tutti Fenomeni è l’Appia Antica della musica italiana. Se il mercato discografico somiglia allo stradario di Roma, incasinatissimo, con tanti pezzi di strade sconnessi che sono ciascuno una brutta copia di un’intenzione originale, tu sei l’Appia Antica, la via che nonostante tutto quello che ha intorno porta ancora a qualcosa; apparentemente dritta ma piena di ostacoli e sorprese tutti suoi. Ogni tanto c’è un tratto di sampietrini più scorrevoli (i pezzi più elettronici e ballabili), ma poi arriva la pezza di basolato autentico (i brani più profondi), che ti spaccano la schiena se lo prendi in pieno ma che costituisce, in fin dei conti, le botte vere di poesia.
Questa sta diventando la migliore intervista che mi abbia mai fatto…

Come mai hai deciso di prenderti questa responsabilità?
Di essere l’Appia Antica? (Ride)

Di osare linguisticamente, musicalmente, dove altri si impantanano o prendono tangenziali o il GRA?
L’Appia Antica è anche la decadenza, la morte, il cimitero. Ma siccome tutto morirà allora è anche il futuro. Questa biunivocità di senso c’è tutta. Un’altra cosa che ci terrei a dire è che sono molto cresciuto nel mio rapporto con Roma. Prima la disprezzavo un po’. Io non parlo romanaccio, anche se quella canzone in dialetto (A Roma va così, nda) l’ho sentita molto mia ed è quella che preferisco del disco. Odiavo il romano e adesso invece penso che da questa città non me ne andrò mai. E credo anche che la pandemia abbia fatto bene a Roma: la trovo migliorata.

L’altro binario dell’album è collegato a Roma perché Roma è la capitale del Cristianesimo. Fai molte menzioni di Gesù. Come mai il tema cristologico è così presente? Che rapporto hai con la fede cristiana e con le manifestazioni di essa che sono così integrate all’immagine della tua città e del tuo mondo?
Mi approccio ai testi biblici ed evengelici in maniera letteraria, anche se qualche volta presento dei tratti un po’ eretici. Al collo ho una collanina di Maradona, ottenuta squagliandomi una Madonnina che mi regalarono al battesimo. Ma dal punto di vista letterario penso che nel Cristianesimo sia contenuta la più grande simbologia dell’umanità e per questo ne avrò sempre un grande rispetto. Il mio critico letterario preferito, Harold Bloom, ha scritto un libro intitolato Il genio, in cui traccia 100 profili dei geni della storia e indica Freud come il più grande scrittore del Novecento, sostenendo che molte delle sue teorie siano sbagliate ma che la sua letteratura sia sublime. Ecco: il Cristianesimo lo vedo in questo modo.

Nel nuovo disco emerge, rispetto alla tua produzione più leggera e memetica del passato, una sorta di manifesto del metaforismo tuttofenomenico (che è un’altra forma di metabolismo, così come ci hai spiegato in Merce funebre): una tua particolare concezione di postmodernismo musicale, con cui dai vita a quadriglie di ossimori e citazioni, passi a due di scioglilingua e locuzioni invertite di senso. Anche se non bisognerebbe mai chiedere a un postmoderno se è postmoderno, chiediamo a te, che sei Gran Maestro dei paradossi, se ti ritrovi e pensi che ti ritroverai ancora a lungo in questa continua destrutturazione e ristrutturazione delle forme espressive tue e di altri mondi ed epoche, o se intravedi invece, all’orizzonte, la possibilità di un linguaggio più sinottico e condensato.
Vi svelo una cosa che apparentemente non c’entra nulla ma è quello che mi sta venendo in mente. Al contrario di molti autori di film, libri, poesie e canzoni io devo sempre partire da un titolo. Se non ho il titolo non posso iniziare a lavorare. Attualmente sono alla ricerca di un nuovo titolo e magari sarà una sintesi. Oppure non lo so. I primi due dischi hanno avuto titoli di due parole. Attualmente sono in fissa col fatto che il terzo dovrà essere di tre parole. Ma potrebbe anche essere una sola. Vedremo.

Detto da parte di chi, fallendo spesso nella Settimana Enigmistica, ama cimentarsi nell’ermeneutica del nonsense: quanto dobbiamo davvero capire dei tuoi testi e quanto invece è importante non capire e anzi sarebbe controproducente cercare di capire?
Per qualcuno provare a capire potrebbe essere sconsigliato. Ma per altri lanciarsi alla ricerca di significati è un esercizio che fa bene, anche più della Settimana Enigmistica. Detto questo, la totalità del senso si poggia su granelli di sabbia. Eppure, sentenza per sentenza, tutto ha senso, almeno per la mia mente.

Il nostro spirito di ascoltatori si approccia alla tua musica un po’ come si approccia a Battiato: pur in presenza di significati alti le gambe e le braccia non riescono a stare ferme. Anzi, cominciano a muoversi. Preferiresti essere capito da un pubblico inerte o non essere non capito da un pubblico che però ti balla?
Nel riferimento a Battiato mi ritrovo perché da lui ho introiettato un modello. Il suo è un retaggio che deriva da mia madre. Da piccolo ero proprio il pubblico che non lo capiva ma lo ballava. Da lui ho capito che poteva fare canzoni anche senza avere grandi doti musicali ma disponendo di un mio gusto personale, che può piacere o non piacere. Ho capito il suo schema di scrittura, che procede per citazioni su citazioni su citazioni, e poi il contrario della citazione accostata alla citazione della citazione, e così via. Anche se in questo disco ho cercato di discostarmene un po’, ci sono ritornato lo stesso. Sul pubblico che mi capisce da immoto o che non mi capisce in movimento non ti saprei rispondere.

50/50?
Potrei dire che, per ora, sto piacendo sempre di più a un pubblico che apprezzo. La mia, in fondo, è una ricerca di aiuto. Quando esordii, nel 2017, lo feci con una canzone trap intitolata Per quanto ti amo. Era un po’ volgare ma conteneva già tantissimo e forse è il mio capolavoro. Eppure avevo attirato un pubblico che non mi piaceva assolutamente. Da lì in poi, vi sembrerò uno schiavo degli altri, ma ho fatto solo cose per attirare persone che mi piacessero e con cui avrei potuto tenere una conversazione.

Tutti Fenomeni teso tra titoli e pubblici.
Il lavoro artistico è assolutamente non influenzabile e non corruttibile. Ma quelle due parole lì restano le mie prerogative.

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