L’album electro-pop del 2023 di Troye Sivan Something to Give Each Other gli è valso tre nomination ai Grammy e lo ha catapultato sotto i riflettori per un biennio bello intenso. Ha chiuso un importante tour da headliner che lo ha portato dal Portogallo a Sydney, ha fatto registrare il tutto esaurito nelle grandi arene insieme alla party girl Charli XCX e ha affinato le sue doti di attore nella serie HBO The Idol. Ma tutto questo ha avuto un prezzo.
«Il mio ultimo album era ipersessuale. Nel periodo in cui l’ho scritto mi sentivo cittadino del mondo. A un certo punto, però, si è creato uno scollamento: tornavo in hotel e mi sentivo profondamente solo per gran parte del tempo».
È così che è nato She’s the Best, il quarto album in studio di Sivan, in uscita il 9 ottobre. L’approccio è più riflessivo, in un’alternanza di brani da club e canzoni più intime e sincere, sempre intrise di desiderio. «C’è una componente dell’album ad alta intensità, molto esplosiva, e poi ci sono le canzoni che sembrano venire da dentro la mia mente».
È una nuova tappa dell’evoluzione musicale di Sivan, iniziata nel 2007 con i primi video caricati su YouTube. Con questo album è evidente che Sivan è più riflessivo e sincero che mai. «Sono orgoglioso di me stesso per essere stato così onesto».
Il video del primo singolo She’s the Best ha come protagonista un’altra australiana, Nicole Kidman. Perché proprio lei?
Abbiamo lavorato insieme a un film nel 2018, Boy Erased. Avevo il suo numero di telefono, ma non l’avevo mai usato. Poi, quando io e [il regista] Gordon von Steiner stavamo parlando di She’s the Best, ci siamo chiesti: «Chi è una persona che chiunque al mondo potrebbe riconoscere e capire immediatamente ciò che stiamo cercando di mostrare?». E abbiamo pensato a Nicole.
Nel video c’è molto spazio per le drag queen e anche tu appari in drag. Che ruolo ha avuto nella tua vita?
La canzone celebra lo spirito femminile. È una cosa con cui ho lottato mentre crescevo. I miei genitori non sono omofobi, ma alcuni dei miei primi ricordi riguardano il modo in cui cercavo di correggere il mio modo di stare in piedi. Avevo un amico etero che teneva il polso in un certo modo e ricordo che, a 7 anni, pensavo: «Ma cosa sta facendo? Perché lo fa? Deve smettere, altrimenti la gente penserà che è gay». Sapevo di essere gay, l’ho sempre saputo, e questo mi terrorizzava. Negli anni mi sono liberato lentamente di quella vergogna, trovando una libertà e una forza enormi. La prima volta che ho fatto drag si è sbloccato qualcosa. Ho pensato: è davvero speciale.
C’erano persone della tua vita a cui pensavi mentre scrivevi She’s the Best?
È un collage di tantissime persone della mia vita, anche se alcuni versi sono dedicati a persone precise. Sono più felice quando mi trovo accanto a una donna e penso: «Guardate tutti. Vedete quello che vedo io?». Sono gay. Ho collaborato con Ariana Grande. Lily-Rose Depp è una mia carissima amica, abbiamo girato The Idol insieme per circa un anno e mezzo. E poi andare in tour con Charli e crescere, in qualche modo, insieme a lei… Dal punto di vista professionale, ho sempre amato stare nell’orbita di queste donne. È una lettera d’amore a tutte loro.
Hai pubblicato su Instagram delle foto di Addison Rae con la didascalia “STB”. State anticipando qualcosa insieme?
Onestamente no. Penso semplicemente che sia una di quelle ragazze di cui parlavo, una di quelle persone che ti fanno pensare: wow. Ha qualcosa di effervescente. È come il sole. È la ragazza più dolce del mondo e ha un carisma da star. Siamo andati in questo negozio di parrucche su Hollywood Boulevard e lei è finita in vetrina con una enorme parrucca rossa, facendo ogni genere di follia, e io pensavo solamente: wow. Capisci cosa intendo? Ero lì con il telefono a farle un milione di foto. E poi, sinceramente, ha fatto uno dei migliori album pop degli ultimi 15 anni. Quel disco era così limpido, ispirato e figo.
Jack Antonoff è accreditato come produttore e autore. Avevate già lavorato insieme nel 2015 per Heaven. Perché hai deciso di ricontattarlo?
Una delle cose che amo di Jack è il suo modo di lavorare: tutto è pronto, tutto è predisposto per cominciare. Ha l’attrezzatura più assurda che si possa immaginare ed è un polistrumentista straordinario. È un processo molto vivo. Si avvicina a qualcosa e la suona, magari giusto un paio di volte, poi passa alla cosa successiva. È un processo molto libero, una fonte d’ispirazione.
Se stai per lasciare una festa, quali canzoni ti fanno tornare in pista?
È successo di recente. Stavo per andarmene, poi ho sentito Can’t Get You Out My Head di Kylie Minogue e ho pensato che è perfetta, sexy. Mi piace da morire.
In Troye Meets World c’è il verso “Music meet body, body meet music”. Canti molto del ballare: com’è cambiato negli anni il tuo rapporto con le serate?
A volte è quasi una cosa a cui aspiro, perché i momenti in cui mi sento davvero libero sono quelli in cui ballo in un posto dove mi sento al sicuro. Purtroppo non è sempre così. Col tempo ho dovuto accettare una cosa: sono un uomo gay che vuole andare a ballare con uomini gay e persone queer. E, anche solo statisticamente, dal punto di vista demografico, sono molte delle persone che ascoltano la mia musica. Man mano che le cose sono diventate più folli, ho dovuto cercare spazi in cui potessi continuare a lasciarmi andare nel modo di cui sento di aver bisogno. Credo sia anche per questo che prendo le feste così sul serio: penso che ci sia un bisogno spirituale, un bisogno umano di lasciarsi andare. È ciò che esploriamo nel video di Party. Nel video parlavamo del fare festa e, ancora una volta, di quanto io lo prenda sul serio e di come pensi che sia qualcosa di innato nell’essere umano. Ovviamente le persone hanno sempre fatto festa. In qualche forma, abbiamo sempre avuto bisogno di lasciarci andare. E così la domanda è diventata: «Come sarebbe stata una festa in passato? Dov’erano tutte le persone queer e cosa facevano?». C’è anche un filo conduttore tra il video di She’s the Best e quello di Party: i personaggi che incontriamo e vediamo in She’s the Best mi sembra di ritrovarli, in una forma diversa, in Party.
Cosa ascoltavi, leggevi e guardavi mentre costruivi il mondo di She’s the Best?
Non ascolto tantissimo pop, almeno non quello più tradizionale. Le mie fonti d’ispirazione sono molto diverse tra loro. Si va dagli Avalanches a King Krule, Arthur Russell, Madonna e Kylie. In qualche modo, tutte queste cose hanno senso per me nello stesso mondo. She’s the Best è stata scritta nell’arco di un periodo piuttosto lungo, durante il quale ho letto parecchio. Ad esempio, ho letto un testo molto breve di Annie Ernaux che parla di andare dal medico e sedersi in sala d’attesa perché era uno dei pochi posti in cui poteva stare seduta a pensare senza sensi di colpa all’uomo di cui era innamorata. Mi è piaciuto moltissimo. Nell’album c’è un verso che nasce esattamente da quell’idea.
Sono passati tre anni dal tuo ultimo album. Perché era importante prenderti tutto questo tempo?
Non mi sembra nemmeno di essermi preso tutto questo tempo. Non capisco come facciano gli altri. Immagino che scrivano mentre sono in tour. Io non ne sono capace. Alcune canzoni hanno un anno, altre solo un paio di mesi. Ho bisogno di tempo per costruire questo mondo. Mi dispiacerebbe sentire di aver fatto qualcosa di fretta.
Qual è la tua canzone preferita dell’album?
Le amo tutte per ragioni molto diverse. Credo che, proprio perché è un album così vario, ci sia un po’ qualcosa per ogni stato d’animo. Mi piace molto Love So Big It Hurts, dove c’è il verso ispirato a Ernaux.
La traccia conclusiva, Lost Time, contiene un monologo in francese della tua amica Lily-Rose Depp. Perché hai scelto lei?
Appena l’ho incontrata c’è stata subito sintonia. È divertente, calorosa. È chiaramente una delle ragazze di She’s the Best. Guardarla così, nel suo quotidiano, lascia senza parole. Lost Time è un’altra di quelle canzoni in cui cerco di far accadere qualcosa attraverso la musica: sono in piscina e un ragazzo riesce a vedermi attraverso l’acqua. Riesce a vedere oltre le stronzate, a vedere il vero me. E poi volevo che ci fosse qualcosa di intimo, qualcosa di vicino a me. Ho chiesto a Lily se volesse passare e lei ha scritto il testo direttamente in sala di registrazione. Sono bastate due take: aveva l’energia perfetta.
L’ultima tournée che hai fatto è stato lo Sweat Tour con Charli XCX. Com’è stato?
Uno dei momenti più folli della mia vita. Un periodo assurdo. Ci sono state alcune cose a cui ho partecipato in cui sembrava di riuscire a prendere un’onda, qualcosa che ti travolge. Lei è una visionaria. Conoscere Charli significhi essere ispirati da Charli.
Da quando fai musica sei considerato un’icona per molti giovani queer. Anche lo YouTuber Joey Graceffa ha detto che sei stato una delle persone che lo hanno ispirato a fare coming out. Che effetto ti fa?
È una sensazione pazzesca, anche se può essere intimorente. Lo apprezzo tantissimo. Devo ringraziare i miei amici e la mia famiglia perché hanno creato attorno a me un sistema di supporto solido, che mi ha permesso di sentirmi libero di scrivere canzoni sui ragazzi quando avevo 18 anni. Se fossi stato in una situazione più precaria, non sarei riuscito a esprimermi così.















